Kenneth Branagh: un irlandese alla conquista di Hollywood

Kenneth Branagh: un irlandese alla conquista di Hollywood

Di Marco Triolo

Era il 10 dicembre 1960 quando Kenneth Branagh nasceva a Belfast, Irlanda del Nord, una terra lacerata dai Troubles da cui la famiglia – guidata dai genitori William e Frances – sarebbe fuggita nove anni più tardi. Flashforward a 62 anni dopo: al cinema escono due film di Branagh a poca distanza l’uno dall’altro. Due film che rappresentano alla perfezione la doppia anima di un regista capace di lavorare sia per la grande industria hollywoodiana che a progetti personali e autoriali.

Stiamo ovviamente parlando di Assassinio sul Nilo, arrivato nelle sale italiane la settimana scorsa dopo lunghi rinvii, e di Belfast, che invece arriverà il 24 febbraio. Due film molto diversi, ma che dimostrano come Branagh non abbia paura di metterci la faccia. Assassinio sul Nilo, secondo capitolo della serie di gialli tratti da Agatha Christie, vede Branagh di nuovo nelle vesti del sopraffino detective Hercule Poirot. Belfast, in cui il regista non appare di persona, è basato invece sui suoi ricordi di infanzia, già raccontati nella sua autobiografia Beginning, pubblicata nel lontano 1990 (quando il regista aveva appena 30 anni e aveva da poco dato inizio alla sua carriera al cinema). Da un lato dunque un’opera commerciale, in cui Branagh si mette al servizio dello spettacolo. Dall’altra un lavoro estremamente personale. Chi conosce Branagh non si sarà stupito.

Una carriera fra teatro e cinema

Kenneth Branagh inizia la sua carriera a teatro, negli anni ’80, e in breve raggiunge una certa notorietà e conosce l’apprezzamento della critica e del pubblico. Recita in molte produzioni shakespeariane, da Enrico V a Romeo e Giulietta e La dodicesima notte, e nel 1987 fonda la Renaissance Theatre Company con David Parfitt.

Branagh passa al cinema nel 1989 e, nei primi anni, alterna adattamenti di Shakespeare (da regista e attore, nella tradizione del suo illustre predecessore Laurence Olivier) a lavori disparati. Enrico V, Molto rumore per nulla e Hamlet da una parte. Il thriller L’altro delitto, il dramma nostalgico Gli amici di Peter e la commedia di ambiente teatrale Nel bel mezzo di un gelido inverno dall’altra. Nel 1994 fa un primo salto verso progetti di maggiore portata con Frankenstein di Mary Shelley, prodotto da Francis Ford Coppola sulla scia del suo Dracula di Bram Stoker, con dietro la stessa idea di fedeltà a un romanzo che, fino a quel momento, era stato portato al cinema con poca aderenza al testo originale. Il film è un discreto successo, ma viene stroncato all’unanimità dalla critica.

Due anni dopo Branagh torna a Shakespeare e consegna ai posteri il suo adattamento più famoso e celebrato del Bardo: Hamlet, che gli regala una nomination agli Oscar per la sceneggiatura non originale, la sua quarta dopo quelle per la migliore regia e il miglior attore protagonista per Enrico V e per il miglior corto live-action (Swan Song). Il film ne riceve quattro in totale, senza vincerne nessuna. Qualche anno dopo esce Pene d’amor perdute, che invece è un flop e mette seriamente a rischio la sua carriera. La Miramax, con cui il regista aveva firmato un accordo per tre film, strappa il contratto. Passano altri sei anni prima che Branagh torni dietro la macchina da presa con un altro adattamento di Shakespeare, Come vi piace. In quell’intervallo vince un Emmy grazie al ruolo di Reinhard Heydrich nel film per la TV Conspiracy – Soluzione finale, e interpreta Gilderoy Lockhart in Harry Potter e la camera dei segreti.

Dopo aver diretto Il flauto magico (2006) e Sleuth – Gli insospettabili (2007), si dedica per un periodo alle grandi produzioni hollywoodiane su commissione: Thor, Jack Ryan – L’iniziazione, Cenerentola, Assassinio sull’Orient Express e Artemis Fowl. Nel 2018 chiude il cerchio e interpreta William Shakespeare in Casa Shakespeare.

