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Pinocchio tra due mondi: la recensione del film di Guillermo Del Toro e Mark Gustafson

Pubblicato il 25 novembre 2022 di Lorenzo Pedrazzi

Quella di Pinocchio è una storia che, prendendo in prestito una nota espressione di Umberto Eco, potremmo definire “sgangherata e sgangherabile”. Il romanzo di Collodi possiede infatti le caratteristiche basilari di un’opera cult: se ne isolassimo i singoli momenti o personaggi – Mangiafuoco, il Paese dei Balocchi, la Balena… – essi non perderebbero il loro valore, ma resterebbero sensati e riconoscibili per chiunque. Da opera letteraria, Le avventure di Pinocchio si è quindi trasformata in archetipo universale, nonostante affondi le radici in un contesto storico-sociale molto specifico (la Toscana del Granducato, o poco dopo l’Unità d’Italia). La sua sorte, insomma, è stata la stessa di numerose fiabe, con le quali viene erroneamente confuso: attraverso la condivisione transgenerazionale, la storia di Pinocchio viene rielaborata, filtrata dalle culture di tutto il mondo, e riproposta in accordo alle sensibilità più disparate.

È proprio ciò che accade nel film di Guillermo Del Toro e Mark Gustafson, progetto cullato dal regista messicano per circa un quindicennio, e resuscitato da Netflix quando nessun altro era disposto a finanziarlo. La trovata innovativa risiede anzitutto nell’ambientazione temporale, che passa dall’Ottocento al ventennio fascista: è qui che troviamo lo stimato falegname di un paesino toscano, Geppetto, impegnato a svolgere diversi lavori per la gente del posto: è opera sua, ad esempio, il grande crocifisso della chiesa locale. La tragica morte del figlio Carlo, però, fa cadere il pover’uomo in una spirale di alcol e senso di colpa. All’apice della disperazione, Geppetto intaglia un pupazzo in ricordo del bambino, cui una misteriosa fata dei boschi decide di infondere la vita: nasce così Pinocchio, fanciullo di legno incuriosito dal mondo e insofferente alle regole. Sebastian, il grillo che abitava nel tronco usato per costruirlo, ne diviene la guida morale. Tenerlo lontano dai guai non sarà facile: uno spietato impresario circense, il Conte Volpe, vuole infatti renderlo protagonista dei suoi spettacoli, e anche il regime fascista mette gli occhi su di lui.

La morale ribaltata

Se l’Italia fatica moltissimo a elaborare le colpe del ventennio, lo sguardo esterno di Del Toro ha un merito indubitabile: può agire senza le sovrastrutture politico-sociali del nostro Dopoguerra, e fare con naturalezza ciò che all’opinione pubblica italiana, troppo spesso, riesce difficile. Non dovrebbe esserci nulla di strano nell’usare Pinocchio per ridicolizzare Mussolini, eppure stiamo certi che qualche mugugno salirà dai banchi della politica, e non solo. Il punto è che Del Toro ha l’intuizione giusta: ambientare la storia di Collodi durante il fascismo significa infatti ribaltarne la morale. Di fronte a un regime che impone l’obbedienza come valore fondamentale (al punto da scriverlo a lettere cubitali ovunque), la disobbedienza di Pinocchio è un atto rivoluzionario. Non a caso, i punti di svolta della trama coincidono con la rottura delle regole.

In questa versione, il burattino – o marionetta per essere precisi – non deve subordinare sé stesso all’autorità genitoriale, e il sacrificio non ha nulla a che fare con l’etica del lavoro. Lui, Geppetto e il grillo Sebastian formano un nucleo paritario, fondato sulla solidarietà e sull’amore. Rompere le gerarchie è un ulteriore atto rivoluzionario, nell’Italia militarizzata del fascismo. Del Toro ci ha abituati a racconti fantastici sullo sfondo di grandi eventi storici (persino in regie altrui come Scary Stories to Tell in the Dark e Cabinet of Curiosities), ma non sempre l’ambientazione valorizza l’intreccio e aggiunge sottotesti. Stavolta, invece, ha un ruolo determinante. Nonostante alcune sfumature macchiettistiche – comunque inevitabili per un occhio forestiero – il cineasta messicano prende sul serio la drammaticità del regime, e ritrae Pinocchio come un virus nel sistema. Deride il potere con spirito infantile, ma sa anche prendere decisioni adulte quando giunge al culmine del suo viaggio.

Il Pinocchio dei due mondi

Va da sé che l’adattamento è piuttosto libero, non solo per l’ambientazione. La sceneggiatura di Del Toro e Patrick McHale trova una giustificazione creativa sia per il ruolo del grillo parlante sia per la continuità fra Carlo e Pinocchio, lavorando sui rimandi interni. Al contempo, taglia o ricombina alcuni personaggi al fine di costruire una propria versione della storia, che acquisisce una struttura meno episodica: nel Conte Volpe, ad esempio, confluiscono tanto Mangiafuoco (l’impresario che vuole sfruttare Pinocchio) quanto il Gatto e la Volpe (i profittatori che tentano di raggirarlo, simboli del malaffare). Ma la rilettura è ben più profonda del mero intreccio narrativo. Nel trasporre il romanzo, Del Toro fa appello a un gusto molto personale, che sfiora il macabro in alcune sequenze – come il risveglio del burattino con il suo corpo disarticolato – e persino l’eresia in altre, quando Pinocchio si paragona a Cristo e ne imita la posa sulla croce. La metafora cristologica è indubbia, ma priva di forzature.

A parte questo, l’idea di fantastico che attraversa il film ha poco in comune con il cristianesimo, quanto con il folclore mesoamericano. Stesso discorso per la concezione dell’aldilà e della morte, vista come una condizione naturale che si alterna alla vita, non come una prospettiva tetra. In fondo, il Día de Muertos messicano è fondato su una visione animista che attribuisce un’anima a tutti gli elementi della natura: non c’è quindi da stupirsi che anche un ciocco di legno possa prendere vita e avere un’anima propria. Del Toro, insomma, ne fa una rilettura personale sia in termini emotivi sia culturali, dimostrando l’universalità di Pinocchio e la sua permeabilità alle influenze esterne (come già aveva fatto Tolstoj con la sua riscrittura del 1938, Buratino e la chiavetta magica).

L’adattamento è talmente ricco e stratificato da farci sorvolare anche sui deboli intermezzi musicali, che nulla aggiungono al resto. Basta vedere la dedica finale per rendersi conto di quanto Del Toro ci tenesse a questo progetto, e di cosa significhi l’opera originale per la sua formazione. L’idea stessa di farne un film a pupazzi animati è frutto della sua sensibilità, e si accorda con la natura di Pinocchio: come la magia della Fata gli dà vita nella storia, quella del cinema lo anima sullo schermo. È anche in questa coincidenza tra forma e contenuto che il Pinocchio di Guillermo Del Toro trova la sua materia di espressione, con cui parlare un linguaggio realmente politico e universale.