Cinema Interviste

Kiyoshi Kurosawa parla del finale di Tokyo Sonata e del rapporto cinema e streaming

Pubblicato il 11 luglio 2022 di Marlen Vazzoler

Il Maestro Kiyoshi Kurosawa è stato ospite a Roma della manifestazione Il Cinema in Piazza, organizzata dall’Associazione Piccolo America.
Al Parco della Cervelletta il regista ha presentato al pubblico, il film Tokyo Sonata premio della giuria nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2008. Erano inoltre presenti i Fratelli D’Innocenzo e a Giovanna Fulvi.

Nel corso dell’incontro il regista giapponese ha parlato del cambio della scena finale del film. Il giorno dopo si è tenuta una roundtable con la stampa, durante la quale abbiamo chiesto al regista perché ha deciso di cambiare il finale dell’acclamata pellicola?

Kurosawa ha spiegato che la scena in questione era presente sceneggiatura originale dello sceneggiatore australiano Max Mannix, ha poi aggiunto:

“Questo finale della sceneggiatura originale prevedeva di spostare la storia dieci anni dopo i fatti. Si vedeva il figlio minore diventato un acclamato pianista, e finiva con un concerto in un grande auditorium dove il pubblico si alzava in piedi e, tra il pubblico c’erano anche i genitori.

Io volevo fare qualcosa di più dimesso, più vicino alla quotidianità e in questo modo ho cambiato il finale come si vede nel film.”

Ricordiamo che il finale è ambientato quattro mesi dopo. Sebbene la pellicola finisce con una nota di speranza, dopo la perfetta performance del figlio all’esame di ammissione alla scuola di musica, lo spettatore rimane con una sensazione agrodolce.

Come definirebbe il suo rapporto con l’Italia e il pubblico italiano? Anche alla luce di questo incontro così interessante con i due giovani ma bravi e importanti registi italiani?

Difficile descrivere l’esperienza che ho avuto ieri con poche parole. È stato talmente stimolante, qualcosa di nuovo per me. È stata un’esperienza estremamente stimolante, perché l’ambiente in cui mi sono trovato ieri è stato molto particolare con questo cinema all’aperto. Tra l’altro mi capita molto raramente di poter rivedere i miei film vecchi sul grande schermo. E sono rimasto molto colpito dalla passione per il cinema di un grande pubblico formato da così tanti giovani.

Questa esperienza va al di là del riflettersi nei rapporti tra me e l’Italia o l’Italia e il Giappone, perché mi ha fatto percepire quanto la passione per il cinema è qualcosa che travalica i confini, le differenza culturali. Quello che ho visto ieri mi ha fatto sperare che il cinema potrà continuare a vivere ancora tanti decenni oppure addirittura ancora per altri secoli.

Oggi il cinema orientale, in particolare quello giapponese, abbiamo visto anche quello sud-coreano, sta raggiungendo una grandissima popolarità. A cosa attribuisce questo incremento di popolarità a livello internazionale? Secondo lei la cultura orientale che traspare attraverso questi film, anche i suoi, in qualche modo perde di comprensione nella visione di noi occidentali?

In realtà io vorrei fare una distinzione, anche se si parla in generale di cinema asiatico. Da una parte abbiamo il cinema coreano che in effetti sta godendo di un successo strepitoso a tutti i livelli e presso un pubblico molto variegato.

Il cinema giapponese invece non gode dello stesso successo e forse ci sono un paio di autori che sono sotto l’attenzione del pubblico occidentale ma appunto sono pochi rispetto alla totalità del cinema giapponese.

Un discorso a parte vale per l’animazione che invece gode di un’indiscussa popolarità. Questo discorso non vale invece per il cinema tradizionale.

In generale comunque penso che quando noi dobbiamo riflettere sul cinema contemporaneo non serve molto valersi della categoria della nazionalità. Perché alla fine il messaggio che viene dato attraverso il cinema è che al di là del paese di origine tutte le persone si trovano ad affrontare problemi alla fine molto simili.

Quindi il mio ideale di cinema è che chiaramente lo spettatore può interessarsi a una certa cinematografia perché è interessato al Giappone o alla Corea o a quant’altro. Quindi a quel paese in particolare. E questo può essere un punto di avvio per avere un’interesse nella cinematografia di un certo paese.

Però questo deve essere soltanto l’inizio perché io spero che lo spettatore, questo è un mio ideale, si dimentichi che quel film è di quel specifico paese e si identifichi nei problemi che vengono messi in luce nel film, che vengono affrontati dai personaggi e il dramma che vivono al suo interno. Questo è il mio ideale di cinema.

Forse io non ho colto il punto della domanda e me ne scuso però quello che voglio dire. Quando rifletto sul cinema, voglio pensare a qualcosa che comunque vada oltre alla questione della nazionalità del film.

Il maestro Kurosawa è diventato famoso al di fuori del suo paese grazie ai suoi famosissimi e bellissimi film horror. Successivamente è uscito in qualche modo da questo genere, affrontando un tipo di storie decisamente diverso, decisamente più realistico che mi sembra di poter dire abbiano mantenuto un filo coerente di racconto, che è un filo umanista. Volevo sapere se questa impressione è corretta, qual è secondo lui il file rouge che unisce la sua cinematografia e cosa ci aspetta nel prossimo futuro.

Ringrazio per l’attenzione e il fatto di aver individuato questo umanismo, un po’ il filo conduttore/il file rouge/l’elemento comune dei miei film.

