Per quello che è stata l’offerta sul grande schermo per ciò che riguarda l’animazione negli ultimi anni, con Pixar e Disney che si sono impegnate a farci la morale pedagogica ogni 2 per 3 convinte di salvare il mondo (o facendo finta) ci eravamo quasi dimenticati di cosa volesse dire un film d’animazione fatto per divertire, con personaggi ben strutturati, easter eggs e soprattutto tantissima profondità.
Il Gatto con gli Stivali torna e lo fa con un film che è un vero spasso, ma che è anche capace di parlare di temi incredibilmente seri. Lo fa senza mai scadere nel ridicolo o nell’autocompiacimento, ma al contrario guidandoci sulle orme di un protagonista reso vulnerabile, fragile e alle prese con un’evoluzione tutt’altro che semplice e per questo incredibilmente interessante.
Il gatto con gli stivali continua ad essere come sempre stato: un avventuriero scavezzacollo, solitario, innamorato della propria stessa leggenda e soprattutto delle attenzioni del pubblico, che gira di paese in paese facendo i più incredibili disastri ma cavandosela sempre. Beh quasi sempre… la sua ultima smargiassata l’ha portato in casa di un altezzoso governatore, e a risvegliare un terrificante gigante. Ha naturalmente battuto il mostro, ma per il colmo della sfortuna ha comunque bruciato una delle sue nove vite. Piccolo particolare: era l’ottava, di conseguenza gliene resta soltanto una.
Come se ciò non bastasse, un oscuro e terrificante lupo si è messo sulle sue tracce, deciso a prendergli l’ultima in cambio della ricca taglia sulla sua testa. Depresso e senza più alcuna ragione di vita, il nostro eroe accetta di ritirarsi presso una sorta di casa di riposo per gatti. Tuttavia scopre che è un’ultima speranza per lui e per riavere le vite che ha perduto in modo sovente puerile: la stella del desiderio.
Al di là di una foresta magica e pericolosa, giace la stella del desiderio, caduta sulla terra ed in grado di esaudire il desiderio di chiunque sia in possesso della mappa. Peccato che però quest’ultima sia ambita da una marea gli altri personaggi, ma soprattutto dal pericolosissimo e sadico “Grande” Jack Horner, che vuole avere tutta la magia del mondo a sua disposizione.
Oltre a lui, il gatto con gli stivali dovrà vedersela con Riccioli d’Oro e i tre Orsi, la solita Kitty “Zampe di Velluto”, e con al fianco lo strambo e insolitamente candido cagnolino Perrito.
Sarà solo l’inizio di una caccia al tesoro che porterà tutti i protagonisti ad affrontare le proprie paure ma soprattutto i propri desideri e a chiedersi se dietro quello che desiderano non ci sia qualcosa di futile, se forse ciò che potrebbe renderli felici lo hanno ha avuto sempre davanti agli occhi.
Tutto questo ci arriva ad undici anni di distanza dal primo, graditissimo, stand-alone dedicato ad uno dei personaggi lanciatici da Shrek e compagnia, per la regia di Joel Crawford, con una sceneggiatura di Paul Fisher che viene valorizzata dalla stupenda animazione che si connette in modo palese a Spider-Man: Un Nuovo Universo. Parliamoci chiaramente, per quanto connessi ad una potenza produttiva e mediatica probabilmente senza fare, i film di animazione della Pixar e della Disney negli ultimi anni hanno mostrato i primi segni di cedimento. Questo a causa di un’eccessiva ripetitività e una mancanza di volontà di creare qualcosa di veramente divertente, qualcosa che non per forza dovesse insegnare come stare al mondo o dare dei messaggi positivi universali o cercare in un qualche modo di operare una sorta di crociata civile.
