The Last of Us – Episodio 3, la recensione di Roberto Recchioni: Fragole per Pistole

The Last of Us – Episodio 3, la recensione di Roberto Recchioni: Fragole per Pistole

Di Roberto Recchioni

Lo ammetto: quando ormai un mese fa ho avuto il piacere di vedere la prima stagione di The Last of Us per intero, dopo i primi due episodi non ero così colpito. Cioè, lo ero per la qualità indiscutibile del prodotto, per la bontà delle regie, per l’accuratezza della messa in scena, per il rispetto del materiale originale, per la profondità delle interpretazioni e per come lo stile e l’approccio che Mazin aveva messo in luce in Chernobyl si sposasse con quanto fatto da Druckmann nel gioco originale.

Però, una parte di me aveva paura che se la serie avesse continuato su quella strada, si sarebbe trasformata in una specie di The Walking Dead ma fatta bene e intelligente. Un elevated Walking Dead, insomma.

Poi sono arrivato al terzo episodio e ho capito che tutti i miei timori erano infondati e che mi trovavo davanti non solo ad un prodotto di intrattenimento di livello stratosferico, ma a un’opera che aveva ambizioni molto più alte e tutti i mezzi per raggiungerle.

Facciamola breve e sgomberiamo il campo: il terzo episodio di The Last of Us sarà, molto probabilmente, la cosa migliore che vedremo in televisione quest’anno ed è, senza ombra di dubbio, una delle cose migliori mai partorite da un network americano in senso assoluto.

Scritto da Druckmann e Mazin, diretto da Peter Hoar (regista i cui precedenti non facevano per nulla pensare che potesse muoversi a un tale livello di eccellenza), Long, Long Time (questo è il titolo dell’episodio), racconta la storia di Bill e Frank, due sopravvissuti all’apocalisse che ha colpito il mondo e che si sono costruiti il loro piccolo giardino felice in mezzo all’orrore. È una storia d’amore tra due uomini barbuti in splendide camicie di flanella e, sostanzialmente, non porta avanti la trama principale della serie quasi in nessuna maniera. Inoltre, praticamente non ci sono mostri, o azione, o momenti di vera tensione. Anche Joel ed Ellie si vedono davvero poco. Ma questo è quello che non c’è. Quello che c’è, invece, sono due esseri umani, con la loro storia, il loro carattere, le loro fragilità, le loro enormi paure e, soprattutto, il loro amore, che nasce nella situazione e nel luogo più difficile, ma trova comunque la maniera di sbocciare e maturare, come le fragole nel campo di Frank. È anche l’episodio che più prende le distanze da quanto narrato dal videogame, trasformando quella che era una piccola storia raccontata attraverso dei dettagli (che qualche giocatore poteva anche essersi perso), nell’assoluta protagonista della narrazione, alterandone anche il senso e il tono. Tanto era disperata e amara la parabola di Bill e Frank nel gioco di Naughty Dog, tanto è dolce e piena di speranza la storia di Bill e Frank raccontata dalla serie televisiva.

E questo è un enorme segno di maturazione del Druckmann autore, che ha saputo capire dove era necessario allontanarsi e riscrivere quello che aveva già scritto, per dargli un taglio nuovo, più profondo e significativo in relazione al linguaggio che stava usando.

Detto questo, è inutile girarci attorno: la puntata è scritta, diretta, fotografata e montata benissimo, ma sono Nick Offerman (Bill) e Murray Bartlett (Frank) e le loro interpretazioni a renderla davvero speciale. Offerman (che dovreste ricordare quantomeno per Parks and Recreation) costruisce un personaggio incredibilmente sfaccettato e pieno di contraddizioni, un ruvido survivalista, fragile come il cristallo, tenero come un orsacchiotto e incazzoso come un grizzly, che vi strapperà il cuore più con le parole che non dirà che con quelle che gli sentirete pronunciare. Quanto a Bartlett (il mattatore della prima stagione di The White Lotus), il suo talento sta esplodendo e lui ne è ben consapevole mentre porta a schermo un uomo risolto nei suoi sentimenti e nella sua sessualità, sicuro, umano, incredibilmente affascinante e seducente, dolcissimo.

L’alchimia tra questi due attori straordinari crea a schermo un rapporto credibile (nonostante l’ambientazione) che parla a chiunque, facendo piangere e ridere come solo le grandi storie d’amore sanno fare.

Ora, avrei la tentazione di definire questo terzo episodio di The Last of Us come una puntata special, se non fosse che, da questo momento in poi, tutta la serie diventerà “special” e ogni coordinata di genere perderà semplicemente senso. La verità è che, dopo i primi due episodi che hanno dato (in maniera eccezionale, sia chiaro) al pubblico quello che il pubblico si aspettava, da questa terza puntata in poi, Mazin e Druckmann spiegano le ali e cominciano a volare davvero, iniziando a raccontare davvero la storia che avevano nel cuore: una storia che non è fatta di mostri ma di esseri umani.

The Last of Us è disponibile in Italia su Sky e in streaming solo su NOW, in contemporanea con gli USA.

QUI trovate tutte le recensioni di TLOU scritte da Roberto Recchioni

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Ma più che altro, arrivederci. Una serie di Apple TV+ che mi sarebbe piaciuto tanto farmi piacere. E invece.

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