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Red – La recensione del film Pixar di Domee Shi

Pubblicato il 07 marzo 2022 di Lorenzo Pedrazzi

I discorsi sull’integrazione a Hollywood sono quasi sempre frutto di opportunismo, ma non si può negare che l’apertura verso una maggior varietà etnica e sessuale stia portando benefici anche in termini creativi. Ciò che accade alla Pixar è esemplare: in pieno rinnovamento dopo le molteplici accuse di sessismo, il prestigioso studio d’animazione sta vivendo una nuova era, di cui Red incarna forse l’avanguardia. Per la prima volta, un lungometraggio della Pixar è diretto unicamente da una donna (Domee Shi, premio Oscar per Bao), e la variazione del punto di vista si fa sentire.

Nata in Cina ma emigrata piccolissima in Canada, Domee Shi rielabora la propria adolescenza secondo criteri non così dissimili da alcuni suoi colleghi del cinema in live-action: l’immaginazione è infatti una lente che le permette di trasformare l’individuale in universale, realizzando una sorta di “autobiografismo creativo”. La protagonista Meilin Lee è infatti un “doppio” dell’autrice, anche sul piano generazionale. Siamo a Toronto, nel 2002, e la tredicenne Mei vive per soddisfare le aspettative della madre Ming: ottiene voti altissimi a scuola, la aiuta nella gestione del tempio di famiglia, è rispettosa nei confronti dei genitori, e si impegna in molte attività extracurricolari. Ma Mei è anche una preadolescente come tante altre: ha un gruppo di amiche inseparabili e adora i 4 Town, la boyband del momento, cui dedica innumerevoli disegnini sul suo quaderno. Una notte, l’improvvisa attrazione per il commesso di un negozio scatena in lei un’emozione fortissima, e si risveglia trasformata in un panda rosso gigante. Così, le sfide della pubertà s’intrecciano a un retaggio centenario che coinvolge tutte le donne della sua famiglia.

Non è difficile vedere nella trasformazione di Mei una metafora dell’adolescenza, e in particolare dei traumatici cambiamenti che porta con sé. La sceneggiatura di Domee Shi e Julia Cho lo dichiara esplicitamente, soprattutto nelle divertenti gag sul supposto menarca della ragazza. Sì, perché Red fa persino riferimento al ciclo mestruale, forse per la prima volta nella storia di un film d’animazione mainstream, quantomeno targato Disney: variare il punto di vista serve anche a superare certi insensati tabù, che nelle mani di una donna vengono trattati con la giusta naturalezza. Al di là di questo dettaglio specifico, però, il panda rosso riassume quel senso d’inadeguatezza che ogni adolescente prova sulla sua pelle: sentirsi goffi, fuori luogo, a disagio nel proprio corpo e in mezzo agli altri, spaventati ma anche incuriositi dalla propria metamorfosi fisica, è un’esperienza condivisa da molti teen-ager. Semplice, lineare, e molto efficace.

Ovviamente c’è dell’altro, e le origini di Domee Shi giocano un ruolo fondamentale. Nella trasformazione di Mei – e nel dubbio se conservare o meno tale “dono” – la regista esprime tutto il peso delle aspettative genitoriali, tema privilegiato anche da molti stand-up comedian di discendenza asiatica. Il rapporto con la madre (per le figlie) e con il padre (per i figli) segna nel profondo la maturazione di ragazze e ragazzi, dando luogo a rapporti conflittuali che camminano in bilico tra due mondi. Red funziona bene anche per questo: è una sintesi culturale tra Oriente e Occidente, a partire dall’animazione che cita le soluzioni grafiche degli anime. Tra occhi luccicanti, colori pastello e un’accumulazione sensoriale che rievoca la fantasia della protagonista, Domee Shi trova la chiave giusta per trasporre a schermo l’universo ibrido di Mei, che poi è anche il suo.

Se ne ricava l’impressione di assistere a un film Pixar diverso dagli altri, tanto per l’approccio visivo (qui meno rigido e razionale) quanto per l’ambientazione storica, che anticipa la nascente nostalgia dei primi anni Duemila. In tal senso, le tre canzoni scritte da Billie Eilish e Finneas O’Connell per il gruppo fittizio dei 4 Town vantano una clamorosa precisione “filologica”, e sono determinanti nel ricostruire il clima dell’epoca. L’esito è spassosissimo, ma strizza l’occhio più ai trentenni di oggi – la stessa generazione della regista – che al pubblico dei ragazzini. Come quasi tutte le produzioni della Pixar, anche Red è transgenerazionale: si divertiranno tutti, ma alcuni un po’ di più.