Si è perso, e in questo Strange World può essere sicuramente un esempio visti gli scarsi risultati, la capacità di stupire il pubblico, di dare energia, un’estetica che vada oltre il già visto è già noto, ma soprattutto personaggi accattivanti, non per forza sottomessi ad un iter narrativo che ormai pare essere sempre più l’unica cosa che conti. Il Gatto con gli Stivali 2: L’ultimo desiderio non è nulla di tutto questo, rappresenta l’ennesima gemma generata da quel piccolo tempio della creatività mai doma che è la DreamWorks Animation, e basta dare in effetti uno sguardo ai titoli degli ultimi anni per capire di cosa stiamo parlando: I Croods, Il Piccolo Yeti, Trolls World Tour, la saga di Dragon Trainer… non tutti hanno avuto il successo che meritavano o si sperava avessero al botteghino e molto spesso sono stati colpevolmente ignorati dall’Academy o messi da parte in virtù dei titoli più mainstream.
Ma se Il Gatto con gli Stivali 2: L’ultimo desiderio funziona dal primo all’ultimo minuto, è proprio perché alla base vi è un concetto molto semplice: devi far divertire il pubblico, devi dargli qualcosa, ma soprattutto devi avere rispetto dei tuoi personaggi e farli muovere verso una direzione che crei empatia. Il tutto al fine di sorprenderli, di andare oltre il già visto o già noto. Ecco perché Il Gatto con gli Stivali 2: L’ultimo desiderio è un perfetto film per famiglie, ma soprattutto un perfetto film per il target adolescenziale.
Il team di doppiatori è di altissimo profilo, conta naturalmente Antonio Banderas, Salma Hayek, Olivia Colman, Wagner Moura, Florence Pugh, Ray Winstone e Conrad Vernon.
Con scene d’azione divertentissime, strabilianti e incredibilmente accattivanti dal punto di vista visivo, Il Gatto con gli Stivali 2: L’ultimo desiderio tuttavia non è semplicemente un film d’animazione come tanti, perché affronta un tema tutt’altro che secondario: il nostro rapporto con la morte.
Che cosa rende una vita degna di essere vissuta? Davvero il successo, la fama, sono le uniche cose che contano? In che modo le nostre ambizioni andrebbero messe da parte? Dove sta il confine tra sogni e cieco egoismo? Il Gatto con gli Stivali 2: L’ultimo desiderio strizza l’occhio spesso e volentieri non solo a tutto il genere fantasy in generale, con easter eggs, citazioni ed omaggi tra i più disparati ed azzeccati.
Appare quantomeno evidente quanto la sceneggiatura sia in tutto e per tutto una sorta di variazione de il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, così come si strizzi sovente l’occhio anche al cinema di Tim Burton, in virtù di un’atmosfera sovente gotica, oscura, in cui la paura, più che essere una sensazione da donare al pubblico, è un altro elemento narrativo da analizzare.
I vari personaggi, ad eccezione di Big Jack Horner, non sono cattivi, quanto piuttosto egoisti, ognuno chiuso nel suo piccolo mondo chi più chi meno, con il solo Perrito a fungere sostanzialmente da sorta di Heyoka della situazione. Piccolo cagnolino apparentemente ingenuo oltre ogni ragionevolezza, nella realtà è portatore di una visione della vita che avrebbe fatto invidia a un Diogene o un Socrate.
Tuttavia questo insieme di riferimenti, temi e la bellissima modalità attraverso la quale il protagonista soprattutto viene lentamente mutato e si toglie di dosso quell’eterna e un pochino anche ripetitiva area da marcatore mariachi, arrivano piano piano, gradualmente, senza essere irruenta.
Forse il miglior film della DreamWorks dai tempi del primo Dragon Trainer, di certo quello che potrebbe ridare linfa non solo e non tanto alla loro produzione animata, ma in generale a questo genere, che ormai appare tanto affollato quanto scevro di reali elementi di interesse.
Il Gatto con gli Stivali 2: L’ultimo desiderio arriverà in anteprima il 3 e 4 dicembre e dal 7 #SoloAlCinema.