Avatar: La via dell’acqua – Recensione

Avatar: La via dell’acqua – Recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Il matrimonio tra narrazione e tecnologia è un idillio che plasma il cinema più di ogni altra forma d’arte, poiché ne influenza il linguaggio e ne traccia l’evoluzione storica. James Cameron ha trascorso tutta la sua carriera mediando tra questi due valori, convinto che debbano operare in simbiosi: soprattutto a partire da The Abyss, infatti, gli avanzamenti tecnologici sono sempre stati necessari a raccontare le sue storie, indipendentemente da quanto tempo servisse per ottenerli. Non a caso, la meraviglia tecnica di Avatar: La via dell’acqua è il risultato di un’attesa lunga tredici anni, durante i quali Cameron ha affinato la performance capture e l’ha adattata alle riprese subacquee, trovando un compromesso tra le sue passioni più accese: da un lato il mare (già esplorato in documentari come Ghosts of the Abyss e Aliens of the Deep), dall’altro i prodigi del digitale.

E questo sequel è senza dubbio un prodigio, soprattutto dopo anni in cui la qualità della CGI è progressivamente diminuita nei blockbuster hollywoodiani. In tal senso, è come se Avatar: La via dell’acqua esistesse in un universo a parte: invece di affrettare la lavorazione come accade spesso ai franchise più remunerativi, Cameron si è preso interi anni per sviluppare il sequel, post-produzione compresa, e l’esito è davvero sontuoso. La solidità materica della grafica computerizzata non ha eguali, e permette non solo di rendere credibile la rigogliosa natura di Pandora, ma anche di integrare CGI e live-action in modo pressoché impeccabile. D’altra parte, una simile qualità tecnica era necessaria alla resa della storia: ora che Jake Sulley è diventato un Na’vi, i personaggi umani sono ancora più marginali, e la stragrande maggioranza del film è immersa in un sogno digitale.

Questioni di famiglia

In effetti, La via dell’acqua ci costringe ad assumere il punto di vista altrui – quello dell’alieno – senza un avvicinamento graduale, poiché Jake è ormai integrato tra i nativi e l’unico personaggio terrestre degno di nota è Spider, bambino cresciuto su Pandora dagli scienziati rimasti. È ovviamente lui l’epicentro dei conflitti morali, diviso com’è tra le spinte della natura (è pur sempre figlio di umani) e della cultura (cresciuto tra i Na’vi, ne condivide la lingua, le usanze e persino gli istinti). Jake e Neytiri hanno tre figli biologici – Neteyam, Lo’ak e Tuktirey – e una figlia adottiva, Kiri, nata misteriosamente dall’avatar di Grace Augustine. La loro vita trascorre pacifica, finché i terrestri non ritornano su Pandora con grandi risorse militari e industriali. La mente del Colonnello Quaritch e dei suoi soldati defunti viene trasferita nei corpi di avatar Na’vi, decisi a dare la caccia a Jake per punirlo del suo tradimento. Di fronte a una minaccia inarrestabile, l’ex marine decide di cercare rifugio con la sua famiglia presso i Metkayina, un clan del sud che vive a contatto col mare.

Impegno e ingenuità

I 190 minuti del sequel sono nettamente suddivisi in tre atti, laddove il primo è quasi un’appendice del film originale, mentre il secondo introduce le novità ambientali e tecniche di questo capitolo. Le riprese subacquee sono spettacolari, e rappresentano il punto di convergenza tra le ossessioni di James Cameron e il suo impegno civile. La valorizzazione delle culture native si unisce qui alla lotta per preservare la biodiversità degli oceani, come dimostra l’attenzione riservata ai Tulcun – sorta di balenottere che solcano i mari di Pandora – e al loro legame empatico con i Metkaina. Ritorna così la retorica del buon selvaggio, piuttosto arretrata sul piano antropologico, ma utile per innescare il contrasto tra carnefici e vittime, colonizzatori e colonizzati. Se già il primo film si rifaceva al western revisionista, Avatar: La via dell’acqua sembra intercettare la sensibilità crescente per le condizioni degli oppressi, facendosi ovvia metafora di come l’Occidente sottragga risorse e sradichi culture che non gli appartengono.

