Obi-Wan Kenobi: la recensione dei primi due episodi

Obi-Wan Kenobi: la recensione dei primi due episodi

Di Marco Triolo

A seconda dell’età anagrafica dello spettatore, esistono due Obi-Wan Kenobi: da una parte c’è Sir Alec Guinness, storico volto del maestro Jedi nella trilogia classica di Star Wars. Dall’altra Ewan McGregor, interprete del giovane Obi-Wan nella trilogia prequel. Tre film detestati dai fan della prima ora ma che, col tempo, hanno conquistato il pubblico dei millennials e della Generazione Z. Da tempo, sembra che una delle missioni meno sbandierate del nuovo corso di Star Wars sia quella di restituire dignità ai prequel anche agli occhi di chi non li ha mai amati, inserendo in maniera chirurgica una serie di elementi – da Jimmy Smits nei panni del Senatore Organa in Rogue One al recupero di Temuera Morrison in The Book of Boba Fett – pensati per ricordare al mondo intero che, sì, quei film sono perfettamente in canone, nonostante tutto.

Obi-Wan Kenobi, la nuova serie Disney+ che ha fatto il suo debutto con i primi due episodi, è la dichiarazione d’intenti definitiva in questo senso: un progetto che nasce con la precisa volontà di erigere un ponte tra prima e seconda trilogia, raccontando cosa sia accaduto a Obi-Wan “Ben” Kenobi dopo il famigerato Ordine 66 e prima del suo ritorno in Episodio IV. Nel farlo, riporta in scena personaggi e interpreti della prima trilogia, come Joel Edgerton (Owen Lars) e ovviamente Hayden Christensen nei panni di Anakin Skywalker / Darth Vader.

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Ci sono altre sorprese e volti noti che vi spoilereremo dopo debito segnale. Per ora basti dire questo: Obi-Wan Kenobi è quello che ci aspettavamo sin dall’annuncio del progetto. L’unica vera sorpresa è il MacGuffin, l’elemento che fa procedere la storia e che costringe Kenobi a lasciare momentaneamente Tatooine e il suo ruolo di sorvegliante di Luke Skywalker per solcare ancora una volta la Galassia.

Quello interpretato da Ewan McGregor nella serie, sviluppata da Joby Harold, Hossein Amini e Stuart Beattie e diretta da Deborah Chow, è un Obi-Wan traumatizzato e disilluso, che non solo si è auto-esiliato su Tatooine, ma ha anche rinunciato a lottare. “Sono passati dieci anni”, come spesso ricorda a chi lo avvicina per convincerlo a riprendere la battaglia. “Non sono più quello di una volta”. La serie si configura da subito come il risveglio morale del maestro Jedi, sottolineando come non sia solamente la necessità di sopravvivere, e di proteggere Luke, ad averlo spinto all’anonimato su un pianeta nella fascia esterna della Galassia. È anche la paura di esporsi e scoprire di non essere più in grado di compiere gesti eroici come un tempo. La routine, l’età che avanza, l’inadeguatezza, il senso di colpa per aver ucciso Anakin (Obi-Wan non sa che è ancora vivo) e il trauma di aver perso la battaglia contro l’Impero e i Sith hanno trasformato un grande guerriero nell’ombra di se stesso.

Il percorso è dunque chiaro: l’Obi-Wan che abbiamo incontrato nel primo Star Wars era venuto a patti con se stesso solo dopo una missione che non ci era mai stata raccontata prima. Questa serie ce la racconterà. I primi due episodi, quasi speculari (uno diurno, l’altro notturno; uno nel deserto di Tatooine, l’altro in una metropoli che sembra Hong Kong), servono a piazzare tutte le pedine al posto giusto e darci un assaggio di azione, anche se si guardano bene dal far sfoderare a Obi-Wan la spada laser. Siamo solo all’inizio: il maestro Jedi dovrà prima ritrovare un briciolo di fiducia, tornare in armonia con la Forza e solo così ritroverà se stesso.