Belfast e l’antidoto alla pandemia

Arriviamo dunque a Belfast, la sua penultima fatica (l’ultima è, appunto, Assassinio sul Nilo, anche se da noi è uscito prima). Un film che attinge a piene mani dalla sua infanzia in Irlanda del Nord e che Branagh gira nell’autunno 2020, in piena pandemia. Nel mezzo di un momento di crisi globale, in cui concepire un futuro diventa più che mai difficile, il regista si volta verso il passato per rielaborarlo con gli occhi dell’adulto. Il cast è notevole: Jamie Dornan e Caitriona Balfe interpretano i genitori di Buddy, protagonista e suo alter ego interpretato dal giovanissimo Jude Hill. Accanto a loro troviamo Judi Dench e Ciarán Hinds nel ruolo dei nonni di Buddy. Branagh gira in bianco e nero, tra Londra e Belfast, includendo diversi brani di Van Morrison, nativo di Belfast, nella colonna sonora. Tra cui un brano inedito, scritto da Morrison per il film.

Al centro di tutto c’è lo scontro tra il punto di vista di un bambino, che vede il mondo con occhi innocenti, idealizza i genitori e pensa al primo amore e ai sogni d’infanzia, e la vita vera, che irrompe sotto forma dei violenti scontri sociali tra cattolici e protestanti a Belfast nell’agosto del 1969. C’è spazio anche per la nascita di un amore per il cinema, sia in sala che riprodotto dal granuloso schermo di una TV, dove Buddy incontra per la prima volta i suoi eroi western, fondamentale nella formazione del futuro attore e regista Kenneth Branagh. Spiega il regista:

Ho scritto il film attraverso gli occhi di un bambino, Buddy, che è una versione immaginaria di me stesso. Inizia ad apprezzare l’esperienza del cinema e della televisione, e si immerge in molti altri incontri e storie basate sull’immaginazione. Quelle immagini sul grande schermo hanno avuto un enorme impatto sullo sviluppo della mia immaginazione, e volevo che Buddy riflettesse le mie stesse esperienze. Adora i western, e Belfast aveva qualcosa di una cittadina del West. Quindi a volte mi sentivo come se stessi scrivendo un western che si stava sviluppando nella mente di Buddy.

Il western come genere in cui i buoni e i cattivi sono nettamente divisi, appiglio indispensabile per un bambino che si trovava ad affrontare un momento di enorme incertezza e caos:

Belfast è una città ricca di storie, e alla fine degli anni ’60 ha attraversato un periodo incredibilmente tumultuoso della sua storia, molto drammatico, a volte violento, che ha coinvolto anche me e la mia famiglia. Mi ci sono voluti cinquant’anni per trovare il modo giusto per raccontarlo, con il tono che volevo. Può volerci molto tempo per capire anche le cose semplici e trovare la giusta prospettiva. La storia della mia infanzia, che ha ispirato il film, è diventata la storia di tutti, quando un bambino passa all’età adulta e perde la sua innocenza.

Guardarsi indietro per guardare avanti

Una storia che ha tratti universali e che, in qualche modo, riflette anche il lockdown durante il quale Branagh ha scritto il film. Il regista infatti parla di un “diverso tipo di lockdown” per descrivere la Belfast dei Troubles, in cui la vita delle persone era limitata da barricate che “si stringevano attorno alla famiglia, che lottava per decidere se restare o meno”. “Confinamento e preoccupazione per la sicurezza di sé stessi e della propria famiglia”: ecco i temi con cui Belfast getta un ponte verso il presente.

Guardarsi indietro per guardarsi avanti, dunque. E, forse, chiudere con un passato che, per quanto lontano, Branagh non ha mai davvero rimosso come il suo accento, cancellato durante i primi anni di scuola in Inghilterra per evitare di essere emarginato dai compagni. Dopo tutto quel primo libro di memorie, Beginning, era forse uscito troppo presto. Era passato troppo poco tempo per poter davvero metabolizzare, ed era necessaria la saggezza dell’età per capire in che modo quei drammatici eventi lo avessero formato. Ora, Kenneth Branagh è riuscito finalmente a scrivere l’edizione riveduta e corretta di quelle memorie, anche se lo ha fatto con le immagini anziché con le parole.

Belfast è candidato a sette Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura originale, attore non protagonista (Ciarán Hinds), attrice non protagonista (Judi Dench), sonoro, canzone originale (Down to Joy di Van Morrison). Chissà che non sia la volta buona per Branagh, candidato finora a otto statuette, ma rimasto sempre a bocca asciutta.

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