Il limite di questa rappresentazione non è ideologico, ma creativo. Per mettersi al servizio della metafora, Cameron non tenta nemmeno di immaginare una cultura realmente aliena, un “altro da sé” scorporato dall’esperienza umana, ma prende di peso usanze già note per applicarle ai Na’vi. Utile al suo discorso, certo, ma un po’ troppo semplicistico. L’elementarità della visione è palese anche nei rapporti tra i personaggi, che replicano dinamiche già viste – il figlio perfetto e quello ribelle, la persecuzione dei nuovi arrivati, la figlia adolescente che s’interroga sulle sue supposte stranezze… – e conflitti prevedibili. Ben lungi dall’essere un esempio di dramma familiare maturo (come sostenuto dallo stesso Cameron), Avatar: La via dell’acqua rievoca il vecchio cinema romantico, con le sue caratterizzazioni schematiche e le sue trame ingenue. Se paragonato ad altri blockbuster contemporanei – qualità tecnica a parte – si pone sul medesimo solco: la tendenza a infantilizzare il pubblico è la stessa.

Il cuore nella macchina

Anche per questo, l’intreccio è subordinato all’esperienza visiva, al puro godimento delle immagini. Uno spettacolo assuefacente, come il 3D, la cui raffinata profondità sbalordisce soprattutto nelle prime battute, prima di convertirsi in abitudine. Inutile dirlo, ma il contesto e gli strumenti tecnici influenzano moltissimo la fruizione: bisogna vederlo sullo schermo migliore possibile, perché Avatar offre un’esperienza pienamente cinematografica, inscindibile dallo spazio della sala (come dovrebbe essere per ogni film, ma la natura di questa produzione ne giova ancor di più). Cameron è uno che crede ancora all’importanza del cinema come luogo fisico, e si vede. Il problema è che, incoraggiato dall’enorme successo precedente, non osa cambiare troppo. La via dell’acqua, in fondo, ricalca i passaggi basilari del primo film, sostituendone gli elementi costitutivi con altri di pari valore: l’Amrita al posto dell’Unobtainium, gli esoscheletri acquatici invece di quelli terrestri, gli animali marini al posto di quelli volanti, il Quaritch in versione Na’vi al posto dell’originale umano, e così via. Funziona meglio quando lascia parlare le immagini, come nel rapporto tra Lo’ak e il Tulcun rinnegato.

È in momenti del genere che, alla lunga, il film riesce a sfondare la resistenza del pubblico e divenire toccante, almeno in due o tre passaggi essenziali. Il resto è – di nuovo – un grande spettacolo di stampo convenzionale, anche nel modo in cui Cameron gira l’azione: la sua padronanza è notevolissima, curata al millesimo di secondo, ma non tenta mai di forzare i limiti del linguaggio cinematografico, nonostante la tecnologia a sua disposizione. Da questo punto di vista, è forse vero che il regista canadese guarda soprattutto a DeMille e alla stagione aurea di Hollywood, traslandoli nell’era digitale. Il suo cinema è sempre stato alla ricerca del cuore dentro la macchina, dell’umanità nascosta fra le pieghe della tecnologia: per lui, l’immagine virtuale serve a far emergere un sentimento, non a soffocarlo in un afflato post-umano, come accade altrove. È per questo che punta moltissimo sulla performance capture, trasferendo su volti artificiali ogni minima espressione degli attori. Tutto il resto ha un ruolo ancillare, e Cameron si accontenta di narrare una fiaba avventurosa dal nobile sottotesto ambientalista, dove la famiglia non è necessariamente basata sui legami di sangue, e culture diverse si uniscono per il bene comune. La contaminazione, insomma, non è solo tra reale e virtuale.

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