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Venezia 79 alla fine ha sorpreso tutti

Pubblicato il 12 settembre 2022 di Giulio Zoppello

Anche questa Biennale si è conclusa, lasciando come sempre nella sua tradizione, una scia di discussioni, opinioni, polemiche ed entusiasmi, alla fine di un’edizione sicuramente molto diversa dalle ultime, caratterizzata da una marcata autorialità e da un esito finale che ha sorpreso i più per quelle che erano state le sensazioni in queste due settimane.
Fare un bilancio della premiazione, ma soprattutto di cosa si è visto e sentito al Lido di Venezia, significa ormai da diversi anni guardare anche a quelli che saranno i protagonisti scelti dall’Academy e naturalmente allo stato di salute della settima arte, che sappiamo vivere un periodo particolarmente complicato.

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Nel nome di Nan Goldin

Partiamo con il dire che nessuno si aspettava che il premio più ambito, il Leone d’Oro, fosse assegnato ad All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras, un documentario. Non che non sia mai successo a Venezia, ma il film, inerente la lotta della fotografa statunitense Nan Goldin contro la Purdue Pharma, pur ottenendo larghi consensi, era visto nettamente dietro diverse altre opere molto più attese. 
Tuttavia il documentario aveva profondamente colpito la presidente di giuria Julianne Moore, che anche in conferenza stampa ha confermato di avere avuto un piglio molto più decisionista rispetto ai predecessori. 
Il film l’aveva commossa e colpita, molto più di tutti gli altri, ed in fin dei conti non si può neanche negare che dare la vittoria a una regista donna, di questi tempi, sia perfettamente coerente, anche con un percorso di rinnovamento della Mostra già visto negli ultimi due anni. 
La conferma è arrivata dal Leone d’Argento, consegnato alla francese Alice Diop per Saint Omer, anche in questo caso capace di superare la concorrenza di titoli molto più quotati e attesi. 
Un altro grande vincitore della serata è stato senza ombra di dubbio Luca guadagnino, con il suo Bones and All, che si porta a casa il Premio alla Miglior Regia e anche il Premio Marcello Mastroianni per la bravissima Taylor Russell. Dopo tanto tempo, si tratta di un riconoscimento atteso ma comunque molto importante per il cineasta italiano, che ha avuto parole di ringraziamento per Barbera e che ora è visto senza ombra di dubbio come il titolo italiano che maggiormente potrà aiutare i nostri botteghini.

Nessuna sorpresa per quello che riguarda la coppa Volpi femminile, già si sapeva che Cate Blanchett per TÁR se la sarebbe portata a casa senza grossi patemi. Molti invece sono rimasti meravigliati dal vedere il pur apprezzato Colin Farrell portarsi a casa un riconoscimento che si dava per scontato nelle mani di Brendan Fraser. The Banshees of Inisherin ha portato a McDonagh anche la Miglior Sceneggiatura, come auspicato dai più.



Tante sorprese, forse non tutte gradite

Grande protagonista pur si assente della serata di premiazione è stato il regista iraniano Jafar Panahi, con il suo No Bears era piaciuto molto alla critica ed è stato premiato con il Premio Speciale della Giuria. Panahi è detenuto in Iran, da sempre è un simbolo di libertà artistica e non di prima grandezza, ma occorre precisare che ad ogni modo non è stata una concessione ma il giusto riconoscimento ad una pellicola molto attuale e sensibile sul tema dell’autodeterminazione. 
Tuttavia non sono mancate perplessità e domande senza risposta, soprattutto per quello che riguarda The Whale di Darren Aronofsky. Il film è stato senza ombra di dubbio il più amato anche dal pubblico, anche perché ha segnato il ritorno ai vertici del fu capitano O’Connell, di Brendan Fraser dopo tanti anni passati in sordina, emarginato dal cinema che conta senza un vero perché.

Colin Farrell aveva ben figurato, ma dargli un ex aequo assieme a Brendan Gleeson (co-protagonista della commedia grottesca di MCDonagh) sarebbe stato forse un gesto di maggior coraggio da parte della giuria veneziana. 
Tuttavia entrambi non sono apparsi essere a livello di visceralità e potenza espressiva con cui Fraser ha interpretato il suo malinconico ed obeso Charlie. Di base probabilmente si sta parlando del futuro vincitore del premio Oscar, motivo in più per vedere questa assegnazione come una sorta di opera di equilibrio.

A bocca asciutta anche la maestria con cui Gavras ha diretto il suo potente Athena, così come Love Life di Fukada, e il discusso Blonde di Dominik. Non parliamo neanche di Baumbach e Iñárritu, le due grandi delusioni di questa rassegna, o di Argentina 1985 che tanto era stato amato ma poi infine ignorato nel giudizio finale. 
Ma andando maggiormente nel dettaglio, occorre dire che se da una parte a Venezia le sorprese non sono mai mancate, che se dalla categoria Orizzonti sono emerse anche novità artistiche di grande rilievo, questa Venezia 79 è stata per certi versi al di sotto delle aspettative.

Un’annata un po’ avara rispetto al passato

Baumbach ha deluso, Iñárritu non è piaciuto per niente. Ma oltre a loro, in Concorso hanno destato forti perplessità anche Chiara della Nicchiarelli, Un Couple, The Les Miens e The Eternal Daughter. 
Onestamente sono film non particolarmente riusciti, in alcuni casi anche abbastanza inadatti ad essere inclusi nella selezione ufficiale. Al contrario, Padre Pio di Ferrara, così come En Los Margenes, Master Gardner, Pour la France, sia dal punto di vista della qualità dei contenuti che per la dimensione formale, sono apparsi alquanto sprecati all’interno delle Giornate degli Autori e di Orizzonti.

La verità è che si è trattato da molti punti di vista di un concorso ufficiale tra i più deboli degli ultimi anni, forse il più debole di sempre della gestione Barbera secondo alcuni, anche per una certa monotematicità, una mancanza di varietà a livello di generi e di provenienza delle pellicole selezionate.

La vittoria della Poitras non si può negare che sia soprattutto una vittoria di una certa cinematografia americana, sicuramente molto impegnata e di grande interesse, ma che aumenta in un certo senso la distanza tra ciò che la Mostra di Venezia premia, e i gusti di un pubblico che sappiamo si sta sempre più allontanando dalle sale cinematografiche.
Quanto incasserà All the Beauty and the Bloodsheed? Quanti andranno a vederlo? Quest’anno poi il festival non ha proposto nulla di allettante o stimolante per il grande pubblico, che negli anni scorsi aveva potuto godere di film come Dune, The Last Duel, Arrival, La La Land o One Night in Miami.

Risulta quindi evidente che vi sono delle correzioni di rotta da effettuare, perché non si può pensare che semplicemente includendo serie tv Netflix (perché poi non pure Amazon, Apple TV+ o Disney+ a questo punto?) la Biennale riesca ad abbracciare una universalità di rappresentazione artistica. Occorre quindi trovare maggior equilibrio è una maggior capacità di saper preservare ad un tempo il cinema come forma d’arte ma anche come possibilità di intrattenimento.

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Tag: Venezia 79