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Perché Scream è una saga diversa da tutte le altre

Perché Scream è una saga diversa da tutte le altre

Di Giulio Zoppello

Il 13 gennaio ritorna Scream, ritorna con un quinto capitolo che tutti sperano sia all’altezza dell’iconicità di una saga che non ha semplicemente cambiato il concetto di film horror, di slasher, ma è anche riuscita a farsi totem, istantanea cinematografica di un genere, più ancora di un’epoca.
Non sarà Wes Creven a dirigerlo, ma comunque torneranno alcuni volti iconici del cast, tornerà soprattutto lui, Ghostface, e chissà chi sarà ora ad indossarne la maschera, a rappresentare il volto della paura che si insinua nella quotidianità.
Ma perché quella saga è stata così importante? Qual è stato il segreto del suo successo e perché viene indicata come un qualcosa in grado di ergersi a simbolo di un’epoca, di una generazione, di un modo di vedere la vita e la società?

Scream

Il decennio dell’ottimismo ingiustificato

Ora che sta per arrivare anche nelle nostre sale l’ultimo capitolo di Scream, di questa saga horror che pare non avere mai fine, che è riuscita a sopravvivere a cambiamenti culturali, cinematografici e generazionali, forse è il caso di guardare all’insieme di questo universo, cercare di capire perché conosca questo successo incredibile. 
Significa bene o male tornare a quel 1996, quando si era appena fatto il giro di boa della metà di un decennio in cui la parola d’ordine era ottimismo, era libertà, era soprattutto cercare di armonizzare ciò che restava della spinta ultra-capitalista anni ’80 con il progressismo, la svolta a sinistra che conobbero sostanzialmente tutte le democrazie occidentali.
L’America pareva aver rinnegato il militarismo, l’aggressività e il machismo che avevano connaturato il decennio dominato da Ronald Reagan. Ma la realtà, emersa solo pochi anni prima nella terrificante rivolta di Los Angeles, era che permanevano l’orrore, la violenza, la diseguaglianza, si era ben distanti dall’avere una dimensione ideale dentro quelle quattro mura.
La società che si celebrava su MTV era ancora caratterizzata da razzismo, intolleranza, classismo. Era una società in cui un’intera generazione era cresciuta con riferimenti culturali arrivati dal tubo catodico. 
Da lì gli veniva detto come vestirsi, che musica ascoltare ma soprattutto come essere esteticamente. Wes Craven edificò uno slasher in cui riecheggiavano gli insegnamenti di maestri come Bava, Dario Argento, Carpenter, ma vi era anche il palese insegnamento dal punto di vista visivo di un Dio del cinema come Alfred Hitchcock. 
Scream era un film horror per i giovani, sui giovani, ma si potrebbe anche dire in fin dei conti dai giovani, gli stessi che, proprio in quegli anni ’90 in America, cominciarono a dedicarsi sempre più crescente frequenza a quel terrificante fenomeno del mass shooting.

Una saga dalle mille facce

Le morti che avvolgono quella realtà liceale sono in fin dei conti la metafora della crisi di una società, quella americana, in cui vivono due anime, due diverse identità assolutamente inconciliabili.
Da una parte abbiamo la volontà di evasione, di sperimentazione, l’imperante uso di droga, alcool, il sesso promiscuo, il rifiuto dei valori tradizionali, che da lì in poco sfocerà nel movimento no global. 
Dall’altro lato invece un universo narrativo popolato quasi interamente da ragazzi bianchi, benestanti, annoiati e che trovano nella moda grunge, o in ciò che ne rimane dopo la morte del suo profeta, Kurt Cobain, una chiave di visione cinica e disimpegnata.
In tutto questo, Craven ebbe la geniale idea di rendere comunque quel Killer, adornato di quella maschera di munchiana ispirazione, a conti fatti abbastanza maldestro tanto quanto era sanguinario, impietoso ma disorganizzato.
Munch, ed il suo capolavoro, diventa il simbolo di un orrore, di una violenza, di un terrore che la narrazione soffocava, nel tentativo di dipingere il miglior mondo possibile, la migliore generazione possibile. 
Ma non era vero, non è mai vero, la Middle Class and Upper Class americana ieri come oggi sono tutto tranne che innocenti, sono la spina dorsale di un paese che vive di contrasti, di negazione, di individualismo.
Vi era però anche altro, vi era il riuscitissimo tentativo da parte di questa saga, al netto del calo qualitativo costante e progressivo, di parlarci del cinema, della sua importanza, della sua centralità e non solo di quello horror, dal momento che non mancano riferimenti anche ad altri generi ed altri registi oltre a quelli sopra elencati. 
Contemporaneamente, a poco a poco, si fece spazio anche una sorta di ironia, che però era soprattutto rispetto per il pubblico, lente d’ingrandimento cinefila per i meccanismi del genere cinematografico più prolifico e per questo più altalenante, da sempre.

Distruggendo il mito dell’innocenza

Infine arriverà anche il suo connettersi, in modo decostruttivo e trasfigurante, al genere teen, a tutti quei film, sovente diventati cult anche dopo l’uscita del primo film della saga (vedasi American Pie o Maial College) in cui si cercava di dipingere quell’età come stimolante, divertente, una festa a base di ormoni e libertà.
Ma non è vero, non è mai stato vero, ed in questo la saga è stata semplicemente perfetta nel ricordarci, metaforicamente si intende, e rimanendo sempre nei limiti dell’horror, come quell’età invece sia sovente tragica, terrificante, soprattutto se sei diverso dalla norma o ti senti tale, quando non ti adegui al gruppo, alla legge del branco. 
Bene o male era una realtà che emergeva già in quel primo capitolo, tra personaggi manipolatori e scarsa intelligenza collettiva. La morte, la morte aleggia su tutta quella generazione e anche su quella passata quando compare all’interno dell’inquadratura.
La morte assedia tutti, è il tempo che passa e la giovinezza che consuma se stessa, nel decennio in cui essere under 20 era l’unica cosa che contava, con boyband, girlband o giovanissime star poi ingoiate e distrutte mentre cantavano guarda caso che la solitudine le stava uccidendo. 
Scream aveva delle regole da seguire, ha creato dei topoi, delle azioni rituali, si è fatto sostanzialmente Bibbia di un genere che ha salvato nel momento in cui pareva destinato a scomparire dallo storytelling cinematografico. 
Forse il vero, grande e ancora oggi sovente incompreso merito di questa saga è stato anche quello di raccogliere la tradizione e rinnovarla, di fare del suo assassino mascherato l’erede dei tanti suoi pari, che ha riportato al centro dell’attenzione. 
Perché se c’è una grande verità nel cinema Horror, che anche questa saga ha confermato, è il fatto che amiamo essere spaventati dalle stesse cose, purché si presentino sempre con maschere diverse.

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