L’ultima notte di Amore, la sciarada di Andrea Di Stefano. La recensione di Roberto Recchioni

L’ultima notte di Amore, la sciarada di Andrea Di Stefano. La recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

In questi giorni, girando per le città, potrebbe esservi capitato di imbattervi in un anomalo manifesto cinematografico: il fondo è rosso e dominato da una font altamente impattante che riporta il titolo del film. Nelle lettere, sezionato in ognuna di esse, il volto dell’attore protagonista, forse l’interprete più famoso del cinema italiano che qui però, invece che con il suo volto ben in evidenza, ci appare frazionato, tutto da ricostruire.

Il film è L’ultima notte di Amore e sin dal suo manifesto (così anomalo in anni in cui sembra che l’unica maniera per raccontare un film con dentro un divo, sia spiattellare il faccione del divo in questione al centro della composizione e sperare che basti), si presenta come un film diverso, come diverso, del resto, è il percorso professionale del suo regista: Andrea Di Stefano.

Classe 1972, Di Stefano nasce come attore e si muove tra gli Stati Uniti (dove ha studiato recitazione all’Actor Studio di New York) e l’Italia, lavorando con Jay Anania, Marco Bellocchio, Dario Argento, Mike Figgis, Ferzan Özpetek, Rob Marshall, Roberta Torre, Ang Lee, Ryan Murphy e molti altri. È però in veste di sceneggiatore e regista che ottiene i risultati più rilevanti, scrivendo e dirigendo l’Escobar interpretato da Benicio del Toro, e The Informer con Joel Kinnaman, Rosamund Pike, Clive Owen, Common e Ana de Armas.

Insomma, non il tradizionale curriculum di un cineasta italiano sulla cinquantina.

Strano a dirsi (ma nemmeno tanto se conoscere un poco i salottini del cinema romano), il suo nome e i suoi risultati, in patria, sono largamente ignorati. Comunque sia, questo per dirvi che L’ultima notte di Amore appare come un film parecchio diverso rispetto al tradizionale prodotto italico perché il suo sceneggiatore e regista ha portato un background culturale e un bagaglio di esperienze e competenze professionali, non comuni per il nostro cinema.

Ma veniamo al film, che racconta l’ultima notte di servizio di un poliziotto che, in trentacinque anni di onorato servizio, non ha mai sparato un colpo di pistola in vita sua, Franco Amore (questo spiega il titolo anche se poi, nella pellicola, il tema dell’amore come sentimento ricorrerà in più punti).

Ovviamente, come tradizione del genere poliziesco impone, il giorno prima della pensione è sempre quel giorno a cui a un poliziotto succede un poco di tutto, e le cose per Amore prenderanno una brutta piega nel corso di una lunga notte di passione e, ancora una volta, il postulato di Anton Pavlovič Čechov verrà rispettato: se nella storia compare una pistola, questa prima o poi sparerà.

A interpretare Franco Amore c’è Pierfrancesco Favino, uno che assieme a Giancarlo Giannini è il volto dell’Italia attoriale nel mondo e che, proprio come Giannini, sa passare dall’essere bellissimo o inqualificabile in un battito di ciglia, sa donare una straordinaria empatia, profondità e umanità a qualsiasi personaggio interpreti, sa arricchire qualsiasi storia porti a schermo, senza mai sovrastarla.

Insomma, uno che è molto più del tormentone (divertentissimo, per carità, ma anche basta) di Boris per cui “Una volta c’erano i ruoli per gli attori, ora li fa tutti Favino”. Detto questo, in L’ultima notte di Amore, Favino non è solo ma affiancato da una straordinaria Linda Caridi, che interpreta Viviana, la moglie di Franco Amore, e che si porta sulle spalle il personaggio più difficile del film, quello di una donna normale in mezzo a personaggi – più o meno – sopra le righe, riuscendo a farla emergere lentamente, un dettaglio alla volta, fino a imporla come una vera e propria coprotagonista, significativa e decisiva ai fini della trama. E visto che stiamo parlando di attori, è assolutamente d’obbligo citare Antonio Gerardi, che gioca in un ruolo alla Joe Pesci (il Joe Pesci di Martin Scorsese, ovviamente) e gli viene benissimo.

Ma parliamo del film e dei suoi inganni.

Il primo, quello evidente, è che un vero film di genere, un thriller puro e senza compromessi (anzi, diciamolo alla francese: un vero e proprio “polar”, ovverosia la fusione tra il genere poliziesco e quello noir che i nostri cugini d’Oltralpe hanno codificato così bene tra gli anni quaranta e sessanta del loro cinema, della loro letteratura e del loro fumetto), sia interpretato da uno degli attori italiani più noti e più riconducibili al nostro “cinema alto e autoriale” (qualsiasi cosa questa definizione voglia dire), Pierfrancesco Favino.

