Non aprite quella porta. Sul serio. La recensione del film Netflix

Non aprite quella porta. Sul serio. La recensione del film Netflix

Di Filippo Magnifico

Per parlare di questo nuovo capitolo della saga Non Aprite quella Porta, il nono per la precisione, bisogna prima parlare anche un po’ di Halloween.
Del resto si tratta di due saghe horror seminali e particolarmente famose, nate nello stesso decennio, che hanno lanciato due figure tra le più iconiche del cinema di genere.
Michael Myers e Faccia di Cuoio hanno iniziato il loro percorso negli anni ’70 e sono giunte fino ai giorni nostri, attraverso vari sequel e remake, ma non è questo il punto.

Il punto è quello che è successo ad Halloween recentemente grazie all’operazione fatta da David Gordon Green, che ha rilanciato la saga ignorando tutto ciò che era uscito dopo il primo film, portando sul grande schermo un nuovo secondo capitolo ufficiale, seguito da un terzo e da un quarto al momento in fase di produzione.
Non è stato il primo a fare una cosa del genere, ci era passato anche Terminator, ma il suo Halloween, a differenza del pessimo Genisys è riuscito nell’impresa, dimostrandosi (almeno per chi scrive) coerente con lo spirito dell’opera concepita da John Carpenter e portando sul grande schermo una “nuova” Laurie Strode tanto forte quanto traumatizzata, proprio come la Sarah Connor di Terminator 2.

Halloween con la motosega

Ed è qui che si inserisce Non Aprite quella Porta. L’impressione è che il produttore Fede Alvarez e la Legendary Pictures siano entrati a gamba tesa in questa situazione all’urlo di “ANCHE NOI!”, proponendo praticamente la stessa formula rielaborata però in maniera alquanto pigra. Anche in questo caso abbiamo:

  • Un film che si intitola come l’originale
  • Si propone come secondo capitolo a tutti gli effetti (cosa che oltretutto era già stata fatta nel 2013 con Non aprite quella porta 3D), ambientato 50 anni dopo gli eventi del primo film.
  • Riporta in scena Sally Hardesty, l’unica sopravvissuta al famigerato massacro degli anni ’70, anche lei tanto forte quanto traumatizzata e decisa a chiudere i conti con il suo passato. Da questo punto di vista va precisato che il personaggio in questa versione è interpretato da Olwen Fouéré, dato che l’attrice originale, Marilyn Burns, è morta nel 2014.

Insomma, le orecchie di David Gordon Green devono aver fischiato parecchio. Non che avesse l’esclusiva sulla formula, sia chiaro, ma l’operazione fotocopia è impossibile da ignorare. Ma fosse solo questo il problema…

Una genesi complicata

Prendiamo anche in considerazione il fatto che i registi inizialmente scelti per il film, i fratelli Ryan e Andy Tohill, sono stati cambiati in corso d’opera, dopo una settimana di riprese, perché il lavoro fatto fino a quel momento non aveva convinto i produttori. Cosa strana se consideriamo quanto dichiarato nel 2020 proprio da Alvarez sui due registi:

La visione dei Tohill è esattamente quello che vogliono i fan. È violenta, eccitante e così depravata che vi rimarrà incollata addosso per sempre.

La loro visione si era dimostrata troppo depravata? Non lo sappiamo, l’unica cosa certa è che sul treno ormai in corsa era salito a quel punto il direttore della fotografia vincitore dell’Emmy David Blue Garcia, al suo esordio come regista di un lungometraggio.
Secondo quanto dichiarato, nulla è rimasto delle riprese originali, Garcia ha rigirato tutto, riportando il film in carreggiata. Più o meno.

Faccia di Cuoio contri i fighetti hipster idealisti

Di cosa parla, quindi, questo Non aprite quella porta?
Per farla breve, dopo essere rimasto nascosto per quasi mezzo secolo, Faccia di Cuoio viene disturbato da alcuni giovani amici idealisti, che sono arrivati in Texas per dar vita a una nuova e visionaria iniziativa imprenditoriale. Faccia di cuoio, che incredibilmente era rimasto buono e pacifico per tutto questo tempo, non gradisce e si incazza parecchio.

Attenzione, non abbiamo specificato a caso che si tratta di “giovani amici idealisti”, perché questo è un punto molto importante della storia: lo scontro tra culture, il ruvido Texas che si scontra con le nuove generazioni e la loro l’ideologia woke uscendone vincitore. Il messaggio del film sembra infatti essere proprio questo.
Volete l’esempio perfetto? Tra di loro c’è una giovane ragazza sopravvissuta ad un massacro molto simile a quello della Columbine High School. Un’esperienza che ovviamente ha lasciato un profondo trauma dentro di lei, che a malapena riesce a vedere un’arma.
Il suo arco narrativo viene sviluppato in maniera tale che ad un certo punto della storia decide di sua spontanea volontà di prendere un fucile, mettere da parte i piagnistei inutili (per il film) e reagire alla violenza nell’unico modo possibile.
Perché (sempre per il film) le armi servono, l’America lo ha dimenticato e queste nuove generazioni dovrebbero smetterla di perdere tempo con le loro cause perse.

Si tratta di un bel salto per la saga, se contiamo che l’opera originale diretta da Tobe Hooper era nata (anche) come allegoria delle atrocità della guerra in Vietnam.
È vero che l’evoluzione tipica di ogni Final Girl va sempre in questa direzione, puntando alla perdita dell’innocenza, ma un background del genere comporta un messaggio impossibile da ignorare.
Un messaggio decisamente sbagliato.
Questa è forse la cosa più insopportabile del nuovo Non Aprite quella Porta, in grado di annullare anche quei buoni momenti che – dal punto di vista puramente horror/splatter – ci sono. Il fatto di essere insulso ma allo stesso tempo portavoce della più sbagliata allegoria del rapporto che l’America ha con le armi.
E se l’intento voleva essere l’opposto, allora c’è decisamente qualcosa che non va.
Qualcosa che si è perso lungo il cammino, che non è passato attraverso quella porta che, con ostinazione, continuiamo a lasciare aperta.

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