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25 anni di Donnie Brasco… che te lo dico a fare

25 anni di Donnie Brasco… che te lo dico a fare

Di Marco Triolo

Usciti a poca distanza l’uno dall’altro nella seconda metà degli anni ’90, Heat – La sfida e Donnie Brasco non hanno in comune solamente Al Pacino, ma anche la concezione della criminalità come mestiere, non tanto diverso da qualunque altro. In entrambi, la vita da criminale viene messa a confronto con quella dei poliziotti, per sottolineare come, di fatto, si tratti di lavori molto simili a cui capita di essere semplicemente dalla parte opposta di una linea di demarcazione, quella della legge.

Donnie Brasco si gioca molto bene questa carta e l’affida quasi esclusivamente a Lefty Ruggiero, il mafioso di basso rango interpretato da Al Pacino nel film di Mike Newell, che compie oggi 25 anni. Lefty è una persona sola, triste e frustrata per non essere riuscita a scalare i ranghi della famiglia Bonanno, una delle cinque famiglie mafiose di New York. Lefty vede gente più giovane fargli le scarpe, superarlo, nonostante la sua devozione e l’impegno. Una condizione che accomuna moltissime persone, anche in impieghi “normali”, e questo favorisce una forte identificazione nel personaggio anche per chi, nella vita, non ha mai dovuto freddare colleghi o gettarli nel fiume con indosso giubbotti di cemento.

Donnie Brasco è ispirato a una storia vera: quella di Joseph D. Pistone, agente FBI sotto copertura che, dal 1976 al 1981, fece la spola tra la sua famiglia vera (una moglie e tre figlie) e quella mafiosa: la famiglia Bonanno, appunto, che grazie alle sue indagini fu in seguito cacciata dalla Commissione, composta dai boss delle famiglie mafiose della Grande Mela. In quanto prodotto hollywoodiano, e in particolare degli anni ’90, Donnie Brasco cerca un arco narrativo forte per il suo protagonista, interpretato da un Johnny Depp al massimo della forma: a mano a mano che sale di grado nell’organizzazione, Joe/Donnie fa sempre più fatica a distinguere il suo vero io dal personaggio che si è creato. Questo gli causa anche problemi in famiglia (l’operazione sarebbe dovuta durare sei mesi, e invece si protrasse per sei anni), dove la moglie Maggie (Anne Heche) non gradisce la sua indole sempre più violenta da mafioso. “Sei laureato al college”, gli dice a un certo punto, mettendolo di fronte ai cambiamenti vistosi nel suo modo di parlare e atteggiarsi.

Volendo, tutto questo potrebbe anche assumere un livello di lettura meta-cinematografico: Donnie somiglia molto agli attori di metodo che, nel preparare un ruolo, entrano talmente tanto nel personaggio da non riuscire più a uscirne. Tutto Donnie Brasco è un film sulle maschere, sui ruoli imposti dalla società, dove la società è, in questo caso, Cosa Nostra. Una società parallela e in miniatura, deviante, in cui però valgono gli stessi equilibri fragili che dettano le vite di tutti noi. Lefty sa muoversi bene in questo set di regole, le conosce a menadito eppure non le sa volgere a suo vantaggio. Come accade a molti.

A un certo punto c’è uno scambio fondamentale tra i due personaggi: Lefty chiede a Donnie se conosca la struttura dell’organizzazione, i vari gradini da gregario a boss. Donnie risponde di sì e paragona la gerarchia mafiosa a quella militare. Lefty ribatte: “Non c’entra niente l’esercito. Quello è fatto di gente che non conosci che ti manda ad ammazzare altra gente che non conosci”. La mafia invece ti guarda negli occhi mentre ti spara e, se sgarri, a farti fuori sarà un tuo amico. In questo è racchiusa anche la tragedia shakespeariana di Donnie Brasco: il suo rapporto con Lefty diventa sempre più stretto, Lefty lo vede come un figlio e gli apre il cuore, mostrandogli il suo lato umano, persino affettuoso. Ma Donnie sa che sarà proprio questo rapporto tra loro a condurre Lefty alla morte, quando si scoprirà che lui è un agente infiltrato.

Questo è il cuore morale e sentimentale del film di Mike Newell, il pilastro su cui la sceneggiatura di Paul Attanasio (candidata all’Oscar) si regge. L’elemento che stabilisce il mood e lo stile del film, che Newell non si fa mai sfuggire di mano: Donnie Brasco è sorprendentemente dimesso, preferisce una tensione spesso sottile ai melodrammatici, l’understatement alla violenza sopra le righe. È un racconto sulla banalità del male, su come anche chi intende sfuggire alle leggi che regolano i rapporti tra gli uomini si troverà, infine, a rispondere ad altre leggi. Un film che demitizza la figura del mafioso vecchio stampo, un cliché pericoloso per come propone queste figure come individui in fondo saggi, mossi da ideali antichi. Qui nessuno, a partire dal capo Sonny Black (Michael Madsen), per arrivare a Lefty, è particolarmente sveglio, saggio o lungimirante. Tutto si perde in beghe interne, ripicche, territorialità maschile.

Pacino e Depp giocano di sottrazione come il resto del film. In particolare il primo fa un lavoro molto diverso da quello di Heat, dove era costantemente sopra le righe. Qui è, come il film dimesso, sa fare economia di gesti e parole e per questo è ancora più straziante. Non è un caso che “Forget about it”, “Che te lo dico a fare” in italiano, sia diventata la frase simbolo del film: una frase che, come ci insegna una scena a essa interamente dedicata (in cui appaiono, in ruoli minuscoli, Tim Blake Nelson e Paul Giamatti), può dire molte cose in contesti diversi, usando sempre e solo tre paroline.

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Bastoncino pim pum pam, volan tanti scappellotti.