The Northman: Robert Eggers, un autore alla corte del cinema popolare

The Northman: Robert Eggers, un autore alla corte del cinema popolare

Di Marco Triolo

Entriamo per un secondo nella testa di Robert Eggers. Nel 2014 (o giù di lì), sul set del suo primo film, The Witch, il regista chiama un impagliatore di tetti e un falegname dalla Virginia per edificare la fattoria in cui si ambienta il film, e illumina il set con luce naturale e a lume di candela, il tutto per amore di autenticità. Qualche anno dopo, per girare The Lighthouse, ambientato nel New England di fine ‘800, Eggers e il suo direttore della fotografia Jarin Blaschke (un nome che ritornerà) utilizzano lenti degli anni ’30 pur di ricreare il look di un cinema ormai scomparso.

Stacco al 2020, quando Eggers inizia a girare The Northman, un progetto che ha due cose molto importanti in comune con i precedenti: il “The” nel titolo e il fatto di essere la più meticolosa, puntigliosa e – lo vogliamo dire? – pignola rappresentazione del mondo che intende narrare, in questo caso l’epoca vichinga, che si sia mai vista al cinema.

Quando Christopher Nolan ha iniziato a sfornare blockbuster d’autore come se fossero in saldo, certo ambiente della critica si è affrettato a battezzarlo “il nuovo Stanley Kubrick”, rilevando una certa freddezza dei sentimenti e la tendenza a lavorare nello spettro dei generi cinematografici. Forse, però, e qui lo diciamo e neghiamo allo stesso tempo perché non fa bene fare queste affermazioni dopo soli tre film, anzi non fa bene e basta, Robert Eggers è un candidato più probabile al soglio kubrickiano. Perché più che l’idea di un autore che lavora con i generi, a rendere Kubrick Kubrick era la leggendaria pignoleria. La sappiamo tutti la storia di quella volta che, sul set di Spartacus, chiese all’assistente di piegare in un certo modo un manichino in una scena di massa. Che sia vera o meno, è l’emblema del modo di ragionare di Kubrick, uno che era solito fare i compiti per casa prima di girare qualsiasi cosa – e infatti di Napoleon, il suo grande affresco storico mai realizzato, sopravvive un tomo di dimensioni ragguardevoli, il classico mappazzone che ti compri e poi metti in bella vista sulla libreria, ma non hai mai davvero letto.

Allo stesso modo, Robert Eggers è letteralmente ossessionato dalla veridicità. Allo stesso modo, però, è anche uno che sa come si lavora nel cinema ed è pronto a scendere a compromessi, a modo suo. Fa un po’ sorridere il fatto che la paglia usata nei tetti di The Witch sia accurata, ma poi il film sia stato girato in Canada e non nel New England per questioni fiscali. Così come fa sorridere che, come abbiamo già detto, The Northman sia “il più accurato film sui vichinghi mai fatto”, eppure sia stato girato in Irlanda del Nord. Colpa del Covid, in questo caso: la lavorazione del film è stata rimandata per via del lockdown e la produzione si è ritrovata a dover scartare le location già scelte in Islanda (dove si svolge il 70% della storia) per affidarsi a quelle dove lo scenografo Craig Lathrop aveva già costruito dei set. Volessimo proprio trovare una chiave di lettura freudiana in tutto questo, potremmo constatare come Eggers sia iper-pignolo riguardo ai set, ma accomodante sulle location, quasi che volesse dipingere un mondo in cui è la presenza umana a influenzare l’ambiente, e non viceversa. Ma sarebbe forse una lettura un po’ forzata: il punto è che Eggers è inflessibile fin dove vuole, poi è disposto a trattare. Altrimenti non si fanno i film.

The Northman è emblematico di questo metodo. Eggers e Blaschke hanno scelto un approccio unico all’azione: girare scene complicatissime e dense di eventi con lunghe inquadrature senza stacchi, e utilizzare una sola macchina da presa per tutto il film. Spiega Eggers:

Il tipo di cinema che piace a Jarin e me è realizzato da filmmaker che raccontano storie con semplicità e franchezza, e che cercano di trovare immagini essenziali con cui raccontarle. Capisco che altri registi preferiscano girare i film di questo genere con più macchine da presa e molta copertura, perché è difficile farlo in un altro modo. La pressione di pianificare la riuscita del nostro progetto utilizzando una singola macchina da presa è stata frustrante, e ha sicuramente fatto trepidare lo Studio.

