Willow: la recensione della serie Disney+

Willow: la recensione della serie Disney+

Di Marco Triolo

Finora, su Disney+ Lucasfilm è stato sinonimo di Star Wars. Ora, lo studio fondato da George Lucas fa un primo grosso tentativo di differenziazione, puntando su un marchio che chi è cresciuto negli anni ’80 conoscerà molto bene, ma che risulterà oscuro per tutti gli altri: Willow.

Il film originale, diretto da Ron Howard, rappresenta il tentativo più diretto di adattare Tolkien sul grande schermo da parte di Lucas, autore del soggetto. Uno che già con la trilogia di Star Wars aveva guardato al fantasy, mescolandolo però con la sci-fi a fumetti di Flash Gordon e il western, per creare qualcosa di originale e molto personale. Willow era invece il più classico dei fantasy: un mondo pseudo-medievale, popolato di umani, nani, troll, draghi e stregoni, in cui un protagonista improbabile – praticamente Bilbo o Frodo Baggins – era costretto a lasciare le comodità del suo villaggio – la Contea – per affrontare un’avventura più grande di lui e uscirne da eroe. In questo caso, al posto dell’Anello da gettare nel Monte Fato, c’era un bebè, approdato da un fiume, come Mosè, in un villaggio di pacifici Nelwyn. C’era ovviamente anche Biancaneve: la bambina, Elora Danan, era destinata a soppiantare la malvagia regina Bavmorda, e per questo la regina la voleva morta.

In più, Lucas e Howard ci misero un tono più smaliziato della media, meno classicamente tolkieniano e più starwarsiano nella scrittura dei personaggi. Warwick Davis, già l’Ewok Wicket ne Il ritorno dello Jedi (e nei due spin-off sugli Ewoks), e Val Kilmer si mangiano il film, e gli effetti visivi all’avanguardia – fu rivoluzionario l’uso del morphing in CGI – fanno il resto, consegnando alla storia un piccolo ma tenace film, che si è scavato un posto nella memoria cinematografica.

Ma noi siamo qui per parlare della serie. E dunque? Iniziamo col dire che rivedere Warwick Davis è sempre un piacere. L’attore, che era veramente giovanissimo quando recitò nell’originale (e nel terzo Star Wars), è invecchiato benissimo e, non appena lo ritroviamo negli abiti di Willow, il tempo sembra essersi fermato, a parte qualche capello grigio in più. Costumisti e scenografi fanno un grande lavoro per inserire questo sequel nello stesso, coerente mondo dell’originale. Ed è encomiabile il fatto di voler puntare su una nuova generazione di protagonisti, tutti ben delineati, e soprattutto su una struttura più corale del film originale, con una vera e propria “Compagnia dell’Anello” impegnata in una quest eroica attraverso i vari territori che compongono il mondo di Willow (compresi alcuni famigliari a chi ha visto il film).

Eppure Willow potrebbe essere l’esempio perfetto di risultato inferiore alla somma delle parti, e forse lo si deve, almeno in parte, a una certa ripetitività degli scenari e delle situazioni. Spesso gli episodi si concludono con il rapimento di uno dei protagonisti, puntualmente salvato nell’episodio successivo. Si ha la netta impressione che, come spesso accade in questi casi, il materiale sia stato espanso per arrivare alla lunghezza di una serie standard (otto episodi).

Eppure gli ottimi spunti non mancano e si vede che Jonathan Kasdan e il suo team di sceneggiatori si sono dati da fare per cesellare per bene i protagonisti e le loro dinamiche di gruppo. Forse però hanno esagerato in un senso: tutti quanti, a parte un paio di eccezioni, sono piuttosto antipatici e a volte persino meschini. Una scelta consapevole – d’altro canto era così anche Madmartigan, l’anti-eroe interpretato da Val Kilmer – che, però, alla lunga mette i bastoni tra le ruote alla coesione del gruppo, anziché sottolineare la maturazione dei singoli personaggi.

L’altro problema è che manca un serio world-building. Il film originale viveva di suggestioni, non approfondiva niente perché non ne aveva il tempo o i mezzi, e si accontentava di funzionare in un mondo fantasy classico e per questo comprensibile a tutti. Qui l’intenzione è quella di espandere quel mondo, ma il risultato è farraginoso e non dà l’idea che fuori dalle mura di Tir Asleen si agiti un universo complesso e vitale. Col risultato che la serie, anche se certamente programmata nei dettagli a monte, sembra andare a braccio, inventandosi ogni volta nuovi posti che però sembrano slegati dai precedenti, senza una chiara mappa del mondo di cui dovrebbero fare parte.

Detto questo, la serie è comunque abbastanza piacevole e Amar Chadha-Patel, interprete dell’opportunista Boorman (praticamente una variazione sul tema Madmartigan), è una bella scoperta. Tony Revolori, il Flash Thompson dei nuovi Spider-Man, funziona benissimo nel ruolo del principe nerd, aspirante stregone a sua volta, mentre Erin Kellyman (Solo: A Star Wars Story, The Falcon and the Winter Soldier) è una conferma. Le potenzialità ci sono perché un’eventuale seconda stagione – che sembra inevitabile, almeno dal punto di vista della narrazione – possa fare tesoro degli errori della prima e risultare più coesa ed emozionante.

Willow è disponibile su Disney+. Guardate anche:

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