Daisy Jones & the Six e quel sogno chiamato Rock & Roll

Daisy Jones & the Six e quel sogno chiamato Rock & Roll

Di Giulio Zoppello

Daisy Jones & the Six significa Rock & Roll. Si fa molto presto a dire viva il Rock, ma se invece il Rock non fosse la cosa che dobbiamo veramente amare? Oppure se fosse in realtà tutta un’illusione? Se quei magici gruppi degli anni ‘60 e ‘70 soprattutto, fossero stati molto diversi da quello che pensiamo? A tutte queste domande risponde questa serie tv su Prime Video, arrivata un po’ a sorpresa, alla chetichella si sarebbe detto una volta, ma capace però di incontrare immediatamente il favore del pubblico e della critica.
Ciò in virtù di una costruzione narrativa che per quanto realistica, anzi verosimile, si distanzia dalla classica narrazione biopic che oggi va tanto di moda.

Sognando la California

Fin dall’inizio Daisy Jones & the Six mantiene saldi i suoi legami con la verità, con ciò che la musica era una volta, prima che diventasse esclusivamente industria, che si richiudesse nei talent, elevasse al rango di star artisti che la gavetta, quella seria, dura, cattiva, non l’hanno mai fatta. Il tutto a maggior gloria proprio della musica che, a cavallo della contestazione, cambiò lo star system ma soprattutto trasformò la California, Los Angeles in particolare, nella mecca della discografia, soppiantando le vecchie etichette.
E quindi eccoci a seguire le avventure create a suo tempo del romanziere Taylor Jenkins Reid, e portate sul piccolo schermo per noi da Scott Neustadter e Michael H. Weber. Fino ad un certo punto, questa è una storia divisa in due: da una parte ci stanno Billy e Graham Dune (Sam Claflin e Will Harrison) due fratelli di Richmond che fondano una band quasi per gioco, per scherzo, quando hanno quell’età in cui non hanno deciso se, come diceva Salvatores, mettere su famiglia o perdersi per il mondo.
Decidono di perdersi per il mondo, insieme a Karen, Seb, Eddie, il loro agente Teddy, la moglie di Billy Camilla. Su tutti però domina a fasi alterne lui, Billy, frontman orgoglioso e talentuoso, musicalmente il più maturo ma è anche il più tormentato da sé stesso, dal ricordo di un padre che ha abbandonato lui e il fratello, dalla volontà di sfondare, di diventare un musicista di quelli seri, veri.
Parallelamente seguiamo anche i passi di Daisy Jones (Riley Keough), arrabbiatissima figlia di miliardari, talento acerbo, voce autodidatta ma soprattutto incredibile penna creativa. Lo scontro, incontro, il fondersi tra questi due artisti cambierà la loro vita, la loro musica, ma non tutto ovviamente andrà come prestabilito, non tutto sarà quella gloriosa corsa verso la gloria che ci si aspetta.

Come nasce una band di successo

Daisy Jones & the Six si ispira chiaramente a gruppi reali come furono i Papas and Mamas e soprattutto i Fleetwood Mac, dichiarata fonte primaria da parte di Reid. Erano gruppi rock che cercavano di dare una svolta al genere, lo guidavano verso nuove frontiere, nuove espressività e percorsi.
A tenere banco però è soprattutto il rapporto tra opera e artista, che supera quello tra le industria discografica e la volontà di imprimere un’impronta, di lasciare una traccia di sé stessi. Il segreto è nella sceneggiatura, che si dimostra tanto attenta nel non staccarsi troppo dei principi base del genere, quanto intrigante, per come alla fin fine confeziona qualcosa di molto simile ad un documentario pieno di flashback e confessioni. Qui non vi è nulla di scontato, qui ci viene donato uno spaccato storico e sociale dell’America di un tempo, ma soprattutto di ciò che significava fare musica allora: ore di prove, concerti malpagati o addirittura gratis, porte sbattute in faccia, telefonate inutili, lavori umilissimi se non umilianti con cui alimentare una sopravvivenza tenuta strettamente all’indispensabile. Intanto il tempo passa, i dubbi si accalcano, il successo bacia i più opportunisti, i più furbi, i più sleali. Questa verità ci arriva da questi due percorsi differenti, dalla band che se che cosa cosa vuole ma non sa come ottenerlo, e dalla solista, che non sa esattamente cosa vuole ma sa benissimo chi è. Fino a dove è giusto insistere nel reclamare la propria identità? Fino a dove invece una mediazione è sopportabile? Daisy Jones & the Six non ci dà una risposta certa, ci dice semplicemente che il talento è una risorsa ma non è sempre la soluzione, che tanti gruppi hanno avuto successo al di là dei loro meriti, altri invece sono scomparsi a dispetto di essi. Soprattutto, risulta gradevole il modo in cui evita di mitizzare un’epoca o un genere musicale, quanto piuttosto di umanizzarlo.

Due voci, due personalità, due idee di musica

Sam Claflin interpreta il classico frontman tormentato e pieno di dubbi, con lui il problema è un’età anagrafica un po’ troppo avanzata, così come il fatto di non essere particolarmente credibile come cantante. Gli manca la faccia giusta, la presenza giusta. Eppure, quando il suo personaggio scende dal palco, la sua performance diventa incredibilmente convincente, quando deve descrivere storture, fragilità, errori e il complesso iter di trasformazione di Billy. La tesi finale della serie? State attenti a ciò che desiderate, potreste ottenerlo. Daisy invece, grazie alla Keough, diventa anche un forte simbolo di femminismo, di emancipazione. Lei non ci sta a fare la musa di qualche fighettino di chitarrista, a venire citata di nascosto o manco quello, a fare la groupie.
Soprattutto non accetta di dover essere carne da macello nella camera di qualche produttore, ha una faccia tosta incredibile, energia, talento e una sicurezza in sé che rasenta a volte lo sprezzante. Eppure, per qualche strano motivo, non si riesce proprio a detestarla, anche se è vanitosa e individualista. Ciò per la sua libertà totale, per la sua capacità di essere realmente rock, realmente contro le regole. Daisy Jones & the Six è la storia di un gruppo che affronta la fine di un genere musicale e della propria spensieratezza, come è capitato a tanti altri dai tempi del teen pop anni ‘90 al funky, dal beat anni ’60 alla alla dance degli anni ‘80, fino alle crew di rapper della East Coast. Il problema non è capire cosa fare quando si vuole arrivare in cima, il problema è come riuscire a non cadere quando lì sopra ci si arriva. Ed in questo, nella distruzione dell’american dream musicofilo a cui si sostituisce l’amore per la musica in sé, per ciò che rappresenta, sta la bellezza suprema di questa serie, arrivata un po’ di soppiatto, a sorpresa, come certi tormentoni di certi gruppi, durati solo un’estate ma mai dimenticati.

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