Anche Io è il dito puntato delle donne contro la società occidentale

Anche Io è il dito puntato delle donne contro la società occidentale

Di Giulio Zoppello

Anche io di Maria Schrader, incentrato sull’indagine che il New York Times fece su Harvey Weinstein da parte delle giornaliste Megan Twohey e Jodi Kantor, arriva nelle sale italiane forte di un consenso unanime della critica americana. Qualcosa che non era così scontato date le attese per una pellicola che di fatto tratta la nascita del movimento Me Too.

Harvey Weinstein, ciò che fece a decine di donne, sono al centro di un lavoro di indagine cinematografica molto ambizioso, curato nei minimi dettagli, lungi dall’essere elegiaco o consolatorio. Per quanto affetto da qualche piccolo difetto, Anche Io è un film sull’importanza del giornalismo di ottima fattura ma soprattutto un esempio di come i vecchi mass media possano ancora ricoprire un ruolo di prima grandezza nella nostra società.

Un Editoriale che ha fatto la storia

Anche Io è prodotto da Brad Pitt, uno dei pochi a suo tempo a prendere di petto Harvey weinstein, personalità tra le più potenti, influenti e temute della Hollywood che fu, un molestatore e stupratore seriale, pochi giorni fa nuovamente condannato a Los Angeles, l’ennesima conseguenza di una lista di ben 82 donne che si sono fatte avanti e lo hanno inchiodato alle sue responsabilità.

Ma tutto questo non sarebbe mai successo senza loro due: Jodi Kantor (Zoe Kazan) e Megan Twohey (Carey Mulligan), infaticabili reporter del New York Times che lentamente, faticosamente, combattendo contro l’omertà e la legittimissima paura delle vittime del capo della Miramax di ritornare nell’occhio del ciclone, di dover rivivere traumi terrificanti, portarono alla ribalta un mondo di violenza e crudeltà.

Era il 5 ottobre 2017 quando uno dei più importanti editoriali, una delle più grandiose manifestazioni della potenza della stampa usciva e scuoteva l’America; ma il film di Maria Schrader fa molto di più: con piglio a metà tra il classico e il semi-documentaristico, lo rende una sorta di simbolo di tutto quello che vi è stato di sbagliato nella supposta superiore cultura occidentale, nella nostra società.

Il Me Too ha cambiato il mondo, venne da chiedersi se solamente in meglio, contando una certa isteria che si è impadronita del nostro storytelling, che ha influenzato il cinema e poi le arti, il linguaggio, ma si tratta delle controindicazioni tipiche di ogni rivoluzione. Perché quella è cominciata sulle pagine di quel numero del New York Times lo è stata veramente, profondamente.

Anche Io ce lo mostra scegliendo fin da subito una struttura narrativa ibrida, dove frequenti sono i flashback e flashforward, con l’intento di darci non solo e non tanto l’idea di quell’inchiesta, ma soprattutto un istantanea dell’universo di potere fatto di ricatti e abusi che regnava incontrastato da tre decenni.

Weinstein, questa è la tesi di fondo difficile da confutare, non è stato semplicemente uno dei tanti satrapi convinti di poter avere a disposizione ogni donna, era la manifestazione di qualcosa di più profondo, di antico, quasi di primordiale.

Un’odissea fatta di paura ed omertà

Maria Schrader dirige con mano sicura e ferma, lentamente e dando ennesima conferma del suo grande intuito visivo, a mano a mano che si procede nella narrazione l’insieme comincia a colorarsi dei toni oscuri, notturni, torbidi quasi fosse una sorta di viaggio negli inferi.

Harvey Weinstein non si vede mai in faccia, si scorge la sua silhouette soltanto nel finale, ed è sempre di spalle, si ode semplicemente la sua voce, vive nei racconti delle donne che da lui sono state molestate, abusate, sovente traumatizzate per tutta la vita. Qualcuno potrebbe magari pensare ad una sorta di derivazione moderna di Barbablù o dell’Orco, ma la realtà è che proprio non mostrandone il volto, non dandogli alcun tipo di interpretazione risulta ancora più terrificante.

