Se Blonde vi mette in difficoltà non vi preoccupate: è perfettamente normale

Se Blonde vi mette in difficoltà non vi preoccupate: è perfettamente normale

Di Giulio Zoppello

Era facile prevedere che un film così particolare e diverso dalla norma sia dal punto di vista estetico che dal punto di vista narrativo come Blonde avrebbe chiaramente diviso pubblico e critica. Ma certo nessuno si poteva aspettare che appena reso disponibile su Netflix, avrebbe dato via ad una contrapposizione tanto aspra e netta, tra chi lo indica come un vero e proprio capolavoro, e chi invece come un’opera superficiale, semi-pornografica e per certi versi addirittura maschilista.

Marilyn Monroe, il suo mito, rimangono ancora oggi fortissimi, ma di certo questa contrapposizione nasconde ben più di una mera divergenza di opinioni.

Una donna prigioniera del suo tempo

Norma Jeane Mortenson Baker. Questo Il vero nome di Marilyn Monroe, la diva, il sex symbol, la donna più famosa del XX secolo, la bionda, più che un volto una specie di totem dentro cui da decenni, anche dopo la sua morte, si agitano sogni, simboli, contraddizioni e il concetto stesso di femminilità nella cultura occidentale. Oppure no?

Blonde di Andrew Dominik a tratti sembra senza ombra di dubbio quasi un film dell’orrore, o un thriller allucinato, mentre ci mostra la sua Marilyn, presentandosi come un biopic assolutamente atipico, perché connesso a un romanzo, ma soprattutto alla votato dimostrazione di una tesi: Marilyn Monroe in realtà non è mai esistita

Ana De Armas, che anche i detrattori della pellicola riconoscono essere autrice di una performance di altissimo livello (che quasi sicuramente non verrà considerata dall’Academy), ha dato forma e voce a quella ragazza persa dentro un mondo che la usò, di cui ancora oggi (se uno ci pensa) ci sono arrivati soprattutto film in cui interpretava bene o male sempre lo stesso personaggio: la bionda.

Marilyn era un concentrato di sesso reso omogeneo, normalizzato, slegato da ogni possibile personalità diversa dalla norma, plasmato secondo la fantasia conservatrice dell’uomo medio.

Blonde ha avuto senza ombra di dubbio il grande merito di ricordare a tutti, che Marilyn costò a Norma la possibilità di essere un attrice vera, di mettersi in gioco con ciò che più amava fare: essere qualcun’altra. Avremmo potuto forse avere una Marilyn diversa in un’altra epoca, non poi tanto diversa delle varie Scarlett Johansson, Angelina Jolie, Penelope Cruz o Salma Hayek che abbinano fascino a libertà artistica.

Ma Blonde ci ricorda che no, eravamo nell’America degli anni ‘50 e inizio anni ‘60, il pubblico voleva una Bionda e una Bionda ebbe, non importava se pura apparenza, mera finzione, spot eterno del piccolo schermo che distruggeva la sua portatrice.

Blonde


Un regista che non coccola il suo pubblico

Alla fine forse la realtà è che il pubblico e la critica americani, bene o male ancora oggi avvolti da un bigottismo totale verso il sesso ed i suoi significati, la carnalità, ma soprattutto nell’ipocrisia della loro società, Blonde non lo possono accettare. Non ancora.

Non sono ancora pronti a mettersi in discussione e riconoscere che così è stato, così lei ha dovuto vivere e morire, questo le è stato fatto. Il che poi ci porta a ragionare più profondamente sulla natura stessa del biopic hollywoodianamente inteso anche in tempi moderni.

Pensate sia un caso che a un film come Bohemian Rhapsody, una delle biografie cinematografiche più false, ruffiane e commerciali di sempre, sia arrivato tanto amore, mentre invece a Blonde si tirino i sassi? Certo, si può discutere sul fatto che Joyce Carol Oates abbia modificato, dato un’impronta personale mentre descriveva la tragica vita di questa donna, ma è inutile ingannarci: per quanto alcuni nomi, fatti, siano stati modificati, l’essenza semantica, la verità nella tragedia dentro la vita di Marilyn è rimasta intatta.

È il film che risparmia nulla suo spettatore, lo costringe ad affrontare la verità. 
Pensate oltre al film dedicato a Freddy Mercury, agli altri su Billie Holiday, Aretha Franklin, Tupac, Notorius B.I.G., gli N.W.A., Elton John, Jeremy Camp e da ultimo Elvis. Quale di questi lo ha fatto? Perché hanno tutti una cosa in comune: bene o male, che sia apertamente o di rimessa, celebrano ad ogni modo il mito, cercano quasi sempre un happy end salvifico ed emotivo, ci parlano soprattutto dell’immortalità del simbolo, rispetto alla realtà biografica. Blonde invece ha fatto esattamente il contrario, ha separato il volto dalla maschera, ci ha tolto l’illusione del sogno americano, ha spogliato l’idolo dei suoi gioielli e distrutto l’altare. E questa è una cosa che per l’autoindulgenza e il narcisismo insito nella cultura americana, risulta essere un peccato imperdonabile.


Blonde

Il volto scomodo dell’ipocrisia americana

Blonde in ultima analisi, è quindi un film sulla bugia che inseguiamo credendo al mondo dorato delle star, al loro essere diversi dalla norma, qualcosa o qualcuno da invidiare, adorare, rendere oggetto dei nostri desideri e delle nostre sensazioni.

La verità è che tutta l’esistenza di Norma in certi momenti appare quasi più connessa al Faust, all’aver stretto un patto con un diavolo che ha molti volti e nomi, sono tutti quelli degli uomini con cui ha avuto a che fare.

Blonde sarebbe spinto? No, è solo vero. Gli abusi, gli stupri, le molestie che subì non sono poi tanto diverse da quelle in virtù dei quali alla fin fine per reazione è nato un movimento come il Me Too, che ha avuto sicuramente grandi meriti ma anche limitato la portata degli errori ai singoli, ad un sistema visto come industriale e non culturale e collettivo. 
Il film di Andrew Dominik è invece un dito puntato contro la società americana, che in realtà non è cambiata, non cambia mai, continua a nutrire il proprio bigottismo ipocrita di corpi, curve, di un sesso che è ovunque ma non deve essere mai nessun luogo.

Perché criticare un film per qualche scena di nudo? Sarebbe svilente? Cosa hanno di diverso da quelle che hanno fatto diventare mito Sharon Stone, Kim Basinger o Eva Green? La finalità. Si è parlato di oggettificazione della donna quando nella realtà, il corpo di Marilyn viene usato proprio per spiegare tale fenomeno, non per onorarlo. Sull’accusa di essere un film anti abortista meglio non entrare neppure nel merito di quanto sia semplicemente una cosa assurda, quanto piuttosto invece vi sia l’ennesima prova di come si cerchi in un certo senso di definire cosa significhi essere donna a priori.

Questo è un film disturbante, che aggredisce lo spettatore, ci mostra la terrificante realtà di una vita sacrificata all’industria dello spettacolo, a chi la comandava. A noi, che ancora oggi continuiamo a volere la stessa cosa: una Bionda. A qualsiasi costo.




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