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Belfast traduce la memoria in narrazione popolare

Belfast traduce la memoria in narrazione popolare

Di Lorenzo Pedrazzi

Il dialogo tra cinema e memoria persiste da decenni, soprattutto nelle mani di registi che vivono la loro arte come proiezione del subconscio, ma di recente – e per motivi ancora tutti da indagare – si è fatto persino più denso e abituale che in passato. È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e Roma di Alfonso Cuarón sono due casi emblematici, senza dimenticare il prossimo The Fabelmans di Spielberg: opere semi-autobiografiche dove l’infanzia o l’adolescenza dell’autore vengono rievocate per impressioni e sensazioni, intrecciandole alla Storia che si agita sullo sfondo. Ebbene, Kenneth Branagh compie un’operazione piuttosto simile con Belfast, il film più intimo nella carriera di un regista che ha diretto quasi solo adattamenti, molti dei quali di origine shakespeariana.

La storia del piccolo Buddy (Jude Hill) riflette l’infanzia di Branagh nella capitale nordirlandese, martoriata dai “disordini” del 1969. Buddy e la sua famiglia sono protestanti dell’Ulster, ma convivono pacificamente con i cattolici nello stesso quartiere operaio, nonostante le incursioni violente dei lealisti. Il padre del bambino (Jamie Dornan) trascorre la maggior parte del tempo a Londra per lavoro, ed è quindi la madre (Caitríona Balfe) a occuparsi di Buddy e del fratello maggiore Will (Lewis McAskie). Anche il nonno e la nonna paterni (Ciarán Hinds e Judi Dench) si prendono cura di loro, mentre Buddy si divide tra i giochi con gli amici per strada, l’amore per una coetanea cattolica e le crescenti tensioni sociali in città.

Belfast

La transizione dal presente al passato – ma anche dalla realtà al cinema, dall’attualità al ricordo – si esplica nel passaggio dal colore documentaristico dell’incipit al bianco e nero fittizio della storia (anche con la S maiuscola, volendo). Branagh si avvale per l’ottava volta del direttore della fotografia Haris Zambarloukos e racchiude il film in sfumature d’acciaio, riservando ai colori soltanto lo spazio dell’immaginario: lo schermo cinematografico (che proietta Un milione di anni fa con Raquel Welch) e il palcoscenico teatrale (dove si mette in scena il Canto di Natale di Dickens). Sono quelli i luoghi che hanno nutrito la fantasia di Branagh, prefigurazione del suo futuro tra cinema e teatro.

Al regista però non interessano tanto i riferimenti autobiografici diretti, quanto una ricostruzione del passato filtrata dalla memoria, e quindi parzialmente idealizzata. È evidente nella scelta di non attribuire un nome ai membri della famiglia, identificati solo come Ma, Pa, Granny e Pop: classici termini familiari con accentuazione affettiva, in lingua inglese. Senza dubbio Branagh si è ispirato alla sua vera famiglia, ma qui opta per una caratterizzazione universale. La madre come simbolo di cura e radici, il padre in veste di sostegno economico e motore del cambiamento, il nonno come guida saggia e benevola, la nonna come protettrice accogliente e custode del passato: sono figure quasi archetipiche, appartenenti alla narrazione popolare. Anche le interazioni fra i personaggi rispondono alla medesima esigenza, più che a una pretesa di realismo sociale. Non a caso, Belfast è scandito da dialoghi veloci, spesso ironici, che rileggono i drammi della Storia con umorismo disincantato. Le discussioni tra Buddy e l’amica più grande Moira su come riconoscere un cattolico o su come mascherare la propria identità religiosa sono chiaramente figlie di un racconto che vuole compiacere le grandi platee internazionali, oltre alla stagione dei premi.

Inutile cercare in Belfast una verità grezza, spigolosa, che punti alla carne e al sangue di un’epoca straziante. La prospettiva è sempre quella di Buddy, un bambino di nove anni che vive il contrasto tra l’età dell’innocenza e il caos inesplicabile dei conflitti umani. Branagh ne ricava un classico esempio di cinema popolare, spesso suggestivo e trascinante, che si nasconde dietro un linguaggio visivo più prossimo al cinema d’autore: impiego totalizzante della profondità di campo, dialoghi girati in campo totale a camera fissa, e un bianco e nero dal forte valore espressivo. Ma l’intenzione è quella di coinvolgere tutti, non solo un pubblico selezionato. Le dediche finali, in tal senso, varcano i confini di Belfast e raggiungono un mondo sempre più in movimento, dove quelli che partono e quelli che restano vivono sulla loro pelle una forma diversa della stessa nostalgia.

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