Non eroi, ma opere di bene: la recensione di Black Adam

Non eroi, ma opere di bene: la recensione di Black Adam

Di Lorenzo Pedrazzi

Serviva l’enorme star power di Dwayne Johnson per sistemare il DC Extended Universe, concretizzando al contempo una trasposizione nient’affatto scontata. Black Adam non è certo una figura di primo piano nel nostro immaginario collettivo, ma la rivale Marvel ha già dimostrato che anche i personaggi minori possono trovare una connessione con il pubblico, affermandosi come celebrità mondiali in virtù del cinema. Certo, Black Adam presenta un ulteriore grado di sfida: è infatti un antieroe, categoria che – Deadpool e Venom a parte, dove però entra in gioco l’umorismo – ha sempre penalizzato il successo dei cinecomic. L’ex wrestler e il regista Jaume Collet-Serra trovano però la chiave giusta per rileggerne la posizione “morale”, soprattutto rispetto alle convenzioni del racconto supereroistico.

Addentrarsi troppo a fondo nelle origini del protagonista sarebbe uno spoiler, ma vi basti sapere che la fonte dei suoi poteri è la stessa di Shazam, solo che Teth-Adam nasce cinquemila anni fa nel Kahndaq, un fittizio regno mediorientale. Gli sceneggiatori Adam Sztykiel, Rory Haines e Sohrab Noshirvani traggono ispirazione dal rilancio di The New 52 per narrarne la genesi, pur cambiando alcuni dettagli. Risvegliatosi dopo un sonno millenario, Adam trova il Kahndaq invaso da mercenari e potenze straniere che vogliono sfruttarne le risorse naturali, e in particolare i giacimenti di un metallo chiamato Eternium. Un’organizzazione chiamata Intergang vuole appropriarsi della corona di Sabbac, fatta forgiare da un re tiranno per imbrigliare i poteri dell’inferno, come Black Adam sa bene. Adrianna Tomaz (Sarah Shahi) lotta per impedirlo, e l’antico paladino scende subito in campo con modi brutali. Il suo potere attira l’attenzione di Amanda Waller (Viola Davis), che incarica la Justice Society di contenere questo nuovo pericolo. Hawkman (Aldis Hodge) convoca quindi Doctor Fate (Pierce Brosnan), Cyclone (Quintessa Swindell) e Atom Smasher (Noah Centineo) per la missione, ma sottovaluta la forza dell’avversario.

L’introduzione della JSA, con cui Black Adam condivide dei trascorsi nei fumetti, attribuisce maggiore coralità al film, e permette a Collet-Serra di giocare con le smargiassate supereroistiche anche prima dello scontro finale. L’azione è abbondante, molto spettacolare ma un po’ ripetitiva, e forse troppo tendente verso la pornografia della distruzione. Detto questo, ciò che risalta di più è l’inedita dinamica tra i personaggi. La woke culture ha reso i blockbuster hollywoodiani più sensibili ai conflitti del presente (ovviamente per ragioni di opportunismo), e questo si riflette persino in un film del genere. La Justice Society è qui ritratta come il braccio armato dell’Occidente imperialista, che interviene solo quando gli fa comodo, ovvero se emerge una potenziale minaccia al suo dominio: non a caso, Hawkman ha una visione del mondo rigidamente manichea fatta di bianco e nero, eroi e cattivi, la stessa che vediamo nella retorica statunitense. Teth-Adam, di contro, rappresenta un popolo colonizzato e oppresso che diffida dei supereroi occidentali, nessuno dei quali si è mai adoperato per aiutare il paese. La JSA ne esce quindi come la parte più reazionaria, ed è un paradosso se consideriamo che Adam uccide i suoi nemici, mentre Hawkman e gli altri insistono per usare metodi non letali.

Lo scontro che ne deriva è interessante perché, per ragioni diverse, entrambe le fazioni agiscono in una zona grigia: politica per la Justice Society, morale per Black Adam. Questa articolazione dei rapporti, insieme all’indubbio carisma di Dwayne Johnson, rendono molto più digeribile la figura di un antieroe che non si fa problemi a sterminare gli avversari (a livello di immaginario fantastico, sia chiaro) e offre al suo popolo la libertà di autodeterminarsi: molto più di quanto non abbiano fatto per il Kahndaq i cosiddetti “supereroi”. Il resto va tutto come da programma, però funziona. Adam diventa un surrogato paterno per Amon, il figlio di Adrianna, e intrattiene con lui un legame che ricorda quello fra il Terminator e John Connor nel secondo film di James Cameron: il ragazzino lo introduce nel mondo moderno, si affida a lui per avere protezione e gli insegna persino un motto da enunciare nei momenti clou. Si vede benissimo che il film è costruito attorno al divismo di Johnson, e infatti ne replica i valori fondamentali: quell’impasto di azione, machismo ironico, umorismo e affetti familiari che caratterizza tutti i suoi blockbuster recenti.

Per fortuna, c’è anche abbastanza spazio per tratteggiare in modo discreto la JSA, soprattutto con la lieve tensione romantica fra Cyclone e Atom Smasher e la tenera bromance fra Hawkman e Doctor Fate (peraltro senza bisogno di raccontarne le origini, in accordo a una tendenza ormai sempre più comune). Il buon climax finale è merito in gran parte di quest’ultimo, cui Pierce Brosnan infonde una piacevole combinazione di eleganza, malinconia e humor inglese. Poco importa, allora, se alcuni passaggi della trama suonano un po’ forzati e macchinosi, o se l’antagonista ha il solo scopo di innescare il conflitto: l’esito finale diverte, e dà l’impressione di rimettere il DC Extended Universe su binari più solidi. Per riuscirci, è bastato “solo” rivolgersi a una delle più grandi star del mondo, nonché una delle poche a cui gli studios danno realmente ascolto.

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