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The Dropout è quello che vi serve per svegliarvi dal sogno americano, la recensione

The Dropout è quello che vi serve per svegliarvi dal sogno americano, la recensione

Di Giulio Zoppello

Si dice di solito che di buone intenzioni è lastricata la via che porta all’inferno. Ma non è vero, non dovete crederci, almeno non ci crederete più dopo aver visto The Dropout su Disney+, creata da Elizabeth Meriwether e incentrata sulla truffatrice Elizabeth Holmes.


Theranos, la sua ascesa, la sua caduta, le bugie e lo scandalo che seppellì l’ennesimo impero tecnologico, neo-capitalista 2.0, sono al centro di una serie fantastica, che ha in Amanda Seyfried una protagonista magnifica ed ipnotizzante. Di certo uno dei prodotti seriali più interessanti dell’anno, in grado di rivaleggiare con WeCrashed e Scissione nel parlarci della bugia insita nel capitalismo, della sua essenza fatta di avidità e menzogne da salvare.

Una favola nera su una ragazza dell’alta società

The Dropout da molti punti di vista può sembrare una favola oscura e tragicomica, e come tutte le favole in fin dei conti potrebbe cominciare con il classico “C’era una volta”. C’era una volta Elizabeth Holmes, una ragazza timida e impacciata, ma intraprendente, figlia di persone ricche e potenti, con forti legami nella politica e nelle multinazionali. 
Elizabeth aveva intenzione di diventare qualcuno e per farlo cominciò a pensare a 19 anni che studiare ingegneria chimica alla Stanford University non bastasse, che forse il suo percorso doveva essere differente da quello degli altri.


In breve a Palo Alto, California che più California non si può, Elizabeth cominciò a cullare l’idea di creare un macchinario con cui effettuare esami del sangue usando limitate quantità di sangue, di modo da rendere analisi e cure molto più facili ed economiche. Poco importava che ogni Professore e Medico competente di Stanford le dicesse che era impossibile, Elizabeth insisteva ed infine riuscì a convincere diversi finanziatori a seguirla, tra cui anche l’ex Segretario di Stato George Schultz. 
Pochi anni dopo la sua Theranos pareva ormai destinata a diventare un gigante come la Apple di Steve Jobs, che Elizabeth vedeva come un mentore. Poi ecco arrivare la sorpresa: non era vero nulla, le miracolose invenzioni di Elizabeth erano una truffa, una falsa narrazione di una falsa innovazione. Uno scandalo che lasciò di stucco l’intera imprenditoria e editoria americane, e che ha segnato una cesura totale. 
Tutto questo ci arriva da The Dropout, miniserie di 8 episodi creata da Hulu, che ripercorre come una sorta di montagna russa l’incredibile ascesa e caduta di una ragazza che fu in grado di ingannare alcuni tra i supporti più astuti, esperti e spietati uomini d’affari, finanziatori e politici del paese.


Anche i media se le bevettero e per molto tempo ne fecero un simbolo di emancipazione femminile e intraprendenza come il più classico american dream. 
Amanda Seyfried è lei, Elizabeth, ce ne mostra ogni sfumatura possibile di una personalità inquietante, buffa e spietata assieme, materialistica nel modo più terrificante ma soprattutto decisa ad avere ragione, costi quel che costi.

Una perfetta analisi della bugia americana

Il resto del cast comprende Michel Gill ed Elizabeth Marvel nei panni dei genitori della Holmes, Stephen Fry in quelli del capo della ricerca Theranos Ian Gibbons, William H. Macy dello scienziato ed inventore Richard Fuisz. Infine abbiamo l’ex naufrago di Lost Naveen Andrews come Sunny Balwani, ex braccio destro e poi partner della Holmes. Già solo da questi nomi si può comprendere come The Dropout sia stata creata in virtù di un’ambizione non indifferente, mirante a darci un’immagine quanto più possibile viscerale, intima e complessiva di un sogno diventato incubo, di una delle bugie che più di tutte hanno contribuito ad infrangere il sogno della New Economy 2.0 dei nostri giorni.


