Netflix cerca insistentemente di dare un senso alla tanto annunciata svolta, che vuole prodotti di maggior qualità rispetto alla quantità con cui aveva iniziato il suo percorso, e che l’aveva però progressivamente costretta a fare i conti con una massiccia disaffezione del pubblico.
L’amante di Lady Chatterley è con ogni probabilità il miglior esempio recente di questa volontà artistica, dal momento che alla regista Laure de Clermont-Tonnerre sono stati forniti ampi mezzi, un cast molto interessante e promettente, nonché ampia libertà di manovra.
Il risultato è senza ombra di dubbio diverso da ciò che ci si poteva aspettare, non mancano elementi molto interessanti ma neppure imperfezioni abbastanza evidenti, per quanto poi l’insieme risulti tutto sommato gradevole ma privo di quelle incisività che lo straordinario romanzo di David Herbert Lawrence meriterebbe.
Il grande Lawrence scrisse questo romanzo traendo spunto dalla sua disgraziata vita sentimentale, quasi incolpandosi del fallimento del suo matrimonio con la moglie Frieda von Richthofen, insediata niente po’ po’ di meno che da un ex valoroso capitano dei Bersaglieri italiani (e ti pareva che non c’entravamo noi?) durante il loro soggiorno nel Belpaese. Altre fonti la vedono invece persa in una focosa avventura sessuale con un semplice mulattiere, sempre tra 1920 al 1922, mentre il marito stava vivendo un periodo molto complicato eppur fertile della sua produzione artistica.
L’Amante di Lady Chatterley occupa ancora oggi un posto di primissimo piano nello sviluppo di una diversa concezione e analisi dei rapporti umani, della donna e della sessualità, elemento che fu trattato in modo approfondito ed audace da Lawrence, attirandogli problemi a non finire.
Laure de Clermont-Tonnerr dopo aver convinto moltissimo dietro la macchina da presa nella sua opera prima The Mustang, si mette stavolta alla prova con l’ennesima (l’ottava per essere precisi) trasposizione del libro di Lawrence. Lo fa cercando di donarci un racconto maggiormente incentrato sulla psiche della protagonista, Lady Chatterley (Emma Corrin) intrappolata in un matrimonio di facciata com’era tipico nell’Inghilterra di quei primi anni del ‘900, con Il rispettato ma abbastanza moscio Sir Clifford Chatterley (Matthew Duckett). Costretto sulla sedia a rotelle per le ferite riportate durante la Grande Guerra, Clifford a poco a poco non solo diventa sempre più dipendente dalla moglie, ma comincia paradossalmente ad allontanarcisi, a trascurarla sotto ogni punto di vista. Disperatamente alla ricerca di distrazioni e di un qualcosa di più dalla vita, Lady Chatterley farà la conoscenza del guardiacaccia Oliver Mellors (Jack O’Connell) e grazie lui scoprirà una nuova dimensione di appagamento sessuale e sentimentale, di avere risorse nascoste, ma soprattutto quanto sia importante la libertà in ogni sua forma.
Partiamo col presupposto che ad oggi, tra le tante trasposizioni cinematografiche, solamente due sono risultate veramente soddisfacenti: quella di Just Jaeckin del 1982 con i bravissimi Sylvia Kristel e Nicholas Clay e quella di Pascale Ferran del 2006, in lingua francese.
Per il resto, questo appare ancora oggi come un testo in realtà molto difficile da tradurre in immagini, perché Lawrence fu tanto prodigo di dettagli circa l’interazione tre personaggi, quanto in un certo senso anche stringente e limitante per chiunque volesse in qualche modo portarlo sul grande schermo.
Ed in effetti l’Amante di Lady Chatterley per sfuggire a questo problema, cerca fin da subito di proporsi soprattutto come un film incentrato su una dimensione femminista, o sarebbe meglio dire proto-femminista, in una Inghilterra classista, maschilista e incredibilmente malinconica.
Questa missione realistica viene affidata alla fotografia di Benoît Delhomme, ma soprattutto ai costumi di Emma Fryer e alle scenografie di Liz Ainley, indubbiamente di altissimo livello e curate al millimetro, per darci se non altro visivamente uno spaccato del Regno Unito post-bellico di quegli anni, dove la morale era ancora rigidissima e permaneva un profondo Spirito reazionario.
Tuttavia la Clermont-Tonnerre commette l’errore fin da subito di pensare che sia solo questo a farci trasportare indietro nel tempo e a rendere credibile la messa in scena del film, quando nella realtà tutto sta nell’atmosfera, nel modo in cui si riesce a delineate la quotidianità, l’interazione tra i personaggi, ma più ancora tra i due amanti, molto diversi dal punto di vista sociale e culturale.
Il risultato finale è senza ombra di dubbio ammirevole per le intenzioni, per la volontà di portare i personaggi, questo triangolo così atipico e che scandalizzò l’Europa di quel 1928, verso una sempre più radicale definizione. Tuttavia è come se mancasse il tocco vincente, la credibilità all’insieme.
Jack O’Connell è senza ombra di dubbio uno dei volti emergenti e più interessanti del grande schermo dell’ultimo decennio, lo abbiamo visto dare bella prova di sé in Seberg, Tulip Fever e Money Monster.
Tuttavia ad essere completamente sinceri, forse gli manca non tanto o non solo il fisico del ruolo, quanto la capacità di emanare una certa virilità, un carisma che Lawrence nel suo romanzo aveva reso particolarmente presente. Non difetta invece della capacità di mostrarne fragilità, sensibilità e una tenera goffaggine di fronte a quella donna che spunta nella sua vita all’improvviso, come i funghi nel bosco, e lo sconvolge completamente.
Emma Corrin, armata di una bellezza molto delicata e di una grande espressività, è sicuramente una buona scelta per il ruolo della protagonista, e la sua chimica con O’Connell è di buon livello, sorregge l’insieme soprattutto quando appare evidente che la sceneggiatura di David Magee (non il primo che capita in giro) per quanto robusta, è vanificata dalla regia. Quest’ultima infatti non riesce a rendere credibile ed appassionante l’avvicinamento tra i due, si accontenta di rimanere fin troppo in disparte, fin troppo sicura della potenza dell’insieme e di conseguenza fredda. Ne fa le spese soprattutto il Clifford di Duckett, che non riesce a risplendere nello squallore e nella mancanza di empatia che Lawrence concepì, alla fin fine fa più pietà che altro. L’amante di Lady Chatterley non convince neppure per quello che riguarda gli aspetti più problematici di una relazione che se non altro risplende nell’aspetto carnale, di scoperta e di rinascita emotiva e fisica. Alla fin fine l’impressione è la stessa che ci ha lasciato la Miss Marx di Susanna Nicchiarelli: un racconto al femminile piacevole ed elegante, ma più forma che sostanza, privo di una vera audacia, di una volontà di farci perdere dentro quel turbinio di emozioni che lo straordinario scrittore inglese ci regalò quasi 100 anni fa.