Tori e Lokita, la recensione del film dei Fratelli Dardenne

Tori e Lokita, la recensione del film dei Fratelli Dardenne

Di Lorenzo Pedrazzi

Mentre la Fortezza Europa serra i ranghi attorno alle sue mura, l’occhio umanista di Jean-Pierre e Luc Dardenne continua a inquadrarne le crepe. All’ombra di quei bastioni, dove la libera circolazione dei popoli è soppressa e criminalizzata, il loro cinema trova una storia che è la sineddoche dei nostri tempi: Tori e Lokita, fratelli di vita ma non di sangue, sono l’emblema dell’emarginazione sociale, le vittime (non passive) di un’istituzione che rifiuta valori basilari come accoglienza, solidarietà ed empatia.

Nativo del Benin, Tori (Pablo Schils) è considerato un “bambino-strega” nel suo paese d’origine, quindi ha ottenuto lo status di rifugiato. Lokita (Joely Mbundu) è invece una ragazza del Cameroon che è giunta in Europa per cercare lavoro e aiutare la sua famiglia in patria. Si fingono fratello e sorella per consentire a Lokita di regolarizzare la sua permanenza in Belgio, ma il loro rapporto supera di gran lunga i legami familiari: si vogliono bene come se fossero cresciuti insieme, e non possono fare a meno l’uno dell’altra. Purtroppo, alla ragazza non vengono concessi i documenti, ed è costretta a vendere droga con Tori per guadagnare qualche soldo. Betim, lo spacciatore per cui lavora, le propone un accordo: se accetterà di curare le piantagioni di cannabis per tre mesi, rinchiusa in un hangar senza la possibilità di uscire, le farà avere dei documenti falsi. Lokita accetta, ma la separazione da Tori diviene ben presto insopportabile.

Le derive del colonialismo

Non c’è dubbio che Tori e Lokita si ponga in continuità con l’impegno civile dei Fratelli Dardenne, registi che da tre decenni esplorano le vite degli “ultimi”, i dimenticati della società occidentale. In questo caso, però, i due cineasti sembrano contribuire a un dibattito più ampio, tutto interno ai paesi francofoni: la coscienza franco-belga, infatti, deve fare i conti con gli effetti a lungo termine del colonialismo, e con quell’insieme di tradizioni e superstizioni che risultano tanto incomprensibili per la razionalità europea. Era palese già nell’ottimo Saint Omer di Alice Diop, mentre qui il riferimento ai “bambini-strega” africani – per quanto secondario – non è certo casuale.

Questa incomunicabilità tra culture nasce dall’incapacità europea di aprirsi all’esterno, e di accettare le proprie responsabilità storiche: le situazioni da cui fuggono i migranti, non dimentichiamolo, sono spesso il frutto delle ingerenze occidentali sul suolo africano. In tutta risposta, le istituzioni europee – e quelle locali – sono solo in grado di perseguitare e incolpare, come dimostra la scena in cui Tori e Lokita vengono fermati dalla polizia. Il crimine diviene l’ultima risorsa per sopravvivere, sfociando persino nella riduzione in schiavitù. L’Occidente rifiuta i cosiddetti “clandestini”, ma non si fa problemi a rivolgersi a loro per il lavoro sporco. I Dardenne hanno il merito di mettere in luce queste contraddizioni senza mai scivolare nel didascalico, né nel bieco pietismo: l’asciuttezza del loro cinema evita i rischi della commiserazione autocompiaciuta.

Soli, insieme

In effetti, Tori e Lokita racconta con sobrietà una storia che altrove sarebbe apparsa ricattatoria e melodrammatica. Quello dei Dardenne è un cinéma vérité che getta un ponte tra il documentario e il romanzesco, senza mai dare l’impressione di svolgersi in una realtà che non sia la nostra. Lo fa con tenerezza, ma anche con tragica lucidità. Nel rapporto fra Tori e Lokita possiamo rintracciare la concezione rilkiana dell’amore come incontro fra due solitudini, sempre più comune in un mondo dove l’isolamento sociale è diventato la norma. Il viaggio spaventoso verso l’ignoto li ha avvicinati, e il confronto con un ambiente ostile ha alimentato la loro unione. Il bimbo e la ragazza sono ormai una cosa sola, come le loro voci quando cantano insieme Alla fiera dell’est (imparata in un centro d’accoglienza in Sicilia) per l’ignara clientela di un ristorante.

La banalità dell’orrore porta i Dardenne a sfiorare territori inattesi, quelli del thriller e del dramma criminale, ma con un senso del pudore che risponde alla loro etica: la violenza è solo suggerita, mai mostrata, poiché resta sempre fuori campo. Ritrarre in primo piano gli snodi più raggelanti della trama non aggiungerebbe nulla, la realtà è già terrificante di per sé. Il loro cinema è morale, ma non moralistico: vuole lasciarci sulla pelle una rabbia giusta, una propensione all’agire che superi la mera indignazione, e si trasfiguri in lotta. Il nostro compito è fare in modo che non restino inascoltati.

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