Per realizzare un’impresa del genere, Eggers e Blaschke hanno dovuto prima di tutto storyboardare il 95% del film. E poi avvalersi di svariati strumenti e tecniche di ripresa, come camera-car, gru, coordinatori di stunt e coreografi che aiutassero a far scorrere le scene d’azione come un flusso unico, per poter realizzare “riprese dense e long take mentre accadono molte cose sullo sfondo: fotogrammi ricchi che andavano avanti all’infinito”, come spiega Blaschke. Aggiunge Eggers:

I grandi film d’azione e avventura, implicano decine e decine di tagli, perché i realizzatori utilizzano più telecamere e catturano le scene da varie angolazioni. Il nostro film è diverso e si muove in modo diverso, perché non ci sono così tanti tagli. Si spera che sia più coinvolgente.

Questo è solo uno degli aspetti “kubrickiani” del modus operandi di Robert Eggers. La sua ben nota attenzione ai dettagli ha implicato che tutte le armi venissero realizzate a mano. Il maestro d’armi Tommy Dunne ha lavorato a stretto contatto con alcuni consulenti, per studiare e realizzare le armi specifiche che ogni personaggio avrebbe portato. Il già citato scenografo Craig Lathrop ha supervisionato la costruzione delle armi, delle navi vichinghe e del villaggio islandese (in realtà nell’Ulster) in cui si rifugia Fjölnir (Claes Bang), lo zio regicida del protagonista Amleth (Alexander Skarsgård), edificato con poco legname, perché le fattorie islandesi nel X secolo erano fatte di torba e zolle erbose. Che, non lo sapevate?

Neil Price, professore di archeologia e autore specializzato in magia, stregoneria e religione dell’era Vichinga, consulente in The Northman, ha dichiarato:

Questa è di gran lunga la rappresentazione più accurata dell’era vichinga che abbia mai visto. Ero sul set durante la pre-produzione, ho assistito a tutto ciò a cui stavano dando vita e l’ho trovato travolgente: non avevo mai visto un tale livello di attenzione ai dettagli in un film storico.

Tutto parte da un’idea simile a quella espressa in The Witch:

L’intenzione con The Witch era di rivitalizzare quella figura archetipica apparsa in Hocus Pocus e negli innumerevoli ornamenti di Halloween hanno reso le streghe non più spaventose. The Witch chiedeva al suo pubblico: “Sapete cos’è una strega? Bene, ripensiamoci”. Abbiamo cercato di esplorare i vichinghi in modo simile.

L’idea di realizzare un film sui vichinghi non proviene in realtà da Eggers, che, da giovane, preferiva i cavalieri medievali e non era attratto dallo stereotipo machista dei razziatori norreni. È Skarsgård a proporgli il progetto. Un viaggio a Reykjavik fa il resto: Eggers resta affascinato dal paesaggio e accetta di concepire una storia ambientata in quel mondo aspro e crudele. Anche qui, però, torna la sua puntigliosità: per scrivere la sceneggiatura, chiede aiuto a Sjón, poeta islandese incontrato durante una visita a casa di Björk (che ha un ruolo nel film, oltre vent’anni dopo Dancer in the Dark). I due trovano subito un punto in comune: Sjón ha infatti scritto un romanzo incentrato sulla stregoneria nell’Islanda del XVII secolo. La loro collaborazione è scritta nelle stelle.

Tutto questo dipinge uno scenario inequivocabile: The Northman è un film d’autore, perché Robert Eggers è un autore. Col tempo, il termine “film d’autore” ha preso però un’accezione negativa, di prodotto elitista, ermetico, nemico del grande pubblico. È grazie ad autori come Eggers se questa immagine sta venendo via via erosa. Come ha dichiarato il regista in un profilo del New Yorker, la versione finale di The Northman, nata dal compromesso tra la sua e quella dei produttori, è “la più divertente” possibile. Una fusione tra spirito autoriale e cinema commerciale che è l’anima stessa di questa arte pop che tanto amiamo.

The Northman arriverà nelle sale il 21 aprile, distribuito da Universal. Per saperne di più:

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