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Top Gun: Maverick è molto più di un’operazione nostalgia, la recensione

Top Gun: Maverick è molto più di un’operazione nostalgia, la recensione

Di Giulio Zoppello

Sono passati 36 anni da quando Tom Cruise entrò di prepotenza nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, e anche di quelle seguenti, dal momento che Top Gun ancora oggi è indicato come il simbolo stesso del reaganismo, di un certo modo di vedere e soprattutto vivere l’America, i suoi sogni e tutto ciò che la rende ancora oggi a dispetto di tutto affascinante. Ora, prossimo ai 60 anni, continua a combattere contro il tempo che passa, contro la sospensione dell’incredulità più totale, lo fa con questo secondo episodio, con Top Gun: Maverick. E a dispetto di tutto, dei dubbi e perplessità che accompagnavano l’operazione, centra il bersaglio con la stessa facilità con cui gli F18 sfrecciano nei cieli dell’immaginazione dal 1986. 



Top Gun Maverick

L’ultima missione di Maverick

La trama di Top Gun: Maverick è abbastanza semplice, eppure riesce a catturare immediatamente lo spettatore, catapultato in questo terzo millennio in cui uno come Maverick (Tom Cruise) è a tutti gli effetti una specie di fossile vivente, alle prese con una rivoluzione tecnologica che punta a mettere sempre più da parte il fattore umano nella guerra tra i cieli. 
Da collaudatore di jet militari di ultimissima generazione, si trova improvvisamente rimandato alla Top Gun School, per volontà del suo vecchio compagno di corso (diventato Ammiraglio) Iceman (Val Kilmer). 
La sua missione è quella di addestrare un gruppo di giovani e talentuosi Top Gun per un raid aereo praticamente impossibile, una missione suicida che mira a distruggere un reattore illegale in un paese di cui non viene specificato il nome, ma che potremmo identificare facilmente come una sorta di alter ego della Russia ai tempi della guerra fredda. Sempre che oggigiorno si possa parlare davvero solamente di guerra fredda visto quello che sta accadendo nell’est Europa.

Oltre al timore di non essere all’altezza, soprattutto per un fattore caratteriale data la sua natura di lupo solitario, Maverick dovrà fare i conti soprattutto con il suo passato, che si presenta sotto la forma di Bradley Bradshaw (Miles Teller) figlio del suo amico Goose, morto nel primo film a seguito di un incidente in volo. Come se non bastasse il difficile rapporto con un ragazzo che gli ricorda costantemente che non è perfetto o invincibile come crede, Maverick ha contro anche il suo diretto superiore, il Colonnello Vice (Joh Hamm) ma per fortuna trova anche un insperato sostegno in una sua vecchia fiamma, Penny (Jennifer Connelly). Tutto questo però servirà a ben poco lì tra i cieli, dove ben presto si rende conto che i piloti che ha sotto mano sono sì talentuosi, coraggiosi, ma anche incredibilmente individualisti, incapaci di fare veramente squadra e soprattutto non credono abbastanza in sé stessi. 
Con il tempo che scorre e l’attacco che si avvicina, per Maverick arriverà il momento delle scelte difficili, soprattutto di lasciarsi alle spalle il passato con i suoi dolori e sensi di colpa, di pensare a cosa è più giusto per la squadriglia e per il suo futuro.


Quando viaggiare indietro nel tempo funziona

Solitamente le operazioni nostalgia, in particolare quelle viste negli ultimi anni, hanno avuto esiti contrastanti, in cui si è sovente fallito il tentativo di trasportare i miti del cinema che fu del XX secolo, all’interno dell’universo narrativo contemporaneo, quello del pubblico under 25 cresciuto bene o male a pane e cinecomic.


Ebbene, Top Gun: Maverick è sicuramente il tentativo più riuscito fino ad oggi, persino più dei due Creed di Stallone, lo è in virtù di una storia semplice eppure incredibilmente efficace e avvincente, classica ma nel senso più positivo del termine, con un protagonista a cui Tom Cruise a dispetto dell’età riesce comunque a donare energia, vitalità, rispolverando quel carisma che lo ha reso bene o male dagli anni ‘90 in poi uno dei volti simbolo del firmamento cinematografico.


