Le polemiche, le controversie per questo grande azzardo di un film sullo scontro generazionale, sui vecchi contro i giovani – in Giappone da sempre un leit motif – trasformato in un cruento gioco di sopravvivenza, Battle Royale se l’è portate dietro sin dalla sua uscita, a fine 2000. Il film cult di Kinji Fukasaku era tante cose diverse, un mix dirompente che non poteva passare inosservato. E come avrebbe potuto una pellicola capace di abbinare il voyeurismo da reality (da noi il Grande Fratello, ricordiamo, è partito proprio nel 2000) alla fiducia pressoché inesistente degli adulti nei confronti dei giovani, in un gioco al massacro con dei protagonisti adolescenti, paradossalmente vietato in patria ai minori di 15 anni per la sua violenza. E in molti altri paesi, tra cui gli USA, non distribuito per oltre dieci anni, per il timore di casini. Benvenuti al Battle Royale: potete prendere posto accanto a Quentin Tarantino, a Hwang Dong-hyuk con il suo gioco del calamaro, alla Suzanne Collins di Hunger Games e a tutti gli altri…
Il manga di Battle Royale, pubblicato a partire dal 2000 e realizzato da Koushun Takami e Masayuki Taguchi, è diventato il capofila di un vero e proprio sottogenere nel mondo del fumetto giapponese. Fumetti che ispireranno, per l’appunto, un giovane sud coreano che riverserà il tutto anni dopo nel suo Squid Game. Ma Battle Royale, come probabilmente saprete, nasce in un altro medium: un anno prima, è il romanzo del debutto di chi diventerà di lì a poco sceneggiatore della trasposizione manga, Koushun Takami.
Un libro che Takami ha finito di scrivere tre anni prima, ambientato in un Giappone totalitario dell’anno ’97, e frutto di una sorta di sogno a occhi aperti. Un giorno, infatti, Takami immagina che la professoressa vista in una serie TV dica agli alunni della sua classe che dovranno uccidersi a vicenda. Descriverà in seguito quell’immagine, assolutamente vivida, come allo stesso tempo “buffa e terrificante”. Il nome e l’idea del tutti-contro-tutti li prende dal wrestling, dove la Battle Royal (in genere senza la e finale) è un match ad eliminazione con tanti lottatori.
Il libro va a toccare evidentemente un nervo scoperto in un paese sempre più anziano (come il nostro, oggi) e con sempre meno spazio per i giovani (come il nostro, oggi). Vende un milione di copie, genera il summenzionato manga e ne viene messo in cantiere un film, affidato alle capacissime mani di Kinji Fukasaku.
Autore della parte giapponese del film del film Tora! Tora! Tora! e noto per i suoi innovativi film sulla Yakuza, come Lotta senza codice d’onore, Fukasaku dirige il film di Battle Royale partendo dalla sceneggiatura di suo figlio, Kenta Fukasaku, allora poco meno che trentenne. Fatalmente sarà l’ultimo film completato dal regista: del seguito di Battle Royale, Battle Royale II: Requiem (2003), riuscirà a dirigere solo una scena prima di morire. Il resto del lavoro sarà portato a termine proprio da suo figlio Kenta.
La storia del film di Battle Royale riprende quella del romanzo, con un programma governativo (il BR Act) in virtù del quale viene estratta a sorte una classe di studenti, i quali dovranno sfidarsi in un letale gioco che si svolge su un’isola. Chi perde, muore. Chi prova a fuggire, muore. E qualora alla fine dei tre giorni assegnati dovessero essere ancora in vita più partecipanti… esatto, morte per tutti.
A rendere ancora più fosco il quadro è ovviamente il motivo per cui il gioco viene organizzato: sostanzialmente, gli adulti non sanno come controllare la criminalità giovanile e credono che questo circo di morte messo in piedi dal governo sia un buon primo passo per rimetterli in riga. In qualche modo. E se non succede pazienza. Difficile del resto non vedere un’analogia tra gli adulti di questo futuro prossimo feroce e i corvi giganti di Shibuya, che a fine film rovistano nell’immondizia.
Ce n’è insomma abbastanza per capire perché Quentin Tarantino sia rimasto folgorato da questo film, lo abbia dichiarato a più riprese una delle sue pellicole preferite, e abbia voluto omaggiarlo in Kill Bill, tra le altre cose riprendendo una delle sue interpreti, Chiaki Kuriyama, e assegnandole il ruolo di Gogo Yubari.
Oltre a Kuriyama, il cast di Battle Royale era pieno di giovani star dell’intrattenimento nipponico, da Tatsuya Fujiwara, il Light Yagami dei film di Death Note, a Masanobu Ando (Sukiyaki Western Django di Takashi Miike) e a Ko Shibasaki (47 Ronin). E poi, nel ruolo di “Kitano”, ovviamente Takeshi Kitano. A chi si stesse chiedendo il perché di questa scelta, il professore interpretato da Kitano riprendeva il suo vero nome perché la funzione dell’attore era duplice: in quanto tra i più noti interpreti del cinema nipponico, anche all’estero, e in quanto popolarissimo in Giappone come presentatore… di un gioco ad eliminazione, il folle Takeshi’s Castle.
Cosa resta, oggi di Battle Royale? Delle sue asce piantate in testa, del sangue a fiotti, dalle sovraimpressioni che riducono vite umane a numeri di un torneo? Come succede ai veri classici, tutta la forza che aveva sin dal suo primo giorno di programmazione. A parte la bassa risoluzione dei grafici sui monitor dei soldati e ad alcune volute esagerazioni, quasi da B-movie, del suo tasso di gore, come storia non è invecchiato affatto. Anzi. E non solo perché praticamente qualunque distopia basata su un qualche tipo di gioco ha pescato a piene mani dal romanzo di Takami e dal film, ma perché ancora il suo tema resta forte, crudele, provocatorio.
Una versione aggiornata de Il signore delle mosche di William Golding, mezzo secolo dopo, che però partiva da un ribaltamento di prospettiva. Il punto, in Battle Royale, non è tanto che anche i ragazzi possono essere o diventare feroci, perché la bontà è un concetto altamente sopravvalutato e nell’homo homini lupus si diventa tutti bestie e troverai sempre qualche psicopatico pronto a sguazzare. È, semmai, quanto disumano sia il gioco di chi alle nuove generazioni toglie tutto, a partire dai sogni, e le costringe ad azzannarsi alla gola per sopravvivere, come in un dannato show del sabato pomeriggio
Dimenticate un attimo l’isola di Shuya, Takako e gli altri, e sostituite alla loro Battle Royale tutti quei contratti da 10 ore di lavoro al giorno per stipendi da fame. Che paura le distopie, eh?