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Cocainorso: o come ti creo un cult di genere 2.0

Pubblicato il 13 aprile 2023 di Giulio Zoppello

Finalmente ci siamo: uno dei fenomeni cinematografici dell’anno arriva sui nostri grandi schermi. Cocainorso assieme a Everything Everywhere All At Once è la conferma che la contaminazione di genere è tornata di moda, che si vuole l’eccesso, l’esagerazione, la fantasia più sfrenata ed irriverente.
Il risultato finale non può che essere divisivo, ma lo è in perfetta coscienza, quasi logicamente o naturalmente si potrebbe dire, in virtù della volontà di esagerare, sempre, con modalità che avrebbero strappato un applauso ai cineasti di genere italiani, quei matti che nei decenni scorsi facevano di fantasia necessità, con risultati spiazzanti.

Un orso, un carico di droga e un po’ di follia

Cocainorso prende spunto da un episodio incredibile, eppure reale. Nel 1984, nel bel mezzo di quel decennio ancora oggi noto come quello dei cocaine cowboys, un aereo di narcotrafficanti aveva lanciato nel mezzo delle foreste del middle border un intero carico di droga. Un malcapitato orso bruno ne ingurgitò una trentina di chili, valore stimato 20 milioni di dollari, per venire ritrovato stecchito di lì a poco.
Da questo episodio pittoresco, la Banks, coadiuvata dalla sceneggiatura di Jimmy Warden, ha tratto questo film, che è a tutti gli effetti, un mix davvero particolare ed esplosivo tra dark comedy, horror, thriller e survival. Insomma, un minestrone in cui vediamo l’orso diventare sostanzialmente un pazzo omicida, una macchina assassina che non conosce logica e pietà, che non può essere arrestata e che si aggira per i 95 minuti di questa folle corsa seminando morte, viscere ma anche un bel po’ di risate.
Il film rappresenta anche il canto del cigno per uno dei più grandi caratteristi di sempre, Ray Liotta, qui canaglia avida, all’interno di un cast corale che comprende nomi di spessore: Keri Russell, Alden Ehrenreich, O’Shea Jackson Jr, Margo Martindale e Jesse Tyler Ferguson. Tutte pedine impazzite all’interno di un film che però, ad essere completamente onesti, soffre di un’eccessiva furbizia, a volte anche di uno squilibrio, causato da una commistione stilistica che però non sempre viene dosata nel modo giusto o perlomeno nel modo più comprensibile e logico.

La Banks scherza facendo sul serio

La prima parte di Cocainorso nella realtà potrebbe lasciare più di qualche spettatore sorpreso, perché a tutti gli effetti sembra di essere di fronte ad un film che si prende dannatamente sul serio, con scene forti e quasi raccapriccianti. Si può rimanere un po’ interdetti? Sì, perché gli effetti speciali sono volutamente abbastanza irregolari nella loro caratura, funzionali però a ciò che succede subito dopo, quando il film cambia completamente di tono e si mette a danzare con demenzialità, iperviolenza caricaturale e una squisita volontà di prendersi gioco dei cliché del genere. Ci sono almeno un paio di scene da scompisciarsi, roba da mettersi la maschera d’ossigeno, tanto che l’insieme il più delle volte pare quasi strizzare l’occhio a qualcosa che ci ricorda I Griffin, South Park, andando ben oltre ciò che fece a suo tempo la saga di Scary Movie. Ma è solo un attimo perché poi la Banks fa retromarcia, si torna ad avere paura o se non altro a non scherzare più così come si pensava. Cocainorso fa di tutto per farci, se non restare indifferenti, quasi non coinvolgere dai protagonisti, a metà tra omaggio e decostruzione di tanti personaggi che abbiamo già visto in tanti film simili. Tutti o quasi naturalmente faranno una brutta fine. L’impressione è poi quella di trovarsi a tu per tu con un film che pesca a piene mani da un sacco di roba più seria, come L’Urlo dell’Odio, The Grey oppure Grizzly, insomma tutta quella serie di film che hanno cercato di contrapporre l’uomo a diverse fiere selvagge. Qui però vi è l’aggiunta dell’iperbole assurda, il kitsch, che sovente fa scivolare il tutto verso Sharknado & co.

Un nuovo modo di fare cinema per le masse?

Alla fin fine di Cocainorso rimane però anche una traccia molto cerebrale, l’impressione che manchi come una sorta di genuinità alla sua follia provocatrice, quasi fosse un eccesso studiato a tavolino, ivi compresa una scena (già famigerata) su dodicenni e droga.
L’ultima parte in particolare, ha forse il difetto di prendere la strada della serietà ad ogni costo, diventando forse più che una decostruzione, un’aggiunta ad un certo cinema di serie B su animali e sopravvivenza feroce. Sotterranea ma neanche troppo la critica all’America machista di quegli anni, al mito del successo e della virilità, con personaggi incapaci, ridicoli, maldestri o semplicemente sfigati. Cocainorso un film politico? Calma, no. Piuttosto un film ferocemente antipuritano, scorretto, eccessivo senza alcun tentennamento, che mira a divertire abbracciando ove possibile lo splatter più generoso.
Lake Placid però tutto questo lo aveva già fatto negli anni ’90 (che poi in realtà sono il vero universo di riferimento della Banks) così come prima ancora Piranha e compagnia. Si dirà che forse nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma nel cinema, ma certo dà da pensare come si esulti alla creatività odierna che in realtà è togliere la polvere da ciò che esisteva già tempo fa.
Forse il lascito migliore di Cocainorso però sarà la nascita di un filone fertile, quello che magari ci toglierà di torno certi universi ad alto costo di Hollywood, che costringa l’industria in sala a scommettere su persone come la Banks. Perché chiariamoci, questo film doveva sembrare ciò che per Marshall è stato The Lair: la presa d’atto di un esilio artistico dai piani alti. Qui invece sono i piani alti a doversi abbassare.

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