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Volevamo essere come Bruce Willis. Per questo lo abbiamo sempre seguito

Volevamo essere come Bruce Willis. Per questo lo abbiamo sempre seguito

Di Giulio Zoppello

Davvero difficile trovare un attore più iconico e diverso dalla norma di quello che è stato Bruce Willis, ritiratosi ufficialmente meno di 24 ore fa tramite un comunicato diffuso dalla famiglia, a causa di un’afasia, che di fatto era anche uno dei motivi dietro il progressivo declino che ha interessato la sua carriera negli ultimi anni, sublimato con le candidature ai Razzie Awards di quest’anno.


La realtà è che in questo momento ci sentiamo tutti improvvisamente orfani di un divo, di un attore, completamente diverso dalla norma, riscopriamo la sua natura di pecora nera in quel firmamento hollywoodiano, che di solito partorisce sex symbol conformisti e rassicuranti. Lui non lo è mai stato.



Un eroe sfigato e divertente


Bruce Willis con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ così, a partire dagli anni ’80 si era ricavato un enorme spazio, prima grazie ad una indovinatissima serie televisiva come Moonlighting, poi nei panni dell’agente John McClane, a conti fatti uno dei più grandi eroi action di tutti i tempi.


Bruce non era bello, non era avvenente, non aveva i muscoli scolpiti o l’espressione minacciosa dei divi muscolari che proprio nel decennio reaganiano dettavano legge al botteghino e non solo. 
Trappola di cristallo del grandissimo John McTiernan ebbe però uno straordinario successo proprio grazie a lui, che già perdeva i capelli poco più che trentenne, che se ne andava in giro con quella mascella squadrata e quegli occhi spiritati, eppure incredibilmente felini, l’arma segreta con cui fu capace di destreggiarsi in personaggi molto diversi tra di loro.

Nessuno però sarebbe stato più iconico di quello stralunato, coraggioso e assolutamente sopra le righe agente di polizia, dotato di intuito ma soprattutto di una autoironia irresistibile, sempre però un passo indietro alla parodia o alla decostruzione del genere Action, che in realtà proprio Willis portò a nuove vette espressive.


McClane non era invincibile, non era un macho che sapeva sempre cosa fare, di base improvvisava, si adattava, aveva una boccaccia irriverente ma anche l’istinto del segugio urbano, di fatto era una sorta di upgrade invertito dei vari divi dell’hard boiled di cui Humphrey Bogart era stato il simbolo.


Lui era l’alter ego, era l’opposto, era lo yin della yang o come vi pare. Si vestiva in modo dozzinale, spesso con la barba lunga, faceva le cose più pazze e assurde ma senza avere il sorriso sulle labbra, quanto un’autentica espressione di comprensibile terrore o incredulità. 
Mentre Stallone e Schwarzenegger ci convincevano che si poteva fare qualsiasi follia nei loro universi narrativi, Bruce Willis invece si proponeva come un eroe del nostro mondo, della nostra quotidianità, mettendosi nei panni di uomini che sovente erano messi alle strette, feriti o invasi da una strizza notevole.


La maestria oltre la simpatia



Dove c’erano addominali scolpiti o bicipiti pompati, Bruce Willis invece mostrò canotte sporche, capelli arruffati e cicatrici di ogni tipo. L’ultimo boy scout, Die Hard, Last Man Standing, Hudson Hawk, Billy Bathgate, Impatto Imminente, Armageddon, Pulp Fiction… dove le scene d’azione erano monologhi connessi al mito dell’invincibilità, lui invece ci donò batoste memorabili, sovente quasi strizzando l’occhio alle atmosfere grottesche dei Looney Tunes, di cui in fin dei conti recuperò spesso la dimensione slapstick, la comicità situazionale esagerata eppure calibrata nella verosimiglianza. 
Eppure, a dispetto del suo intento, Bruce Willis ancora oggi per tutti è uno dei principali duri del grande schermo, un simbolo di virilità, diversa però dall’essere meramente connessa all’avvenenza o ai dettami della moda. Bruce per tutti è stato un maschio alpha, ma soprattutto una variante della forma classica. Bruce era la sublimazione del maschio medio americano, quello che fuma Marlboro, mangia bistecca alta due dita e beve birra e whisky come niente, si veste con il giubbotto di pelle, mangia tacchino, sorride alle tipe nei bar, è orgogliosamente americano ma in un modo in fin dei conti anche innocuo, riservato.


