La recensione di Inverso – The Peripheral: una premessa intrigante forse non basta

La recensione di Inverso – The Peripheral: una premessa intrigante forse non basta

Di Marco Triolo

William Gibson è considerato uno dei padri dei Cyberpunk, genere letterario che travolse la fantascienza negli anni ’80, con i suoi mondi virtuali e le metropoli caotiche e corrotte, in cui si muovono protagonisti dipendenti dalle sostanze e dalla tecnologia. Da uno dei suoi ultimi lavori, Inverso, primo romanzo della cosiddetta “Jackpot Trilogy”, nasce la nuova serie prodotta da Lisa Joy e Jonathan Nolan per Prime Video, e creata da Scott B. Smith (Soldi sporchi).

La premessa di Inverso – The Peripheral è molto intrigante: siamo nel 2032 e i visori per la realtà virtuale sono ormai beni di consumo di massa. I fratelli Flynne e Burton Fisher (Chloë Grace Moretz e Jack Reynor) sono dei genietti delle “simulazioni”, i video game virtuali con i quali si mantengono e pagano le cure alla madre, rimasta cieca per un male non meglio identificato. Un giorno, Flynne accetta di prendere il posto di Burton in una simulazione avanzata, alla quale si connette grazie a un nuovo tipo di congegno neurale privo di visore (pensate allo Squid di Strange Days). La simulazione è incredibilmente realistica e fin troppo violenta: Flynne vorrebbe lasciarla, ma presto scopre che forse non è affatto una simulazione. Ed è proprio così, perché nel 2099 è stata ideata una tecnologia per collegarsi a livello quantistico con i computer del passato, e forze oscure tramano in un mondo devastato dai cambiamenti climatici. Flynne e Burton si ritrovano presto ad affrontare una cospirazione più grande di loro.

Sulla carta, un plot del genere equivale a grande divertimento, con quel sapore da fantascienza high concept che ha reso speciale Westworld (per lo meno la prima stagione). Qui il mistero è da subito svelato (non temete, non avete appena letto uno spoiler micidiale nella sinossi), ma questo in sé non è un problema: a Smith interessa poco il “cosa” e molto il “perché”. Il segreto, insomma, non è tanto il fatto che la simulazione non è una simulazione, ma le ragioni per cui le menti fredde e calcolatrici del Research Institute, il conglomerato della Londra del 2099 con cui i Fisher si scontrano, siano così interessate al passato. Lentamente, inoltre, Smith esplora la Londra futura, un luogo dominato da statue gigantesche, dagli scopi inizialmente imperscrutabili, e scarsamente popolato per ragioni che verranno via via rivelate.

Inverso – The Peripheral è caratterizzata da parsimonia nella narrazione: Smith e i suoi sceneggiatori utilizzano pochi dettagli per definire le due linee temporali. Sappiamo tanto poco del 2032 quanto del 2099 e siamo costretti ad affidarci all’intuizione, unendo via via gli indizi che Smith ci lascia come briciole di pane. Fino a qui tutto bene.

Purtroppo, però, manca qualcosa a livello di messa in scena: la serie avanza con poca energia, è molto cervellotica, e la raffigurazione della tecnologia, per quanto di buon livello, aggiunge poco a quanto già visto in svariati altri prodotti simili. I personaggi e i rapporti tra di loro non bucano lo schermo come dovrebbero: dopo diversi episodi, è ancora difficile affezionarsi a Flynne, Burton e i loro comprimari, da un lato, o percepire la minaccia di un villain generico come il Corbell Pickett di Louis Herthum (che sembra modellato sul Jacob Snell di Peter Mullan in Ozark, senza averne la stessa sinistra presenza). Si ha la netta sensazione che tutti, buoni e cattivi, siano solamente ingranaggi nelle trame dei veri cattivi, i tipi del fantomatico Research Institute, ma è qui che la parsimonia di informazioni gioca un brutto tiro alla serie: non capendo bene quale sia il suo posto nel mondo del 2099, risulta difficile averne paura.

Inverso – The Peripheral parte da una simulazione, un gioco, per poi sterzare verso una minaccia reale che, però, non smette mai di sembrare un gioco. Forse sta proprio nella sua incapacità di rivelare le carte giuste al momento giusto il problema.

Questo non significa che non abbia i suoi momenti: nel primo episodio ci sono stralci di incredibile violenza, quasi inaspettata, e la serie ha margine per crescere. Speriamo che sappia fare tesoro della propria premessa per trovare una voce più originale e convincente.

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