Cinema

Con Era Mio Padre Sam Mendes ha distrutto il mito del gangster

Pubblicato il 12 luglio 2022 di Giulio Zoppello

All’interno della cinematografia di Sam Mendes, Era mio padre, tratto dalla graphic novel di Max Collins, rappresenta da certi punti di vista forse l’apice, per quello che riguarda la capacità di creare un iter narrativo coerente e ricco di significati, ma soprattutto di abitarlo con personaggi distanti dalla norma.

Fatto ancora più interessante è quello che Era Mio Padre è un gangster movie che decostruisce e per certi punti di vista anche confuta gran parte dei punti cardine di questo genere cinematografico, che negli stessi anni del proibizionismo spesso trasformava i fuorilegge dell’epoca i miti. Mendes attacca frontalmente questo mito, lo slega completamente dall’epica e dal glamour, creando un grande spaccato storico.

L’amore dell’America per il crimine

Nella sua carriera Tom Hanks raramente ha interpretato uomini costretti ad impugnare un’arma, e di certo Mike Sullivan, l’uomo di fiducia del Boss irlandese John Rooney, che spadroneggia nell’Illinois è una pregevole per quanto isolata eccezione.

Per comprendere meglio perché a vent’anni di distanza questo film resti qualcosa di assolutamente straordinario, bisogna partire da un concetto base: Era Mio Padre non è semplicemente un film sui gangster e basta, questo è un racconto su una filosofia di vita. Ma soprattutto è molto distante dalla classicità americana, per temi, estetica e soprattutto finalità. 
Nei Gangster Movies d’oltreoceano, infatti, il tema della libertà personale cammina al fianco di uomini come John Dillinger, Al Capone e compagnia, attraverso i quali bene o male la Hollywood che fu cercava di rinnovare il mito dei fuorilegge del Far West. Non è un particolare di poco conto, perché molto spesso tale figura è stata avvolta da un alone romantico connesso alle ruggini della Guerra di Secessione, e più avanti all’odio verso le speculazioni mosse della ferrovia e dalle banche. Queste infatti rovinavano proprietari terrieri e agricoltori, spingendo in particolare verso gli ultimi due decenni del XIX secolo, una marea di uomini verso la strada del crimine per mera necessità.

L’America bacchettona e ipocrita che approvò il XVIII emendamento e il Volstead Act, e di conseguenza vietò la produzione e il commercio di alcolici, era sicura così di debellare l’immoralità e il degrado che erano invece connessi alla diseguaglianza sociale e la crisi economica. Invece bene o male spianò la strada poi durante la Grande Depressione alla strutturazione della criminalità organizzata e al suo diventare una sorta di potere parallelo nel paese. Da questo punto di vista, Era Mio Padre ancora oggi può rivendicare un merito non indifferente nell’averci parlato del lato umano della criminalità, di universo che cerca di rifarsi formalmente alle stesse regole e gli stessi principi in cui la società si riconosce da secoli: la famiglia, l’onore e la parola data.


Un film sui gangster molto poco americano

Andando maggiormente nel dettaglio, Era Mio Padre appare più connesso al noir, in particolare a quello francese e quello nipponico, a registi come Kurosawa, Kurahara, Carné, Cayatte, Nomura, così come il meglio dell’hard boiled che fu, quello disperato, cupo e senza speranza che rese Bogart leggenda. 
Mike Sullivan qui era il braccio destro e il sicario numero uno del suo vecchio Boss, con il quale ha un rapporto molto intimo, di base è sostanzialmente il figlio che non ha mai avuto Rooney. 
Il vero figlio, il debole, sadico e sleale Connor, grazie a Daniel Craig diventa sostanzialmente il simbolo di tutto ciò che in quella ambiente un uomo non può essere. Tanto Mike è leale, affidabile, paradossalmente misurato pur essendo un uomo che uccide come respira, tanto invece Connor è instabile, avventato e soprattutto stupido.
Michael Sullivan Jr., mel momento in cui non solo scopre il vero lavoro del padre ma le conseguenze che esso può avere, rompe anche un velo di ipocrisia di cui era l’unico a non essere a conoscenza. A conti fatti in quel momento smette di essere un ragazzo e basta, diventa un uomo, elemento che con la morte del resto della famiglia e il suo dover seguire il padre in quel percorso di vendetta senza fine, diventa via via sempre più evidente.


Mendes fa muovere i suoi personaggi all’interno di un mondo dominato dall’oscurità, dalle venature grigie e nere, spesso di notte, si ha continuamente la sensazione di essere all’interno di una sorta di scatola in cui la luce del sole e la serenità sono assolutamente bandite.


In tutto questo, Mike Sullivan diventa una sorta di samurai alla Jim Jarmush, ben distante dal divismo e dalla modalità con cui uomini come Albert Anastasia, Dutch Schultz, Mickey Cohen o Bugsy Siegel sono passati alla storia. Il suo a tutti gli effetti appare essere un modus vivendi molto più simile a quello della vecchia mafia italiana made in Sicily, fatta di discrezione, di osservanza ai valori della famiglia e della religione. Egli sposa uno stile soprattutto di vita sotto le righe, funzionale a non attirare l’attenzione e soprattutto a mantenere alta la concentrazione in un mondo in cui ogni errore può essere fatale.

La falsa promessa di un mondo fatto di morte

Road movie di eccezionale equilibrio, Era Mio Padre unisce in sé gli elementi del film di formazione, del thriller, del revenge movie e dei già citati noir e gangster movie. 
Ma è soprattutto la storia di un risveglio, quello di Mike Jr. che si rende conto di non aver visto perché non voleva vedere la realtà, e anche quello di Mike Sr., che ha sempre pensato di avere avuto un padre in Rooney, così come di far parte di un’organizzazione basata sulla lealtà e sull’affidabilità. 
Tutto questo, dal punto di vista emotivo, viene sublimato dal tema della paternità, che è il vero filo conduttore di tutti i personaggi presenti, ma è particolarmente forte grazie alla maestria con cui Paul Newman, nel suo ultimo grande ruolo, ha saputo far arrivare in modo perfetto la tragicità di un uomo diviso tra l’obbligo del sangue e del dovere e quello del suo animo.

La sua morte, per mano dell’uomo al quale è legato da un affetto vero e sincero, porta con sé gli echi del bushido, del codice dei guerrieri, ma forte e anche l’eco del dramma shakespeariano e omerico, di Edipo, dell’inevitabilità della vendetta nel regno degli uomini.

A perfetto alter ego di Mike, di Rooney anche, vi è il Maguire di un mefistofelico Jude Law, che oltre a darci un cattivo a tutto tondo perfettamente funzionale alla storia, ci ricorda anche come sono stati nella realtà quegli uomini di cui si riempivano le pagine dei giornali: spietati assassini privi di ogni empatia, affamati di violenza, sadici e senza pietà.

In questo, nonché nella struggente atmosfera di fondo, Mendes riesce a connettersi anche a C’era una volta in America di Sergio Leone, a Donnie Brasco e al meglio dell’arsenale cinematograficodi John Houston. A conti fatti questo film ha dimostrato che una volta di più Sam Mendes non è semplicemente un regista dello squisito gusto formale e della tecnica sopraffina, ma è anche e soprattutto un grande narratore di uomini e delle loro tragedie. Era Mio Padre in questo rappresenta un apice pareggiato forse solamente da Revolutionary Road e Jarhead. Di certo uno dei più grandi film di sempre su un periodo storico complicato e mistificato da una settima arte che per molto tempo ha nascosta la vera natura di quella che Giovanni Falcone definì “la rosa perigliosa”.