Come già avvenuto nel caso di The Mandalorian e The Book of Boba Fett, Obi-Wan Kenobi è anche un veicolo attraverso il quale diversi personaggi delle serie animate create da Dave Filoni fanno il loro esordio nel mondo del live-action. In questo caso si tratta del Grande Inquisitore (Rupert Friend) e del Quinto Fratello (Sung Kang di Fast & Furious), a cui si unisce un personaggio inedito: Reva (Moses Ingram), la “Terza Sorella”, ossessionata dalla caccia a Kenobi. È quest’ultima il vero villain principale della serie finora, e scommettiamo che lo resterà anche dopo l’ingresso di Darth Vader.

I primi due episodi di Obi-Wan Kenobi fanno un buon lavoro. Non c’è da strapparsi le vesti, ma decisamente si tratta di un passo avanti rispetto a The Book of Boba Fett. Camei e strizzate d’occhio per i fan non mancano, ma a reggere tutto sulle sue spalle è un Ewan McGregor come sempre carismatico, che fa del suo meglio per mostrarci un lato inedito di Obi-Wan. Dopo questa serie, forse si meriterà di essere considerato il principale interprete di Obi-Wan: dopo tutto, ha già superato il monte ore di Alec Guinness di un bel pezzo.

E ORA GLI SPOILER…

Il MacGuffin di cui parlavamo prima, caro lettore che hai SICURAMENTE già visto gli episodi se stai leggendo queste righe (altrimenti, fermati!), è ovviamente la piccola Leia, che vive pacifica e un po’ ribelle sul pianeta Alderaan con papà (Jimmy Smits) e mamma adottivi. A un certo punto arriva il bassista dei Red Hot Chili Peppers a rapirla per conto di Reva, che vuole tendere una trappola a Kenobi. Seguono le tappe canoniche del viaggio dell’eroe: la chiamata all’avventura, il rifiuto della chiamata, l’accettazione. Obi-Wan si imbarca per Daiyu, alias la Cina, un posto dove “le comunicazioni vengono bloccate in entrata e uscita” (capito?!? È la Cina!) e dove Flea detiene la piccola Leia. Tra lei e Kenobi si instaura un rapporto padre/figlia che evoca in parte quello tra il Mandaloriano e Grogu e che farà scattare sull’attenti i poliziotti della coerenza (“Ma se Leia conosceva Obi-Wan, come mai non ha detto niente in Episodio IV?!”).

Questioni lecite, ma in fondo la serie se ne frega per una buona ragione: mettere a posto una delle “ingiustizie” della saga originale, nata in un’epoca in cui era ancora normale che l’eroe principale fosse maschio. Negli anni, la figura di Leia (o Leila, che dir si voglia) è stata approfondita e sviscerata, il suo controllo della Forza e l’addestramento Jedi rivelati. Ma per molto tempo si è dato totalmente per scontato che l’eletto fosse Luke e Luke solamente, e l’idea della “diade” nella Forza è nata solamente nella trilogia sequel. Qui questa mancanza è sottolineata e risolta in un dialogo tra Kenobi e Bail Organa, in cui il senatore fa presente al Jedi – che si ostina a dire che “il suo obbligo è verso il ragazzo” – che Leia è importante tanto quanto Luke. È una retcon senza essere una retcon ed è forse l’elemento più interessante della serie finora. Il fatto che l’attrice scelta per interpretare Leia, Vivien Lyra Blair, sia azzeccatissima, è un plus molto gradito. Non è difficile pensare che quella bambina, per il suo aspetto e per come è interpretata e scritta, crescendo diventerà Carrie Fisher. Ah, fa anche piacere vedere Temuera Morrison nei panni di un clone a cui le cose non sono andate molto bene.

Per giudizi più approfonditi ci toccherà aspettare i prossimi episodi, ma finora Obi-Wan Kenobi non è niente male.

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