Signore e signori, è finita. Forse. La trilogia erotica tratta dai romanzi di Blanka Lipinska, fan fiction di Cinquanta sfumature di grigio che a sua volta era una fan fiction di Twilight – un gigantesco telefono senza fili che ci ha portato dai vampiri glitterati alle assolate spiagge della Sicilia – si è conclusa su Netflix con un finale aperto che lascerà interdetti i fan e farà probabilmente infuriare tutti gli altri.
Dove eravamo rimasti? Negli episodi precedenti, Laura (Anna-Maria Sieklucka) era stata rapita dal boss mafioso Massimo Torricelli (Michele Morrone), che l’aveva conquistata con il suo fascino latino dopo averla letteralmente tenuta prigioniera per un anno nella sua lussuosa tenuta siciliana. Laura aveva dunque sofferto un aborto spontaneo dopo un grave incidente d’auto causato da un rivale del futuro marito, un segreto che la donna aveva mantenuto “per il bene di Massimo”. I due erano quindi convolati a nozze, ma nel frattempo si era messo di mezzo Nacho (Simone Susinna), giardiniere di Massimo, ma, in realtà, figlio di un boss rivale. Nel nuovo capitolo, dopo essere usciti per il rotto della cuffia da un complotto contro la famiglia Torricelli ordito dal gemello “cattivo” di Massimo, gli sposini sembrano pronti a dare una seconda chance al loro matrimonio. Ma il terzo incomodo Nacho è determinato a riconquistare Laura.
La domanda da cui forse dobbiamo iniziare è: cosa resterà della trilogia di 365 giorni? Tra una decina, o magari una ventina d’anni, qualcuno la ricorderà con abbastanza affetto da rivederla per tentarne una valutazione critica seria? Oppure verrà dimenticata nel giro di pochissimo per diventare solo un rettangolino in basso nella sezione “Film romantici” su Netflix? Domande a cui è difficile dare una risposta a caldo, ma qui si propende per la seconda ipotesi. E chi ha realizzato i film, in primis, sembra esserne consapevole: ancora più che in 365 giorni: Adesso, la regia di Barbara Bialowas e Tomasz Mandes opta per un costante flusso di scene patinate da videoclip/pubblicità di profumo, al ritmo di un’incessante raffica di canzonette pop tutte rigorosamente uguali (a parte nelle sequenze ambientate in Portogallo, dove impazzano i ritmi latini con testi, ovviamente, in spagnolo. Siamo in Portogallo, dopo tutto), spesso cantate dallo stesso Morrone con un tono da cucciolone ferito che la sa lunga.
La tendenza Netflix alle colonne sonore juke box è abbastanza nota, ma la saga di 365 giorni porta tutto alle estreme conseguenze, e Altri 365 giorni sale un gradino ulteriore verso il musical involontario. Col risultato che, spesso, pur di inserire scene erotiche accompagnate dall’immancabile brano di pop languido, il film si arresta ed è costretto a ripartire a fatica. Le scene di sesso in 365 giorni sono praticamente l’equivalente delle scene di ballo nei film di Bollywood: potete tranquillamente alzarvi, andare in bagno, stendere il bucato, preparavi una tisana e tornare senza aver perso nulla. Conseguenza forse inattesa di tutto ciò è che la visione di Altri 365 giorni è un calvario: dopo quaranta minuti guarderete la barra di scorrimento e ne saranno passati dodici.
Altri 365 giorni è quello che succede quando prendi un’idea e la stiracchi troppo: vero, il primo film era l’apoteosi dell’imbarazzo con quella premessa che invitava alla violenza sessuale presentandola come un vezzo romantico, e il sequel se non altro si liberava di quelle vibrazioni da schiavitù sessuale per raccontare un più innocuo triangolo amoroso. Ma questo terzo capitolo perde l’ultima ragione per seguire la saga, la passione travolgente e selvaggia tra i due protagonisti. Qui quella passione è smarrita, anche per esigenze di trama, sia chiaro, ma l’alternativa, ovvero la storia d’amore tra Laura e Nacho, non arriva mai a quei livelli di sesso esplicito e sfrenato che aveva evidentemente attirato molti spettatori, chiusi in casa per via del Covid. È come se, arrivati al terzo capitolo, il fatto che questa sia una saga softcore venga dato un po’ per scontato. In Altri 365 giorni, detta fuori dai denti, passano quaranta minuti prima che si veda un capezzolo (maschile o femminile che sia), e questo è molto strano. Ambizione mal riposta? O semplice stanchezza?
Quel che rimane è comunque l’errore di fondo della saga, quell’idea balzana di rappresentare il mondo della malavita organizzata come qualcosa di desiderabile. Un mondo di lusso sfrenato, donne e uomini bellissimi e stilosissimi, valori ruvidi ma in fondo condivisibili, fondati su onore e rispetto. È l’ennesimo esempio cinematografico di una categoria che si pensava ormai giustamente estinta, quella del buon mafioso, contrapposto ai mafiosi cattivi che trafficano droga, ammazzano gli innocenti e rovinano i giovani. È l’idea della mafia che potrebbe avere un adolescente in fissa con Game of Thrones e porta a controsensi come “Sai che non è una cattiva persona” detto del figlio di un boss mafioso.
Nel mezzo si muove una protagonista che non ha tratti caratteriali ben definiti se non quelli che le appioppano gli altri (“Fai sempre quello che vuoi”, “Hai sempre una scelta”, le dice il romantico Nacho), contesa da due uomini eppure davvero poco interessante. L’unico modo che Blanka Lipinska e gli sceneggiatori hanno trovato per stemperare lo stigma del maschilismo è stato dare a Laura una carriera nella moda, una carriera che ovviamente Massimo le ha procurato con i suoi agganci e il suo potere (ma va tutto bene, è un bravo mafioso) e che viene liquidata con un paio di montaggi rapidi in cui Laura, la sua migliore amica Olga (altro personaggio che non ha alcuna ragione di essere se non “fare la matta” a uso gag – protagonista, va detto, dell’unica scena vagamente divertente del film) e una stilista discutono di cose, indicano fogli dicendo ovvietà, senza che ci venga mai mostrato cosa ci sia su quei fogli.
La grande lezione del finale, il compimento dell’arco caratteriale di Massimo – relegato qui a poco più di una guest star con espressione eternamente imbronciata – è una massima (ah ah) che lui attribuisce a suo nonno, ma che noi sappiamo provenire da Sting: “Se ami qualcuno, lascialo libero”. Nonno Torricelli, quel bravo vecchio mafioso pregno di valori d’un tempo, aggiunge: “Se poi torna, sarà tuo/a per sempre”.
Vi abbiamo appena spoilerato il finale? È così che finisce la saga di 365 giorni? Beh, no, tranquilli. In realtà, la saga non finisce davvero. Preferisce chiudersi con una nota sospesa, forse anche qui per ambizione mal riposta (di Blanka Lipinska, in primis) o forse per tenere aperta la porta a un eventuale quarto capitolo di quella che, a tutti gli effetti, è una telenovela con episodi di due ore. Altri 365 giorni finisce esattamente come finivano i due film precedenti: con un cliffhanger.
Arriverà questo quarto capitolo? Difficile dirlo ora come ora. Nel frattempo aspettiamo con ansia la parodia porno e la fan fiction (della fan fiction della fan fiction della fan fiction).