Il Cacciatore dopo 45 anni rimane un discorso a parte

Il Cacciatore dopo 45 anni rimane un discorso a parte

Di Giulio Zoppello

Il Cacciatore ricopre una posizione più unica che rara in quel complesso universo cinematografico dedicato alla Guerra del Vietnam, l’inferno che inghiotti due milioni di vite asiatiche e 58mila americani, di fatto distruggendo ciò che era il “Magnifico Paese” fino a quel momento, forte dell’identità di salvatore della libertà. Michael Cimino in quel 1978, realizzò un capolavoro di narrazione intima capace di farsi metafora di una tragedia storica, generazionale, incentrata sul tema della morte e della rinascita, della maturazione e della perdita dell’innocenza. A 45 anni esatti dall’uscita in sala, Il Cacciatore rimane un capolavoro, una tragedia scevra da ogni retorica, in grado di ergersi a simbolo di un conflitto che ha cambiato per sempre la società americana.

Un film sul Vietnam unico nel suo genere

Il Cacciatore era connesso alla lontana a “The Man Who Came to Play” di Louis A. Garfinkle e Quinn K. Redeker, che era totalmente incentrato sulla famigerata roulette russa in una Las Vegas torbida e inquietante. Cimino, mettendo mano alla sceneggiatura assieme a Deric Washburn, riadattò il tutto per portarci in un’anonima città mineraria della Pennsylvania, Clairton, dove facevamo la conoscenza di Mike Vronsky (Robert De Niro), Nick Chevatorevich (Christopher Walken), Steven Pushkov (John Savage), Stanley (John Cazale), John Welsh (George Dzundza) e Peter Axelrod (Chuck Aspegren). Sono quasi tutti discendenti di immigrati europei, russi in particolare. Giovani e un po’ annoiati, onesti operai metallurgici che passano le giornate nel pub e il tempo libero a cacciare cervi, non hanno ancora bene chiaro in testa cosa vogliano dalla vita. Mike e Nick in particolare sono grandissimi amici, pure se rivali in amore a causa di Linda (Meryl Streep). Mike, Nick, assieme a Steven, partiranno volontari per il Vietnam, da cui torneranno dopo aver passato un inferno fatto di morte, torture, una prigionia ributtante e quell’iconica roulette russa che renderà la loro storia, una metafora di ciò che fu quel conflitto. Feriti nel corpo e nello spirito, andranno incontro al proprio destino senza riuscire ad essere più come prima.
Il Cacciatore tra i vari film dedicati al conflitto in Vietnam, occupa un posto di privilegio per la sua natura ibrida. Non è né un film sul reducismo puro e semplice come Nato il 4 luglio o Tornando a Casa, né un film di guerra in senso classico come un Hamburger Hill o We Were Soldiers, né è come Apocalypse Now o Full Metal Jacket, incentrati sul concetto di guerra, umanità e società. Di base vive in un mondo a parte, dove ci sono un po’ tutti questi elementi, ma dove in realtà il punto di vista è quello di un film a metà di formazione, a metà di analisi storico-sociale.

Il simbolo di una generazione distrutta

Cimino ricevette numerose critiche per la famosa scena della roulette russa a cui i soldati americani prigionieri vengono sottoposti da parte dei Vietcong. Al di là della pretesa puerile di credere che non si verificassero da una parte e dall’altra orrori indicibili, non fu colta la natura metaforica dell’insieme.
Cimino mise in mostra l’estrema casualità e crudele imprevedibilità della guerra. Ognuno è responsabile del suo destino, può reagire o rimanere inerte, ma la morte è sempre l’altra possibilità che si può scegliere. Essa arriva in modo casuale come casuale è il ruotare di quel tamburo. Soprattutto l’empatia verso gli altri essere umani scompare con una rapidità irrisoria, trasforma quelli che erano ragazzi come tanti, in uomini per i quali la morte non smette di avere un volto terrificante, ma molti meno misteri. Allo stesso tempo, Il Cacciatore diventò una sorta di microcosmo narrativo con cui Cimino metteva in mostra la terrificante trasformazione che interessò la Generazione Perduta di quegli anni: Mike tornerà distrutto e infuriato, incapace di sorridere ancora dopo tutto ciò che ha vissuto, pieno di sensi di colpa per ciò che ha fatto. Nick si perderà dentro un gorgo folle e autodistruttivo, da cui sfuggirà solo rivivendo con conseguenze fatali quel macabro gioco d’azzardo. Steven finirà su una sedia a rotelle, menomato per tutta la vita. A 45 anni di distanza, Il Cacciatore rimane in realtà l’opera suprema e definitiva su come l’America si autodistrusse in quelle risaie, sulla grande bugia che non solo portò 58mila nomi su un muro nero a Washington, ma di fatto inseguì per il resto dei loro giorni i sopravvissuti. “Volevo tornare come un eroe, volevo ciò che aveva avuto mio padre. Che cosa ho avuto invece?” avrebbe scritto di quella guerra nella serie Marvel il Punitore del grande Garth Ennis, che ha reso di fatto quel personaggio ciò che erano i protagonisti del film di Cimino: i testimoni viventi della grande bugia americana.

Tra simbolismo e rappresentazione realistica

Splendido nella regia, con una fotografia che rende la stessa natura partecipe della mutazione del tono e della psicologia dei personaggi, Il Cacciatore si nutre di una recitazione da parte di De Niro, Walken e Streep in cui l’espressività si fa forte di un profondo legame con la quotidianità, la normalità.
De Niro spinse verso nuovi confini la sua abilità di stare sotto traccia, la sua capacità di donare una sensazione di potenza inespressa, di timidezza quasi, pur all’interno di un personaggio caratterizzato da un’audacia per altri versi quasi incosciente. Walken si meritò un Oscar sacrosanto nel mostrarci il viaggio verso l’Oltretomba di un ragazzo incapace di guarire dal terrore, dall’orrore, forse il simbolo di anima spezzata più potente che quel particolare cinema bellico di abbia dato. In tutto questo, la Streep pur se addolorata, è la donna come unico legame con la speranza, incapace di darsi per vinta, di rinunciare a un domani, qualsiasi esso sia. In tutto questo, la caccia al cervo, semplice passatempo per montanari, diventa metafora della presa di coscienza della vita, della morte, del proprio cambiamento. Solo nel momento in cui rinuncia per sempre ad uccidere Mike diventa finalmente un uomo libero. Il cervo, simbolo di vita ancestrale, di riconciliazione con l’universo, osserva lui come osserva quel tempo, quello spazio, quella generazione che pensava di imitare i padri liberatori del globo dal giogo nazi-fascista, finita invece a celebrare il proprio funerale, il proprio fallimento. Bisognerà aspettare un’altra guerra sbagliata, quella in Iraq, un altro capolavoro come Nella Valle di Elah, per trovare un film altrettanto capace di mostrarci la tragedia di un paese e dei suoi valori. Ma di certo, Il Cacciatore di Michael Cimino, rimane una delle tragedie cinematografiche più potenti e universali di tutti i tempi.

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