Vogliamo anche le fragole: perché il terzo episodio di The Last of Us è così importante

Vogliamo anche le fragole: perché il terzo episodio di The Last of Us è così importante

Di Lorenzo Pedrazzi

«Frank è i fiori, e Bill è il terreno» dice Nick Offerman nel backstage di Long Long Time, la terza puntata di The Last of Us. Un fenomeno di cui si sta parlando moltissimo, come succede di rado ai singoli episodi di una serie tv, quando un’eccezionale combinazione di elementi narrativi, tematici, emotivi e persino musicali (qui è l’eponimo brano di Linda Ronstadt) riesce a trasformarli in cult immediati. Qualcosa di simile era accaduto già sette anni fa con San Junipero, nella terza stagione di Black Mirror, e non solo per la storia d’amore queer.

Non deve stupire che l’episodio sia stato stroncato da vari utenti su IMDb, né che alcuni critici si siano affrettati a sminuirne il valore, peraltro con tesi discutibili. Long Long Time è una puntata che crea fastidi, perché osa toccare i nervi scoperti del fandome e di certi pregiudizi diffusi. Da un lato, ha il coraggio di modificare ed espandere un segmento molto noto del videogioco originale, e sappiamo bene quanto possa essere conservatrice – se non addirittura reazionaria – una buona parte del pubblico nerd. Dall’altro, mette in scena una sensibilità maschile che spesso viene ignorata da chi sostiene visioni troppo rigide ed essenzialiste nell’ambito dei generi.

Sul primo argomento, è utile fare delle riflessioni che varcano i confini della puntata stessa. Se The Last of Us si sta dimostrando un adattamento di grande spessore, è anche perché non considera la fonte come un dogma da seguire: Craig Mazin e Neil Druckmann scelgono infatti di rielaborare il contesto del videogioco come un sandbox dalle molteplici possibilità, similmente a quanto è stato fatto da altre due serie HBO basate su opere preesistenti, Westworld e Watchmen. Certo, l’avventura di Joel ed Ellie mantiene la sua centralità, ma si dipana in un mondo ricco di sfaccettature, animato da numerose vicende parallele. Ognuna di esse è un nucleo di amore e lotta, dramma e scoperta, che dimostra come questo mondo, sotto la superficie morente, in realtà sia ancora vitale. Non è un caso che, all’inizio, gli autori volessero attribuire una backstory anche a Tess, da narrare tramite flashback: l’intento è di costruire una storia ben più corale rispetto al gioco, avvalendosi di un linguaggio che, per la natura stessa del medium, sa essere più contemplativo e onnisciente.

In tal senso, è quantomeno ingenuo sostenere che Long Long Time non offra alcun contributo alla trama. Già negli anni Sessanta e Settanta, gli autori della New Hollywood impararono dalla Nouvelle Vague che un racconto può essere affollato di incontri casuali, eventi incidentali, deviazioni dal sentiero principale: non tutto dev’essere indispensabile alla trama, contrariamente a quello che vuole farci credere la Hollywood dei grandi studios. Da circa un decennio, anche la serialità televisiva ha appreso quella lezione, come dimostrano i casi di The Leftovers e Fargo, giusto per citarne un paio. The Last of Us lo ribadisce a modo proprio: non tutto ciò che accade dev’essere sottomesso all’intreccio. L’amore tra Bill e Frank ci ricorda che un altro mondo è possibile, e che le fragole possono crescere anche nell’orrore più cieco; basta averne cura. Una delle osservazioni più acute e delicate sull’argomento ci è stata regalata da Cristina Resa, che ne ha parlato in un post su Instagram:

Il fatto che questo terzo episodio, Long Long Time, insista tanto sulla cura come espressione d’amore, nel senso più ampio che può avere il termine, beh, è esattamente quello che rende speciale TLOU. E qui forse ci starebbe bene una riflessione sull’avere cura di chi si ama, che è cosa molto diversa dal proteggere, perché non implica rapporti di potere di sorta.

Ecco, la cura è la chiave di una rivoluzione che – come vedremo presto anche in Marcel the Shell With Shoes On – respinge la barbarie dell’egotismo, valorizzando invece l’attenzione, la lentezza, l’empatia, la solidarietà umana, in luogo di principi distorti come la produttività e la competitività. Non importa che Bill e Frank restino trincerati nella loro oasi felice, e non mettano piede fuori dal cancello per andare a salvare il mondo (che poi, in quanti lo fanno? Persino il nostro eroe Joel è recalcitrante, e ha bisogno di molto tempo per credere nella causa). La realtà è sempre stata ostile a entrambi gli amanti, eppure – grazie a Frank – decidono comunque di aprirsi all’esterno, pur avendo costruito un proprio sottomondo autarchico e sereno. Ma non è sufficiente. Se Bill è la sopravvivenza, Frank è la vita: non basta il pane, vogliamo anche le rose. O le fragole, in questo caso.

Quello di Bill e Frank, come coppia, è un arco vitale completo: nella cura reciproca, i due uomini trovano una pienezza che altrove vediamo solo raramente, e che allontana Long Long Time dal famigerato cliché del “bury your gays”. Sono l’emblema di un mondo che può continuare a vivere dignitosamente, resistendo alle intemperie della storia e dell’odio. Rappresentano la speranza, e danno a Joel ed Ellie un motivo in più per proseguire il loro viaggio: in tutto questo caos, tra una pandemia disumanizzante e una dittatura oppressiva, esiste ancora qualcosa che merita di essere salvato. O, parafrasando Hemingway, qualcosa per cui vale la pena lottare.

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