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Un eroe – La recensione del film di Asghar Farhadi

Un eroe – La recensione del film di Asghar Farhadi

Di Lorenzo Pedrazzi

Per un regista come Asghar Farhadi, abituato a narrare le contraddizioni della società iraniana e quelle interiori di tutti noi, la storia di Un eroe dev’essere venuta naturale. Tornare in Iran dopo un film realizzato all’estero – come aveva già fatto tra lo splendido Il passato e Tutti lo sanno – gli permette di riconnettersi a una realtà più familiare, dove persino il contesto sociale è frutto di un’esperienza diretta. Sia chiaro, Un eroe non è tratto da uno specifico fatto di cronaca: il soggetto nasce dall’immaginazione del cineasta. Eppure, Farhadi si ispira ad alcune vicende reali che spesso trovano spazio sui giornali.

Il clamore mediatico della storia, in effetti, è uno dei perni su cui ruota il film. Rahim (Amir Jadidi) è in prigione a Shiraz per un debito che non ha potuto saldare, ma spera di ribaltare la sua sorte durante un permesso di due giorni: la sua ragazza ha infatti trovato una borsa piena di monete d’oro alla fermata dell’autobus, e con quelle potrebbero ripagare il creditore. Mentre le fanno valutare, però, Rahim ha un ripensamento. Quelle monete appartenevano a qualcun altro… che diritto ha, lui, di appropriarsene? Affigge quindi dei cartelli per cercare il proprietario, e quando una donna si fa viva, colma di gratitudine, Rahim sente di aver fatto la cosa giusta. La direzione del carcere viene a conoscenza del suo gesto, e decide di renderlo noto alla stampa: inizia così la sua ascesa alla notorietà, che però non è affatto idilliaca come sembra.

Farhadi costruisce così un labirinto quasi kafkiano di paradossi umani e sociali, nel quale Rahim si ritrova ben presto intrappolato. Il viso dolce di Amir Jadidi condensa l’indagine del regista iraniano, che riflette sulla possibilità di essere ancora solidali in un mondo sempre più individualista. Rahim fa la cosa giusta, ma deve affrontare un sistema che glorifica il fenomeno del momento con la stessa velocità con cui può abbatterlo. L’intero film è giocato su questo processo: messo davanti a numerosi bivi di natura etica, il protagonista sceglie sempre la strada dell’altruismo e del sacrificio personale, anche al costo di pagarne le conseguenze.

È proprio questo che fa di lui “un eroe”, al di là della retorica dei media e dell’opportunismo del carcere, che lo vede come un manifesto pubblicitario da cui trarre vantaggio. Oltre a mostrare il consueto naturalismo nella costruzione delle scene e nella direzione degli attori, Farhadi ha il merito di intessere una trama dalla forza centripeta: Rahim viene progressivamente risucchiato al centro di un vortice burocratico, dove ogni suo tentativo di uscirne – anche con la menzogna, reazione inevitabile alle assurdità del sistema – non fa altro che esasperare le cose. Impossibile non pensare al film più rappresentativo del nostro neorealismo, Ladri di biciclette, citato esplicitamente quando Rahim vaga con il figlio alla ricerca della proprietaria delle monete, per confermare la sua versione e ottenere un lavoro.

La rete di solidarietà che si stringe attorno al protagonista è l’unica speranza, poiché getta uno sguardo oltre l’apparenza e combatte il vacuo formalismo delle istituzioni. Così, quando il film giunge a un epilogo delicatissimo e poetico (vero marchio di fabbrica di Farhadi), a Rahim resta almeno qualcosa di cui andare fiero: aver conservato la sua inossidabile, commovente umanità.

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