Il suo Maverick continua ad aggirarsi come una sorta di anima in pena, un sopravvissuto ad un’era che non tornerà mai più, quello dell’ottimismo e del trionfalismo americano a tutto tondo, del sogno a stelle e strisce che viveva su quelle spiagge, dove tornano corpi scolpiti e sorrisi, l’ottimismo, ma si aggira anche lo spettro della morte.


Il progetto si sa che è in ritardo di dieci anni rispetto a quanto previsto, purtroppo la morte del rimpianto e a lungo sottovalutato Tony Scott, vanificò un ritorno del pilota più famoso della storia del cinema sul grande schermo quando forse sarebbe stato veramente il momento giusto. 
Tuttavia Top Gun: Maverick funziona dal primo all’ultimo minuto, lo fa perché ha il pregio più che di inseguire il mito del Pro Patria Mori tecnologico, quello del superare i propri limiti, di fare i conti con le proprie paure e debolezze, con il proprio egoismo e con le avversità. 
La sua natura di film di formazione rende tale definizione applicabile non solo ai giovani piloti, ma anche al protagonista, che la gioventù anagraficamente l’ha superata da un pezzo, ma non per questo smette di essere alla ricerca di se stesso, a guardarsi dentro. Il che è senza ombra di dubbio positivo ai fini della trama, che riesce ad evitare il classico e un po’ telefonato tema della paternità. Qui invece regna quello della verità, di chi siamo, di che cosa siamo capaci e di quanto a volte la sicurezza sia un’arma a doppio taglio.


Molto più di un semplice film sugli aerei

Sì perché un altro elemento sicuramente interessante di Top Gun: Maverick è il fatto che da certi punti di vista decostruisca i topoi del primo film, su tutti la volontà di primeggiare, la competizione come unica vera ragione di vita, l’arrivismo come una qualità.


In questo è perfetto simbolo l’Hangman di Glen Powell, che in tutto e per tutto pare un incrocio tra il Maverick giovane e ciò che era il suo rivale Iceman, con il sorriso da copertina, il fisico da surfista, il totale disinteresse per tutto e tutti al di fuori del suo stesso aereo.


I nemici  sono invisibili, sono nascosti dietro uno schermo nero o mezzi che paiono sbucati da Guerre Stellari, così come lo erano nel primo film, ma qui più che essere identificati con una specifica nazione, paiono quasi rappresentare le stesse paure dei vari protagonisti.


Le scene d’azione sono naturalmente eccezionali, vi è naturalmente un buon uso della CGI ma ritornano anche vere acrobazie aeree, riecheggia ancora la colonna sonora di allora, ritorna Maverick a bordo della sua Kawasaki, il sorriso di Tom Cruise che insegue gli aerei che decollano. 
Il tema della libertà personale come qualcosa che si può trovare veramente soltanto in America, facendo finta che esercito o aviazione non abbiano gerarchie, ordini e recinti per il libero arbitrio, ci sorride. 
Una bugia? Forse. Ma in fin dei conti è una bugia fatta dello stesso materiale di cui sono fatti i sogni, gli stessi che Tom Cruise ha agitato in quel 1986, quando la Guerra Fredda stava per finire e stava per cominciare il decennio più ottimista ma anche ragionevole di sempre. 
Eppure lui continua a voler fare di testa sua, è un ribelle dentro il sistema ed è proprio per questo che è un personaggio così importante, per questo gli si vuole incredibilmente bene. Non è un qualcosa che interessa solo per chi ormai fa i conti con gli “anta”, ed era ragazzino nell’86, ma per chiunque vedendolo ricordi cosa serve per fare un buon film d’intrattenimento: personaggi credibili, un protagonista imperfetto, un crescendo rossiniano e l’amore per le immagini che vanno oltre la mera tecnica. Il cinema vive di emozioni e passione. Grazie Maverick per avercelo ricordato.

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