Si aveva quasi sempre l’impressione che fosse il classico tipo che ti stringeva la mano perché eri il nuovo vicino, ti invitava il barbecue e ti salvava la vita da un attacco terroristico.


Tutto questo sovente ha anche fatto dimenticare quanto nella realtà fosse un attore straordinario, dotato di un carisma, una presenza scenica e una capacità di variazione del tono recitativo semplicemente monumentali. Sapeva stravolgere una situazione e comunicare un’emozione con un semplice sguardo, il suo famosissimo sorriso che lo rese un sex symbol degli anni ’90, lo utilizzò sia per essere un eroe, sia per essere disturbanti cattivi o uomini oscuri. Ma quanta simpatia in lui, quanta capacità anche di andare sopra le righe nel modo più credibile e spassoso. Forse il meglio di tutto questo ce lo ha dato in La Morte ti fa Bella di Zemeckis, invecchiato, ingrassato ma adorabile pasticcione perso tra divi bizzosi.

Un idolo transgenerazionale

Di fatto Bruce Willis per legioni di adolescenti ragazzi, è stato un ideale, un simbolo di ciò che volevamo essere da grandi, un individualista narcisista ma non troppo, un cavallo pazzo insensibile alle regole e deciso ad andare oltre. Ma fu anche simbolo di vulnerabilità. Il Sesto Senso ancora oggi rimane uno dei film più iconici del secolo scorso, un horror psicologico dolente e malinconico, in cui Bruce Willis ricordò a tutti che non era semplicemente il simpatico fusto tutto esplosioni e Beretta 92. Qualcosa che avrebbe rimarcato anche in ruoli da cattivo come in The Jackal (dove fu l’unica cosa positiva del film) o Attacco al Potere. 
Ma anni prima, ne L’Esercito delle 12 Scimmie, era stato capace di toccare vette di lirismo e dolenza non indifferenti, di dimostrare che in realtà forse l’autorialità rimaneva la sua grande vocazione, quella che il successo sfrenato e la volontà del pubblico di avere in lui un eroe diverso dagli altri, forse gli hanno anche nel tempo tolto e ne hanno decretato con l’avanzare dell’età, anche un oblio abbastanza mesto.


Col tempo poi sarebbe diventato anche l’opposto dell’agente McClane, un duro dallo sguardo di ghiaccio come erano stati Charles Bronson o Clint Eastwood, scevro da ogni pietà ma sempre comunque dalla parte del giusto o se non altro da quella meno sbagliata.


Forse dalla commedia romantica non ha avuto abbastanza, la sua incredibile capacità di creare sinergia con i partner sul grande schermo, a dispetto di un carattere bizzoso, vanitoso e difficile, lo rese sovente il sale di film che senza di lui non avrebbero avuto alcun tipo di sapore. 
Persino negli anni 2000, con l’orgogliosa pelata sempre, in film come Red, Slevin, Looper, i due Sin City, proprio la sua essenza sgualcita, ruvida da uomo di altri tempi era stato un balsamo di fronte alla sempre maggiore artificiosità dei nuovi volti di Hollywood. 
Sapere che si ritira dalle scene e il perché succeda, ci riempie di tristezza, perché bene o male tutti avremmo voluto poter avere la sua sprezzante sicurezza, la sua battuta pronta, sentirsi fighi anche senza capelli o quei 5 cm che ti fanno oggi scartare sulle app di dating. 

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