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Mother/Android, la recensione: apocalisse al discount

Mother/Android, la recensione: apocalisse al discount

Di DocManhattan

Nel grande libro “Scenari d’effetto che costano poco”, un vecchio bestseller di Hollywood, quello sull’apocalisse delle macchine è da sempre uno dei capitoli più apprezzati dai produttori cinematografici. Soprattutto se le macchine in questione sono androidi e ginoidi identici agli esseri umani. Non hai i costi di tutto quel trucco e di tutte quelle comparse delle apocalisse zombie, e se fai girare ai margini del casino i tuoi protagonisti, te la cavi davvero con due spicci.

Il che è esattamente quello che fa Mother/Android, prima regia dello sceneggiatore Mattson Tomlin (Project Power, Little Fish), interpretato da Chloë Grace Moretz e Algee Smith, e uscito in America su Hulu e qui da noi ieri su Netflix. Ma quella del budget da prima comunione non è una colpa, sia chiaro. Anzi. Se con un investimento risicato riesci a costruire un film intrigante, sei bravo il doppio. È questo il caso? Non è questo il caso.

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UNA FUGA PER DUE (TRE)

Georgia e Sam sono una coppia di ventenni come tante, alle prese con una gravidanza inattesa. Ma i dubbi sul futuro vengono presto sommersi da un’onda altissima di follia e devastazione, perché durante una vigilia di Natale passata a giocare a birra pong con degli amici del college, le macchine si rivoltano. Gli esseri artificiali usati dai ricchi come maggiordomi danno vita a un attacco coordinato contro i loro padroni umani. I due ragazzi fuggono, e con il pancione di Georgia sempre più grande, provano a cercare una via di fuga e un domani.

Dunque. Così com’è impossibile guardare Chloë Grace Moretz ormai adulta e con una carriera già lunghissima alle spalle, e non rivederci la strafottente Hit-Girl dei due Kick-Ass, allo stesso modo è impossibile guardare Mother/Android senza vedere a ogni passo come la pellicola provi a mascherare al meglio i suoi limiti. Non solo produttivi, in questo caso, ma anche narrativi.

Il bosco in cui i due ragazzi si aggirano per buona parte della pellicola non è solo un pratico escamotage per spendere meno, vestendo un paio di comparse e lasciando al montaggio l’arduo compito di aggiungere un po’ di adrenalina. È una metaforona involontaria dei giri a vuoto che Mother/Android fa, del ballo sul posto della sua storia. In questo bosco delle idee, la premessa, per quanto vetusta – vista un’apocalisse le hai viste tutte – è comunque d’effetto, perché una donna in procinto di partorire, nel contesto più pericoloso e letale possibile, genera un senso di protezione nello spettatore. Hai paura per Georgia, vuoi che lei e il suo bambino se la cavino, ovvio.

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LA CALCOLATRICE DEL SIGNOR KAKIKOJI

E nella prima parte, questo senso di terrore per il destino di madre e futuro pargolo, più che per l’ignoto lì fuori, Mother/Android riesce pure a comunicartelo. Peccato che poi la storia inchiodi, e la vicenda della coraggiosa protagonista – dopo qualche salto di location furbissimo perché c’è il ragioniere dello studio con la calcolatrice per supervisionare le spese, come il signor Kakikoji di Trider G7 – si sciolga in un finale assolutamente blando. Ci dovrebbe essere questo momento drammatico subito prima, l’apice emotivo della vicenda, ma il modo in cui è raccontato e messo in piedi lascia davvero freddi. Aveva tutte le carte in regola, per quello che racconta, per pizzicare per me le corde giuste, ma evidentemente ha dimenticato il plettro a casa.

Alla fine sono rimasto a far compagnia a tutti i titoli di coda per cercare di dare un significato profondo al titolo di Mother/Android, o un qualche senso particolare alla pellicola. Almeno una delle due. E niente. Di madri in un mondo di robot, pure se in altri contesti, hanno peraltro parlato in tanti, e sfruttando molto meglio quegli ingredienti: giusto a titolo di esempio, I Am Mother, tre anni fa, sempre su Netflix. E se parliamo, più in generale, di quanto sia straziante pensare al futuro di tuo figlio in un mondo andato al diavolo, tutti possono mettersi in fila per allacciare le scarpe a The Road di John Hillcoat, certo.

E sì, quelle inquadrature con il foulard azzurro a coprire parzialmente i capelli di Georgia, come una Madonna di Raffaello, spingono ad associare la coppia alla disperata ricerca di un posto per dare alla luce il loro figlio a quella che alla fine trovò solo una mangiatoia, duemilaeventidue anni fa. Ma non basta mica. Pur con l’impegno della sua protagonista femminile, Mother/Android è una produzione piatta, prevedibile nella sua componente thriller e trita e ritrita in quella da survival apocalittico. Chi non lo sapeva già, almeno porta a casa lo spiegone sull’origine della parola “robot”. Chiunque sapesse già di R.U.R. e dei roboti del ceco Karel Čapek da una vita e mezzo (grazie, Nathan Never), manco quello.

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FANTASCIENZA (POCO FANTA) PER LA TV

In buona sostanza, Mother/Android presenta tutti i tratti di molte (buona parte delle) pellicole di fantascienza – e non, ma qui di quello stiamo parlando – confezionate negli ultimi anni per le piattaforme di streaming, o lì dirottate per il disinteresse o ripensamenti di major e distributori. Un attore famoso sul poster, e un paio d’orette scarse da dimenticare subito a fine visione. Una storia già vista, e che continueremo a vedere: da un lato perché alle piattaforme servono contenuti, dall’altro perché sul grande schermo si cerca di correre meno rischi, nei marosi della situazione attuale. E così, in mezzo alle onde, le piattaforme passano a raccattare, acquistare, produrre tutto quello che pescano con le loro reti a strascico.

Praticamente la versione odierna di quei pomeriggi trascorsi, un milione di anni fa o forse due, a noleggiare in videoteca B, C e Z movie americani, incerte robette direct to video, giusto per arrivare in coda altrettanto perplessi. Non ti davano nulla, ti toglievano poco (boh, tremila lire, se avevi la tessera?).

Ma almeno qui non devi riportare indietro la VHS, oh.

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