Lo strangolatore di Boston: la recensione del film d’inchiesta prodotto da Ridley Scott

Lo strangolatore di Boston: la recensione del film d’inchiesta prodotto da Ridley Scott

Di Marco Triolo

Il cinema d’inchiesta americano è un genere che ha radici molto forti, in un paese che ha una lunga tradizione democratica e, al di là degli evidenti difetti, potrebbe insegnarci molto su come si mettono in discussione i leader, anche i più carismatici, e certi meccanismi distorti del potere. Da Tutti gli uomini del presidente a Il caso Spotlight, i film su come il giornalismo abbia smascherato questi meccanismi e cambiato il volto degli Stati Uniti ci ha regalato grandi thriller, ricchi di suspense e grandi performance da parte di grandi attori (e grandi registi).

Premessa fondamentale, perché Lo strangolatore di Boston questo è: un film d’inchiesta, e non, come si potrebbe pensare in superficie, un film sulla caccia a un serial killer. Anche perché, come il caso di Zodiac – riferimento cinematografico fondamentale per il regista Matt Ruskin, per altro – anche quello dello Strangolatore non è stato mai davvero risolto, nonostante una persona sia stata incarcerata per i delitti (più o meno). Il film segue le due giornaliste Loretta McLaughlin (Keira Knightley) e Jean Cole (Carrie Coon), reporter del Boston Record American che, con le loro indagini, portarono all’arresto di Albert DeSalvo (David Dastmalchian), salvo poi mettere in dubbio la sua colpevolezza. Lo strangolatore di Boston si concentra dunque sull’inchiesta, ma anche sul punto di vista di due donne che, nella Boston dei primi anni ’60, tentarono di fare breccia in un mondo prettamente maschile, che relegava le giornaliste alle pagine di cronaca rosa e moda.

Ironia della sorte, però, un film che racconta una così importante rivoluzione culturale si adagia su stereotipi cinematografici per portare a casa un compitino mediocre, che finisce anche per minare la portata dell’impresa di McLaughlin e Cole e il suo stesso tema portante, la lotta per la parità di genere. Ruskin, regista de Il coraggio di lottare, si rifà ai giganti venuti prima di lui, li scimmiotta con grande devozione, ma non riesce mai a trovare l’anima profonda della sua storia, limitandosi a snocciolarla come se fosse un elenco per punti. Come si diceva, Zodiac di David Fincher è un po’ il modello di riferimento, anche estetico, di un film che non si muove praticamente mai al di fuori di binari già tracciati, il solco di una tradizione talmente profondo che rischia di essere una trappola da cui si fatica a uscire. Specialmente quando la materia è così complessa come nel caso dello Strangolatore di Boston, che non ha mai avuto una risoluzione chiara. Zodiac si muoveva con enorme intelligenza, accumulando paranoie e dubbi, fino a esplodere in un finale ambiguo e inquietante. Lo strangolatore di Boston cerca di mescolare questo con una storia umana che invece deve essere ispiratrice, positiva e didattica. Ne esce una via di mezzo che non brilla né da una parte né dall’altra.

Alla fine tocca agli attori caricarsi tutto sulle spalle e portare avanti il film al meglio delle loro capacità. Keira Knightley e Carrie Coon trovano il giusto affiatamento e funzionano piuttosto bene, e sono circondate da comprimari di indubbio valore come Chris Cooper – nei panni del direttore del Boston Record American, giornalista della vecchia guardia meno chiuso di quanto appare inizialmente -, Alessandro Nivola, Rory Cochrane e Dastmalchian. Purtroppo questo non basta a salvare un prodotto che non a caso è stato destinato alla piattaforma, nonostante nomi di alto profilo davanti e dietro le quinte (alla produzione c’è Ridley Scott).

Lo strangolatore di Boston non è un brutto film, solamente un film medio, che gioca sul sicuro. Ed è triste constatare che anche la lotta per la parità di genere sia diventata l’ennesimo argomento da sfruttare senza troppa fantasia o convinzione, in un film per altro scritto, diretto e prodotto principalmente da uomini.

Lo strangolatore di Boston è ora disponibile su Disney+.

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