Da Armageddon Time a The Fabelmans, quando i registi si raccontano sul grande schermo

Da Armageddon Time a The Fabelmans, quando i registi si raccontano sul grande schermo

Di Marco Triolo

Il 23 marzo, arriverà nelle sale da Universal Picture Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse, il nuovo film di James Gray, regista di Ad Astra e C’era una volta a New York. Armageddon Time si inserisce in una tradizione consolidata, nel cinema d’autore: il film autobiografico, o semi-autobiografico, con cui un regista racconta la propria formazione, l’infanzia e l’adolescenza, per arrivare anche alla nascita della sua passione per il cinema. Di esempi ne abbiamo visti parecchi ultimamente, da Belfast a The Fabelmans, ma ci sono molti altri film da riscoprire in questo filone. In occasione dell’uscita di Armageddon Time, andiamo a riscoprire alcuni dei più celebri.

I 400 colpi (1959)

Il primo di una serie di film con cui François Truffaut racconta la crescita del giovane Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), alter ego del regista. Nella Parigi degli anni ’50, Antoine vive in una famiglia difficile e cerca nel cinema una via di fuga. Un percorso in cui si riflette la formazione dello stesso Truffaut, diventato critico cinematografico e poi regista all’interno del movimento francese della Nouvelle Vague, qui al suo esordio alla regia.

Amarcord (1973)

Forse il più celebre film di questo filone, quello che ha ispirato molti degli emuli venuti dopo (lo stesso The Fabelmans di Spielberg). Federico Fellini racconta in Amarcord la sua adolescenza per interposta persona: il protagonista, e suo alter ego, è infatti il giovane Titta (Bruno Zanin), alle prese con gli impulsi sessuali dell’adolescenza nella Rimini dei primi anni ’30, in piena epoca fascista. Amarcord (contrazione del romagnolo “A m’arcord”, cioè “Io mi ricordo”) racconta un anno a Rimini ed è un susseguirsi dei personaggi coloriti e folkloristici a cui Fellini ci ha abituati. Il titolo è entrato addirittura nel lessico italiano, per dire l’impatto che Amarcord ha avuto sull’immaginario. Oscar al miglior film straniero.

American Graffiti (1973)

Nello stesso anno di Amarcord, anche George Lucas raccontò la sua adolescenza con American Graffiti, storia di un gruppo di amici alle prese con la routine dell’ultima notte di vacanze estive nel 1962. Ambientato a Modesto, California, città natale di Lucas, il film guarda con nostalgia e rimpianto a un’epoca di innocenza, che viene inevitabilmente infranta nel finale, quando uno degli amici, Curt (Richard Dreyfus), parte per il Vietnam. Il cast include Ron Howard, Charles Martin Smith e Harrison Ford. Un gioiello del George Lucas pre-Star Wars da riscoprire.

Nuovo cinema Paradiso (1988)

Salvatore Di Vita (Marco Leonardi) è un regista di successo che non è più tornato nel paesino siciliano in cui è cresciuto, Giancaldo. Finché un giorno non scopre che Alfredo (Philippe Noiret), proiezionista del cinema del paese e suo amico e mentore, è morto. Questo lo spinge a ricordare la sua infanzia in un lungo flashback, e infine a tornare alle sue terre di origine. Anche Nuovo cinema Paradiso è stato premiato con l’Oscar al miglior film straniero e ha avuto un grande successo anche negli Stati Uniti.

La vita è un sogno (1993)

Richard Linklater fa sua la lezione di American Graffiti, per realizzarne una sorta di remake ambientato nel decennio successivo, gli anni ’70. Un’epoca di grandi sconvolgimenti, tra la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate, che segnò la fine del sogno rivoluzionario di fine anni ’60. In questo limbo si muovono i personaggi del film, adolescenti di una cittadina del Texas, alle prese con amori, bullismo, riti di passaggio e crescita nel corso dell’ultimo giorno di scuola dell’estate 1976, nell’anno del bicentenario dalla fondazione degli Stati Uniti. Due sono gli alter ego del regista nel film: da una parte, il ribelle Randall “Pink” Floyd (Jason London), che scalpita all’idea di essere inquadrato solamente come la star della squadra di football della scuola, e sogna ben altro. Dall’altra il giovane Mitch Kramer (Wiley Wiggins), che esce dalle medie e si prepara ad affrontare il liceo. Nel corso di una giornata e di una notte fatidica, entrambi capiranno qualcosa di se stessi e scopriranno che la vita è ben di più di quello che hanno creduto finora. Nel cast anche un giovane Matthew McConaughey, eccezionale nei panni dello spensierato Wooderson.

Crooklyn (1994)

Anche Spike Lee non ha resistito all’idea di raccontarsi in un film. Il regista ha scelto di scrivere la sceneggiatura di Crooklyn con la sorella Joie Susannah Lee e il fratello Cinqué Lee, per meglio cogliere le sfumature della loro infanzia condivisa nella Brooklyn degli anni ’70. Come nella realtà, i genitori del protagonista, interpretati da Delroy Lindo e Alfre Woodard, sono un compositore e una insegnante. Lee ha dichiarato, nel 2017, che il film è stato scritto come una lettera d’amore non intenzionale alla madre.

Quasi famosi (2000)

Prima di diventare regista, Cameron Crowe era un giovane prodigio del giornalismo musicale, che aveva intervistato e seguito in tour band del calibro dei Led Zeppelin. Su queste esperienze è basato Quasi famosi, il suo film autobiografico uscito nel 2000. Patrick Fugit interpreta William Miller, un giovane aspirante giornalista che incontra e fa amicizia con il leggendario Lester Bangs (il compianto Philip Seymour Hoffman) e finisce in tour con una band in ascesa, gli Stillwater. Un viaggio che gli cambierà la vita e durante il quale diventerà adulto. Una commedia di culto, capace di cogliere alla perfezione l’atmosfera magica degli anni d’oro del rock, ma anche la superficialità dello showbusiness.