Ora, non è che Favino il genere non lo abbia mai frequentato, anzi (El Alamein, Romanzo Criminale, ACAB, Suburra, sorvolando sui ruoli nelle produzioni americane) ma mai lo aveva fatto in una pellicola così esplicitamente di genere, che non tenta in nessuna maniera di nascondersi dietro qualche altra etichetta per esserlo. La sola presenza di Favino nella pellicola, ne cambia la percezione in relazione al grande pubblico di massa, abituato a vederlo in altri ruoli e in un altro tipo di produzioni.

Il secondo inganno, è proprio quello del genere.

Perché il film sembra essere un poliziesco (attenzione: “poliziesco”, non “poliziottesco” all’italiana, per quanto alcune suggestioni con il cinema di Fernando Di Leo ci siano comunque, fosse anche e solo per l’ambientazione milanese) ma, invece, lo è solamente in parte, in quel prologo narrativo che serve per mettere in scena tutto quello che verrà poi e che, per certi versi, ricorda un poco il Training Day diretto da Antoine Fuqua e scritto da David Ayer o la serie The Shield di Shawn Ryan.

Ma poi le cose cambiano e dalle ombre emerge la silhouette della vera musa ispiratrice di Andrea Di Stefano: quel gatto sornione e furbissimo di Alfred Hitchcock.

Strutturata in tre atti schematicamente suddivisi, la pellicola nella prima parte ha una messa in scena larga, temporalmente distesa, che gioca un poco a riprendere delle soluzioni narrative dell’Elephant di Gus Van Sant, operando delle omissioni narrative per impedirci di capire cosa stiamo realmente vedendo, fino al momento in cui esplode la violenza e, in un mirabile gioco di ricostruzione e incastro, tutti i pezzi vanno al loro posto e il film ci proietta nel secondo atto, che è la porzione centrale e più consistente del film e che, all’apparenza, si presenta come una scena d’insieme piuttosto larga ma che, a conti fatti, è una intelligentissima costruzione di stampo teatrale, che ripropone e reinventa quanto fatto dal vecchio zio Hitch ne La finestra sul cortile, con un Favino nel ruolo James Stewart e costretto all’immobilità (per quanto motore immobile di tutto il costrutto narrativo) e Linda Caridi a fare da vettore dell’azione, proprio come Grace Kelly.

Tutta la lunga scena è straordinariamente concepita e, oltre che all’impostazione generale de La finestra sul cortile, rimanda pure a un altro momento capolavoro del cinema di Hitchcock: la scena delle bottiglie di champagne di Notorius.

Certo, per costruire questa impalcatura non naturalissima, Andrea Di Stefano ha dovuto accettare qualche compromesso con la credibilità e la logica, ma sono sbavature di poco conto rispetto all’enorme tensione drammatica che è riuscito a ottenere. Infine, c’è il terzo atto, che è breve e non così incisivo sotto il punto di vista delle idee per la messa in scena, ma che funziona in maniera granitica e fa chiudere un cerchio che ci porta a un epilogo emozionante, dove Favino fa quello che gli riesce meglio: emozionare.

In conclusione, L’ultima notte di Amore è una riuscitissima sciarada (ancora Hitchcock, non a caso) e una preziosa anomalia per il nostro cinema. Un film bello in senso assoluto, che non ti spinge mai a pensare “dai, per essere italiano, non è male, almeno di abbiamo provato…”, come se il nostro cinema fosse un bambino stupido ma che, almeno, s’impegna.

Andrea di Stefano non “ci prova”.
Andrea Di Stefano ci riesce e porta a casa una pellicola capace di stare allo stesso livello della maggior parte delle produzioni internazionali di genere (a cui perdoniamo sbavature molto peggiori di quelle che, in qualche frangente, emergono dalla narrazione de L’ultima notte di Amore), senza scimmiottare nessuno, senza rifugiarsi nello stucchevole post-modernismo, senza sentire il bisogno di “fare le cose all’americana”, ma trovando invece una perfetta identità nazionale, capace però di arrivare ovunque.

Spero davvero che questo film diventi un esempio da seguire per costruire sul serio un nuovo cinema italiano, presente al suo tempo, presente al suo paese, presente nel mondo.

Andarlo a vedere al cinema è praticamente un obbligo morale, oltre che un piacere.

Illustrazione esclusiva di Roberto Recchioni

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