Cinema Noi fan dell'horror Recensioni
Qualunque manuale di scrittura cinematografica vi insegnerebbe che il modello più classico di sceneggiatura corrisponde alla “struttura restaurativa in tre atti”, ovvero un copione nettamente ripartito tra un inizio, uno svolgimento e una fine. Nel primo atto si introducono i personaggi, gettando le basi per il conflitto; nel secondo atto – il più corposo – si delinea invece lo scontro fra i personaggi stessi, o comunque tra il/la protagonista e gli ostacoli che deve affrontare; nel terzo atto, infine, avviene la risoluzione della crisi, spesso grazie al superamento di quel dilemma interiore che in un primo momento aveva causato la sconfitta dell’eroe. Ebbene, Barbarian di Zach Cregger resta fedele alla struttura in questione, ma ne distorce alcuni elementi per favorire la suspense e disorientare il pubblico, levandogli ogni punto di riferimento proprio all’apice della tensione.
Senza tanti giri di parole, ci troviamo di fronte a uno degli horror più importanti e rappresentativi del 2022, nonché in assoluto il più spiazzante. Anche per questo motivo, è bene vederlo senza sapere niente della storia, e tenersi alla larga dal trailer. D’altra parte, in Italia è uscito direttamente su Disney+ con una promozione pari a zero, quindi non è difficile avvicinarsi al film nella più totale – e, per una volta, benedetta – ignoranza. Io stesso mi limiterò ad accennare le premesse della trama. Siamo in un quartiere periferico e abbandonato di Detroit, dove una giovane donna chiamata Tess (Georgina Campbell) ha preso in affitto una casa su Airbnb per un paio di notti: il giorno seguente deve recarsi a un colloquio di lavoro con una nota documentarista. Tess arriva sul posto quando fa buio, ma scopre che l’abitazione è già occupata da un ragazzo, Keith (Bill Skarsgård), il quale sostiene di averla affittata per lo stesso periodo su un’altra piattaforma. Dapprima diffidente, la ragazza accetta l’invito di Keith a sistemarsi in camera da letto, mentre lui prende il divano: c’è un convegno medico in città, e trovare stanze libere sembra impossibile. Ben presto, però, la situazione diviene sempre più sinistra, e Tess si ritrova al centro di un vero incubo.
Questa sintesi, sia chiaro, copre soltanto i minuti iniziali di Barbarian, ma ci permette di isolarne le radici ansiogene. Ogni donna è portata a identificare i segnali di potenziale pericolo nel comportamento di un uomo, e noi spettatori – soprattutto se abituati ai generi dell’horror e del thriller – sappiamo cogliere le medesime red flag nei personaggi: l’incipit del film, infatti, è tutto giocato sull’ambiguità di Keith, alimentata dai nostri pregiudizi e dalle nostre aspettative. Ci sbagliamo sul suo conto, oppure davvero non c’è da fidarsi? Zach Cregger si è fatto conoscere come autore e interprete del gruppo comico Whitest Kids U’ Know, i cui sketch erano già caratterizzati da scarti improvvisi per sorprendere gli spettatori, tramite l’accumulo di assurdità surreali e riferimenti all’immaginario storico, horror, politico, fantascientifico e altro ancora. Barbarian traduce questo approccio in una sceneggiatura orrorifica, dove la struttura in tre atti non serve solo a organizzare il racconto, ma a spiazzare il pubblico. Come Tess si addentra progressivamente nella casa, noi ci immergiamo sempre più a fondo nella realtà della trama, con snodi e personaggi introdotti quando meno ce lo aspettiamo. Ma Cregger non si limita a replicare il solito copione tripartito; al contrario, ne offusca i ruoli tradizionali (chi è il/la vero/a protagonista?) e ne altera la morale di fondo: non è detto che ci si possa riscattare dalle colpe del passato, o che i dilemmi interiori siano risolvibili.
Tutto questo, fra l’altro, senza perdere di vista la suspense della narrazione, soprattutto nella prima parte, che tocca vertici di ansia sempre più rari nell’horror contemporaneo. Cregger è bravo a sfruttare la paura ancestrale del buio, aiutato qui dalla fotografia di Zach Kuperstein, che fa risaltare ogni minimo dettaglio per trasfigurarlo in potenziale minaccia. Ne deriva una discesa agli inferi apparentemente infinita, non solo nelle viscere terrestri ma nella barbarie umana, come suggerisce il titolo. Barbarian guarda al presente, e ne ricava i suoi orrori più cristallini: dalla violenza maschile agli abusi di potere delle star, passando per la retorica deviata della maternità, la cui continua esaltazione (in Italia ne abbiamo un esempio molto attuale) si deteriora in mania, oppressione, imposizione fisica e morale. Un degrado che è anche ambientale, perché Cregger sceglie di collocare la storia nei sobborghi di Detroit. Com’è stato già dimostrato da Solo gli amanti sopravvivono e It Follows, il declino della Motown – reduce dalla bancarotta più grande nella storia delle città statunitensi – si dimostra il contesto ideale per l’orrore urbano, cresciuto all’ombra delle ville in rovina e delle sterpi incolte. È anche così che Barbarian ci parla dei nostri tempi: l’imbarbarimento è tanto interiore quanto esteriore, e scrutando nell’abisso potremmo scoprire qualcosa di spiacevole. Non solo sugli altri, ma anche su noi stessi.