Il calamaro e la balena (2005)

Il regista Noah Baumbach è qui alle prese con una storia molto personale: quella di due fratelli, Walt (Jesse Eisenberg, alter ego del regista) e Frank Berkman (Owen Kline), alle prese con il divorzio dei genitori nella New York del 1986. Da un lato c’è Bernard Berkman (Jeff Daniels), scrittore egocentrico e arrogante. Dall’altra Joan Berkman (Laura Linney), scrittrice di successo che ha tradito Bernard. Il film esamina l’impatto del divorzio sulle vite dei ragazzi: Walt prende le parti del padre, Frank della madre. Entrambi iniziano a comportarsi in modi imprevedibili per sfogare le loro frustrazioni. Baumbach non era certo di voler dirigere personalmente il film, data la forte vicinanza alla sua esperienza. Inizialmente, voleva infatti che fosse l’amico Wes Anderson a occuparsi della regia. Per fortuna decise altrimenti, perché Il calamaro e la balena è uno dei film più acclamati della sua carriera.

Lady Bird (2017)

Per il suo esordio solista dietro la macchina da presa, Greta Gerwig sceglie di raccontare la sua Sacramento, amalgamando le sue esperienze di vita senza però ispirarsi apertamente a esse. Ne esce un film semi-autobiografico nel vero senso della parola, in cui “niente nel film è letteralmente accaduto nella mia vita, ma c’è un nocciolo di verità che entra in risonanza con quello che so”. Al centro, le vicende dell’adolescente Christine McPherson (Saoirse Ronan), che si fa chiamare Lady Bird e sogna di lasciare Sacramento per un luogo migliore. Un racconto di maturazione che capisce cosa significhi essere adolescenti, dominati dalle passioni e da un’energia che ti spinge a volerti lasciare tutto alle spalle.

Roma (2018)

Ambientato a Città del Messico nei primi anni ’70, Roma racconta un anno nella vita di una famiglia alto-borghese residente nel quartiere di Colonia Roma, dal punto di vista della domestica Cleo (Yalitza Aparicio). La famiglia è basata su quella del regista Alfonso Cuarón, ma il film si concentra molto su Cleo e sulle divergenze di classe nella società messicana dell’epoca. Premiato con il Leone d’Oro a Venezia a vincitore di tre Oscar: miglior film straniero, migliore regia e fotografia (entrambe di Cuarón).

Minari (2020)

Il regista coreano-americano Lee Isaac Chung racconta, con Minari, la vita di una famiglia di immigrati coreani in Arkansas, negli anni ’80. Una storia che proviene dalle sue esperienze personali, e per questo davvero tenera e toccante. Ma soprattutto una storia che tenta, come spesso fa questo tipo di film, di capire realmente cosa sia il Sogno Americano e di esaminare le fatiche che comporta raggiungerlo. Steven Yeun guida un cast che include la vincitrice dell’Oscar Youn Yuh-jung.

Belfast (2021)

Kenneth Branagh si racconta in questo piccolo film personale, che esamina un pezzo della sua infanzia attraverso gli occhi del suo alter ego Buddy (Jude Hill), figlio di una famiglia protestante nell’Irlanda del Nord del 1969, sconvolta dai Troubles. Il film racconta l’ultimo periodo passato dalla famiglia di Branagh a Belfast prima del trasferimento in Inghilterra, dove il regista è cresciuto, tra i primi amori e la nascente passione per il cinema. Jamie Dornan e Caitríona Balfe interpretano i genitori del protagonista, Ciarán Hinds e Judi Dench i nonni.

È stata la mano di Dio (2021)

Attraverso la storia di Fabietto Schisa (Filippo Scotti), aspirante regista nella Napoli degli anni ’80, Paolo Sorrentino affronta ed esorcizza l’evento più tragico della sua vita, l’improvvisa morte dei genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) per una fuga di gas. Rimasto senza figure di riferimento, Fabietto deve trovare un obbiettivo nella vita e diventare adulto molto più in fretta del previsto. Fellini, parlando di Sorrentino, ovviamente non è lontano: il regista napoletano infila in È stata la mano di Dio la consueta galleria di personaggi larger-than-life a cui ci ha abituati. Eppure, qui l’elemento surreale è decisamente più controllato, e lascia via via spazio a una concretezza inaspettata, che affronta il lutto di petto, raggiungendo una toccante sincerità.

The Fabelmans (2023)

Steven Spielberg cambia i nomi, ma utilizza nella stragrande maggioranza dei casi episodi avvenuti davvero nella sua infanzia e adolescenza, per raccontare la vita di un ragazzo, Sammy Fabelman (Mateo Zoryan e Gabriel LaBelle), che scopre di voler fare il regista in tenera età. La sua crescita personale va di pari passo con quella professionale, e lo sfaldarsi della sua unità famigliare con il divorzio dei genitori (raccontato da Spielberg in diversi altri film). Amarcord gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui Spielberg mette in scena il ricordo, utilizzando spesso set e trucchi evidenti. Un’opera toccante, che vede il cinema come uno specchio in cui ritrovare se stessi e capirsi.

Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse arriverà nelle sale il 23 marzo, distribuito da Universal Pictures. QUI ne potete vedere il trailer.

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