Moonage Daydream è tutto quello che Bowie sapeva di Bowie, la recensione

Moonage Daydream è tutto quello che Bowie sapeva di Bowie, la recensione

Di Giulio Zoppello

Si può senz’altro dire che da quando se n’è andato David Bowie, il panorama artistico mondiale ha perso tantissimo, in termini non solo di creatività, ma anche di sperimentazione, di genuinità, di un autentica voglia di sperimentare e andare oltre, legando il proprio percorso a una rappresentazione della società nelle sue varie forme.
All’ultimo Festival di Cannes, Moonage Daydream ha strappato applausi a scena aperta, è stato indicato come forse il miglior documentario di sempre su un artista musicale, in virtù non solo e non tanto di un’estetica particolare, ma di una totale fedeltà semantica al suo protagonista, al Duca Bianco. Ora arriva anche da noi, per ricordarci chi era e perché sarà per sempre ricordato quel ragazzo di Brixton.

Un documentario diverso dagli altri

Brett Morgen fin dall’inizio sceglie una strada assolutamente anticonvenzionale, dal punto di vista estetico ci guida dentro quello che più che un documentario, è un viaggio nella psiche, nel senso dell’arte e della vita di David Bowie. Lo fa connettendosi visivamente e sonoramente al suo percorso artistico, alle varie fasi, quasi cercando di suggerirci la visione del mondo attraverso gli occhi del Duca.

Moonage Daydream è un caleidoscopio di immagini, suoni e momenti, segue un iter in realtà abbastanza normale, parte dall’infanzia di questo ragazzo completamente diverso della norma, per poi arrivare fino agli ultimi anni, alla prematura scomparsa di un uomo che è stato capace di cambiare completamente il concetto di arte e di artista. Perché lui era poliedrico in un modo tanto più unico quanto inimitabile.

David Bowie di base ancora oggi rappresenta un’anomalia, un numero primo inimitabile, qualcosa che per molto tempo ha esercitato un fascino per molti versi inspiegabile, data la sua incredibile capacità di mutare, adattarsi, cambiare pelle, sguardo e modalità espressive. Il tutto senza vezzeggiare il pubblico. 
Morgen in due ore e 10 minuti riesce nel miracolo di far arrivare tutto questo, perché sposa una narrazione che è intima, è Bowie che parla di Bowie, attraverso l’utilizzo di immagini, interviste i documenti assolutamente inediti, in grado di togliere ogni possibile velo da ciò che passava dietro quei due occhi da gatto, dentro quella mente per certi versi assolutamente impenetrabile. 
Sicuramente non è un documentario per tutti, forse commette anche l’errore di dare per scontato che si sappia tutto della carriera e dell’opera di questo artista, ma in ultima analisi, se ci si lascia andare, l’effetto è assolutamente dirompente, coinvolgente in un modo ipnotico.

Non è possibile dire se Moonage Daydream sia davvero il miglior documentario musicale di sempre, ma di certo quello più coraggioso, più coerente e ardito che si sia visto negli ultimi decenni.

Tra precarietà e ricerca eterna

Precarietà. Potrebbe essere questa la perfetta definizione di David Bowie, qualcosa che riguarda la sua stessa visione della vita, e di conseguenza la sua arte, che egli ha saputo fondere insieme in un modo assolutamente senza pari.

Qualcuno a suo tempo, quando ancora non si era capita la profondità del suo credo artistico, e si pensava che fosse semplicemente un performer che sarebbe svanito nel tempo, lo definì dannunziano, e non era un complimento. Moonage Daydream ci fa comprendere come Ziggy Stardust sia stato importante per esempio, ma non la cosa più importante, ciò che contava era sempre spingersi oltre, non accontentarsi, non fermarsi mai, soprattutto quando tutti dicevano che eri il migliore.

David Bowie è anche molto difficile da collocare dal punto di vista storico-culturale, in un certo senso si faceva compenetrare dal passato e dal futuro, vivendo però perennemente nel presente, anticipando la fluidità di genere, la commissione di stili e in generale intuendo dove si sarebbe spostato l’epicentro culturale e umano prima degli altri.

Anche per questo, il documentario di Morgen non può che sposare la sua essenza di uomo delle stelle, guidarci tra le strade di Berlino e dell’Asia, dentro le 1000 interviste, i concerti, le prove con Brian Eno, Berlino, New York, il ritorno a una popolarità top e stellare negli anni ’80 e ’90. 
E poi ancora eccolo solitario e diverso da tutti gli altri in quell’Inghilterra della conformità in cui essere diversi era una condanna a un isolamento, che Bowie ha sempre bene o male rivendicato come apparente e allo stesso tempo assolutamente vero.

Bowie è vicino al tempo stesso distaccato, una creatura che in più di un momento pare non essere un essere umano come gli altri, lo vediamo nel backstage, mentre cammina per le strade, nei concerti in cui sapeva dominare la folla con un semplice movimento, caleidoscopico e irraggiungibile, enigmatico eppure comunicativo come nessun altro.

Il tutto finisce per portarci verso un percorso in cui più che la verità, quella su che cosa sia stata la sua opera, si cerca di capire tutti assieme che cosa vuol dire essere un artista, nel senso più alto, vero e genuino, quello che lui è sempre stato.

I mille volti di un’anima senza posa

Filosofia, musica, pittura, cinema, teatro, moda, scrittura…non vi è stato campo in cui Bowie non si sia cimentato, sempre cercando di parlare di se stesso pur indossando una maschera, sincero e bugiardo assieme, profeta e individualista. 
Moonage Daydream è un racconto che fa le cose come dovrebbero essere fatte, perché l’occhio del regista è completamente distante, egli si fa semplicemente cantore di ciò che il protagonista ha sempre detto, fatto o teorizzato, in un percorso che  non parla semplicemente della sua vita, o della sua opera, ma di come egli le concepiva: un eterno viaggio senza ripensamenti.

A conti fatti parlare di Davide Bowie vuol dire anche confrontarsi con l’evoluzione del concetto di artista, che gli è rappresentato oltre le specifiche declinazioni, seguendo un modello di universalità che oggi è invece foriero di una superficialità su più piani, di una poliedricità di mera maniera, distante dalla visceralità che egli aveva, dalla sua coerenza.

Ciò che rimane è quindi soprattutto l’idea che Bowie non avesse poi così tante certezze, ma un sacco di domande, che lo portavano inesorabilmente verso un moto perpetuo, verso un confine che sapeva di non poter mai raggiungere.

Ma vi era in lui la coscienza che fosse il viaggio e non la metà a contare. Da questo punto di vista, è palese che per lui l’arte fosse un modo di guardare dentro se stesso, di indagare, cercare nuovi linguaggi e nuovi metodi espressivi, visto che quelli esistenti ad un certo punto non gli bastavano più, non erano sufficienti per esprimere ciò che per lui contava veramente.

Moonage Daydream pare in diversi momenti la voce della coscienza ultima di Bowie, il diario di un cambiamento, quella parte che il pubblico spesso ignorava per perdersi nel suo fascino, nella sua sensualità fredda e ammaliante, nella ricerca di un qualcosa che poteva sembrare mera estetica. Non lo era. 
Era l’agitarsi di un’anima febbrile, di una ricerca senza posa, che è diventato un gigantesco regalo al resto del mondo, che durerà per sempre.

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