Però devo dire che la domanda che mi ha fatto in realtà è una domanda che non va posta a me. Perché io lo dico con molta chiarezza e franchezza: non so qual è il file rouge dei miei film, che cosa li accomuna o li rende diversi l’uno dall’altro.

Io faccio film in maniera inconsapevole rispetto a quelli che possono essere le tematiche, le poetiche. Io sinceramente lascio questo lavoro a voi giornalisti e critici. Da questo punto di vista per me è molto importante avere una collaborazione con voi in modo da poter definire attraverso voi quali sono le caratteristiche del mio cinema.

Non mi considero tanto un autore quanto un artigiano. Realizzo un film in un dato momento, in determinate condizioni, oppure perché mi viene richiesto di girare un certo tipo di pellicola. Io cerco di rispondere a questa richiesta nel modo più coerente e fedele a quanto mi è stato commissionato.

Quello che faccio è determinato da chi sta intorno a me più che quello che decido personalmente.

Mi chiedevate nella seconda parte della domanda cosa farò nel prossimo futuro, questo dipende da quello che deciderà chi sta intorno a me, e da questo nascerà il mio prossimo film o i miei prossimi film.

In questo senso è molto importante il lavoro dei critici e dei giornalisti che mi aiuteranno poi a scoprire il modo in cui sono riuscito a raccontare quello che mi è stato chiesto di raccontare.

Quali sono i suoi miti cinematografici, ci sono dei registi che apprezza in modo particolare?

Ce ne sono tantissimi. È una domanda che mi mette in imbarazzo perché è difficile adesso nominare tutte le persone che rispetto come registi e hanno avuto un influenza su di me.

Ad esempio ieri nell’incontro che abbiamo avuto, rimanendo in ambito italiano, ho fatto il nome di Mario Bava, però potrei citare banalmente Federico Fellini che sin da giovane ho apprezzato moltissimo, e anche Sergio Leone.

Volevo sapere se ha visto i film di Fabio e Damiano D’Innocenzo e cosa ne pensa.

Purtroppo ne conosco soltanto uno, ho visto America Latina che ha queste tinte horror poliziesche. Mi sono divertito guardandolo, quindi lo ritengo un bel film.

Loro sono ancora alla terza opera, sono molto giovani e già hanno mostrato tutto il loro talento nel riuscire a narrare attraverso l’immagine cinematografica in tanti generi diversi.

Io spero che continueranno a lavorare e a tentare generi diversi finché riusciranno a trovare i temi con cui riusciranno a realizzare film anche in futuro.

SW: In precedenza ha dichiarato che i film dovrebbero essere nei cinema, al buio assieme al pubblico. Negli ultimi anni in Giappone abbiamo visto attuare una politica protezionistica, in particolare dal distributore Toho, nei confronti dei film usciti nelle sale rispetto alle proposte che vengono fatte per le piattaforme streaming, pensiamo al boicottaggio ai film Disney.

Però ormai le piattaforme sono diventate una realtà sempre più preponderante, in questi anni stanno aumentando i finanziamenti verso Giappone e Corea del Sud per aumentare le proposte per le piattaforme come Netflix e Amazon Prime.

Secondo lei nel mercato di oggi, il mercato giapponese cercherà di proteggere la sua cinematografia perseguendo la stessa strada della Francia, oppure cederà come hanno fatto tutti gli altri paese riducendo le finestre che separano l’uscita nelle sale da quella sulle piattaforme?

In realtà è una domanda che forse non sono in grado di rispondere, perché io faccio film in Giappone ma non conosco molto bene i meccanismi dell’industria cinematografica. Non so cosa pensa chi dirige la Toho o chi lavora per le produzioni in streaming.

Però per la mia generazione il diffondersi delle piattaforme streaming non lo percepisco come una minaccia per i film che si possono vedere nelle sale cinematografiche. Io penso alla storia del cinema e come il cinema sia sempre stato minacciato da altre forme, da latri medium, dalla televisione innanzitutto e dall’avvento delle videocassette oppure del DVD. Però in ognuna di queste occasioni il cinema è riuscito comunque a difendersi e a trovare una convivenza con questi media.

A rischio di sembrare anche troppo ottimista, la mia visione è che il cinema e le piattaforme di streaming non sono in concorrenza ma si sostengono a vicenda. Lei parlava di film che dopo esser usciti nelle sale vengono proposti sulle piattaforme online, però in Giappone si hanno anche casi di serie che sono state mandate in streaming che poi vengono proposte nelle sale cinematografiche.

La stessa esperienza, ecco non tanto con lo streaming, però con un altro medium che è tradizionalmente considerato come con concorrente del cinema, è la televisione. Alcuni lavori che erano nati come serie televisive poi sono diventati dei film per le sale.

Io credo che sia i film per le piattaforme streaming sia i film che vengono realizzati per le sale, entrambe queste due categorie contribuiscono a creare interesse per il cinema, qualunque sia la forma in cui vengono trasmesse.

Continuando ad essere ottimisti, io credo che questa collaborazione possa ulteriormente rafforzarsi grazie a un fattore tecnico, la digitalizzazione. Un tempo i film per il cinema venivano realizzati su pellicola cinematografica invece le produzioni per la televisione venivano realizzate con la videocamera. Adesso invece lo strumento tecnico è lo stesso e questo consente una maggiore permeabilità tra la produzione per il cinema e quella per lo streaming e la televisione.