Anche Io ne fa il depositario del maschilismo, dell’oppressione genitale che perdura da secoli, la manifestazione di un potere che è autoesaltazione, coercizione, narcisismo patologico, e appare incredibile che nell’America teoricamente progressista del XX secolo alla fin fine tale elemento sia passato in sordina per così tanti anni.

Parallelamente, il film della Schrader ci parla delle difficoltà di essere donna, madre e lavoratrice allo stesso tempo nel nostro tempo, mostrandoci le due reporter alle prese con figli, stress, paura, la necessità di chiedere sempre un supporto in più al consorte. Vi sono quindi tutti gli effetti collaterali di un mestiere, quello di dare notizie e cercare la verità, che negli ultimi anni ha subìto un tracollo qualitativo e semantico non indifferente. Tuttavia il New York Times ha sempre confermato assieme ad altre firme storiche di Oltreoceano, di essere un bastione, una fortezza della democrazia, ma soprattutto di ciò che è il giornalismo americano: il cane da guardia, il persecutore di uomini impotenti e pericolosi.

In tempi moderni pochi lo sono stati come Weinstein e di certo questo film ci fa guardare l’industria cinematografica in modo totalmente diverso, perché tutti sapevano, come ha voluto ricordare dal palco dei Golden globes iconicamente a suo tempo Ricky Gervais, ma tutti stavano zitti, per convenienza o per paura.

Il film giusto al momento sbagliato?

Il cinema americano negli ultimi anni ci ha donato straordinari film tratti da inchieste, quelle che hanno fatto la storia del giornalismo americano e che hanno stravolto l’opinione pubblica, la politica e cambiato la stessa società. Il Post di Spielberg, il Caso Spotlight, The Report sono solo alcuni esempi, ma in America da parte di molti si sta tirando in ballo Tutti Gli Uomini del Presidente, il più grande del suo genere, il film che fissò nell’immaginario collettivo lo scandalo del Watergate.

Onestamente è un paragone che non regge perché il film di Pakula trascendeva dal punto di vista tecnico nonché narrativo il genere, creò una nuova concezione di cinematografia civile, qualcosa che Anche Io non può rivendicare in tutta onestà, anche per certe licenze sentimentali che si prende con troppa facilità.

Ad ogni modo rimane un film molto potente, con contributi che lo rendono qualcosa di simile al documentario da parte di Ashley Judd, Gwyneth Paltrow, e una capacità unica di mettere sul banco degli imputati non solo e non tanto il sistema investigativo, giudiziario statunitense, ma quello della nostra società in generale. Ancora oggi, tantissimi casi di violenza sessuale e abusi vengono risolti mediante mediazioni per l’impossibilità da parte delle vittime di provare ciò che hanno subito sui posti di lavoro, nel privato. SI tratta di una materia molto scottante, molto attuale e ancora lontana dalla risoluzione.

Questo film, può vantare anche un cast di contorno di grande qualità che comprende Patricia Clarkson, Andre Braugher, Samantha Morton e Tom Pelphrey, che con interpretazioni asciutte e scevre da ogni retorica ci donano un quadro potente di cosa sia una redazione, di come si faccia il giornalismo che non guarda in faccia a nessuno. Eppure, al netto della verità che contiene, delle emozioni che sa donare, appare molto difficile che Anche Io possa mirare ad un qualche riconoscimento agli Oscar, che ormai risultano essere sempre più connessi ai favori del botteghino e del pubblico generalista.

Un elemento questo che merita più di una riflessione, perché appare evidente che ad oggi confrontarsi in modo approfondito con la realtà, voler andare oltre gli hashtag o le tendenze social, cozza contro una volontà collettiva di rifiuto, di rigetto.

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