M3GAN, la recensione

M3GAN, la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

C’è qualcosa d’inquietante nel vedere oggetti inanimati che prendono vita, soprattutto quando il loro aspetto imita la figura umana. Secondo lo studioso di robotica Masahiro Mori e la sua teoria dell’uncanny valley, esiste un rapporto diretto fra l’estremo realismo rappresentativo di un automa e la crescente repulsione che suscita: in altre parole, la verosimiglianza di un robot sarebbe direttamente proporzionale all’inquietudine che genera nell’osservatore. Ci troviamo nei territori del perturbante freudiano, dove l’angoscia trae origine da un senso di familiarità ed estraneità. Pur essendo antitetiche, queste sensazioni convivono allo stesso tempo: l’automa ha fattezze antropomorfe, ma non è umano, la sua artificiosità resta evidente, e dunque ci spaventa. Nasce anche da qui la fortuna di bambole e pupazzi nel cinema horror, come dimostra la filmografia di James Wan: il regista malese ci ha costruito gran parte del suo immaginario, e M3GAN – di cui Wan è produttore e co-autore del soggetto con la sceneggiatrice Akela Cooper – ha l’intuizione di unire l’esteriorità di una bambola con la tecnologia di un robot, optando così per una fantascienza che rievoca le ansie del nostro presente.

C’è però una grande differenza rispetto ad Annabelle e alle altre bambole del suo cinema (o, se è per questo, a gran parte dei pupazzi che popolano gli horror). Il finto spot televisivo che apre il film lo mette subito in chiaro: M3GAN è una satira, e ha il merito di non prendersi troppo sul serio. Certo, la trama parte da un evento tragico. La piccola Cady (Violet McGraw) perde i genitori in un incidente d’auto e viene affidata alla zia Gemma (Allison Williams), specialista in robotica che crea giocattoli per una grande multinazionale. Sentendosi inadeguata a prendersi cura della bambina, Gemma resuscita un ambizioso progetto che il suo capo le aveva bocciato: una bambola dotata di intelligenza artificiale, con l’aspetto e le proporzioni di una bambina, progettata per aiutare i genitori e fare compagnia ai figli. Cady trae subito grande giovamento dalla sua nuova amica M3GAN, cui Gemma affida l’intrattenimento, l’educazione e la protezione della nipote. Intanto, la compagnia per cui lavora è impressionata dalla bambola, e si prepara a lanciarla sul mercato mondiale. Purtroppo, però, M3GAN comincia a prendere troppo alla lettera le istruzioni della sua creatrice.

Non è difficile cogliere nel film l’estremizzazione di un malcostume reale: quello di lasciare i figli in balia dei dispositivi elettronici, abdicando così al proprio ruolo di guida. Come i vecchi b-movie, è un monito sui pericoli della tecnologia pervasiva, e sulle responsabilità umane nel suo utilizzo. Retorica a parte, il regista Gerard Johnstone confeziona il più classico pastiche dei nostri tempi, fedele ai principi di contaminazione e rielaborazione che attraversano la cultura pop: fantascienza, horror, dramma e commedia si alternano nello stesso film, con influenze che spaziano da Terminator a La bambola assassina. È indubbiamente derivativo – forse troppo – ma quantomeno ha il merito di tenere desta l’attenzione con lo sviluppo graduale della personalità di M3GAN, che alimenta la suspense. Così, nonostante semplificazioni e dialoghi espositivi nel primo atto si sprechino, la sceneggiatura fila senza scossoni per tutto l’arco narrativo, anche grazie a un impiego molto trasparente della metonimia.

Di fatto, siamo più vicini all’horror per ragazzi di R.L. Stine e Piccoli Brividi che alla brutalità dello slasher. Johnstone non indugia sul raccapricciante, quanto sull’ambiguità della bambola, sul timore che ogni minimo sgarbo possa farla scattare. L’uso di effetti pratici favorisce proprio l’inquietudine, poiché associa la rigidità della materia plastica (la giovanissima Amie Donald indossa una maschera per interpretare M3GAN) all’agilità di un corpo umano, come risulta evidente dalle scene di danza. È qui che fa capolino il perturbante, non tanto nelle movenze disarticolate della bambola – peraltro debitrici dei film sulle possessioni – o nelle sue azioni violente. Scimmiottando l’umano senza esserlo per davvero, risulta al tempo stesso riconoscibile ed estranea, familiare e aliena. L’idea vincente, in effetti, è questa: M3GAN gioca con gli stereotipi femminili, incorporando tutto un immaginario di balli e canzoni che risulta straniante rispetto alla sua natura artificiale. La stessa caratterizzazione della bambola, con gli occhioni sproporzionati e i vestitini da scolaretta, alimenta il lato camp della produzione, non a caso già sfruttato come biglietto da visita nei trailer.

È emblematico anche l’utilizzo di Titanium, brano di David Guetta e Sia che M3GAN canta per cullare Cady, messo lì senza preavviso in una scena intimista. Il motivo ricorrente del film sono i contrasti tonali, e l’alienazione che generano. L’idea stessa che un robot aiuti una bambina a elaborare il lutto, dimostrandosi più ricettivo ed efficace della zia, è un paradosso che rivela la nostra inadeguatezza di fronte al dolore altrui. Al di là di ogni possibile implicazione, Johnstone riesce comunque a trarne un intrattenimento onesto e parossistico, pur senza grandi sorprese o innovazioni di sorta. Rispetto ad altri titoli di Blumhouse, non è poco.

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