The Dropout è però soprattutto un biopic sardonico e cinico, l’analisi di una personalità malata di egocentrismo, di un narcisismo assolutamente senza controllo, una bugiarda patologica e misera, capace di mistificare la realtà, deviarla, convincere in qualsiasi modo chiunque intorno a lei della bontà delle sue azioni e dei suoi propositi. 
Risulta assolutamente inevitabile fare un confronto con Inventing Anna, che aveva cercato di creare una sorta di narrazione pseudo-comica di Anna Sorokin, truffatrice capace di derubare il meglio dell’alta società newyorkese in virtù di una falsa fondazione artistica.


Tuttavia il risultato è impietoso, almeno per la serie Netflix, che non riuscì a far altro che propone una sorta di edulcorazione di una persona spregevole e disturbata, cercando di farne un simbolo di emancipazione. 
Questo è un errore che invece The Dropout evita accuratamente, anzi si pone quasi sullo stesso livello di WeCrashed nel mostrarci con piglio quasi documentaristico, il corpo di una bugia gigantesca, la realtà dietro la retorica del sogno americano, dell’imprenditore fabbro del proprio destino e che porta benefici a tutta la comunità. Non è vero, non è mai stato vero, Elizabeth Holmes bene o male è il volto senza maschera e non semplicemente oscuro di quell’individualismo tossico imperante, che ancora oggi rende il capitalismo americano di più estremo, selvaggio e incontrollabile che vi sia. Ogni singolo episodio aggiunge un mattone a questa costruzione patetica e tragicomica, simbolo di una cultura arrivistica che non è nata come i funghi, di notte, ma che è parte integrante dell’educazione di Elizabeth, dell’ambiente che frequenta, del sistema scolastico iper-competitivo e della società stessa in cui è cresciuta.

Il sintomo di una malattia diffusa del nostro tempo

The Dropout ha una regia magnifica, una sceneggiatura che dà il giusto spazio a tutti gli altri personaggi non poi così di contorno, su tutti Balwani, uomo d’affari come ce ne sono tanti, poi stregato da questa ragazza bionda incredibilmente carismatica e convincente, capace di mettere in gioco tutto quello che ha per lei, di diventare anche complice fino al tardivo risveglio finale.


Ma è soprattutto Amanda Seyfried a dimostrare ancora una volta come per tanti anni sia stata forse sottovalutata, relegata i ruoli non alla sua altezza, forse per quell’aria da bambolina bionda, con gli occhioni da cerbiatto che però sa trasfigurare in pochissimi secondi fino a rendere questa yuppie bugiarda un’arpia, una creatura goffa ma capace di una volontà totalizzante e ferrea.


La sua Holmes è disturbante perché vera, perché la finzione è stata anche limitata da certi punti di vista rispetto al personaggio reale, a ciò che fu capace di fare nelle vite degli altri. 
Il tutto ci porta a rivalutare anche il ruolo del giornalismo d’inchiesta, àncora di salvezza per la società americana in questo secolo così contraddittorio, ipocrita e violento. 
La Seyfried soprattutto è sensazionale nel mostrarci l’evoluzione di una ragazza che da spenta crisalide, sboccia in una specie di tarantola arrampicatrice, solitaria, avvolta da una voce studiata allo specchio e un look dark vampiresco. Si palesa in più di un’occasione la profondità di un’insicurezza che però non sfocia mai in una giustificazione per le sue azioni.


Assieme alle sue bugie vediamo anche il naufragio del mito della Silicon Valley come fucina di menti geniali e dell’avvenire inclusivo e tecnologico che c’è stato promesso. Lei è stata l’immagine di quella fandonia, la più improbabile e goffa di tutte, ma non per questo meno inquietante di quelle che oggi portano uomini come Bill Gates, Elon Musk Jeff Bezos ad essere idolatrati da milioni di persone. 
Certo, si ride spesso, ma è una risata disperata, la risata di chi non ha via d’uscita mentre vede scopre di essere stato ingannato come un povero fesso. E il rifiuto è forse l’arma che ha aiutato meglio la Holmes, in ultima analisi una banale mitomane autoassolutoria, forte più che del suo narcisismo, di quello del prossimo. 

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