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Monaco – Sull’orlo della guerra e l’importanza della responsabilità personale

Pubblicato il 27 gennaio 2022 di Giulio Zoppello

La cinematografia negli ultimi anni è tornata a parlare della seconda guerra mondiale in modo diverso, in particolare quella britannica si è concentrata molto su figure storiche di primaria importanza come Winston Churchill. In altri casi ha cercato di parlarci in modo visivamente accattivante e originale dello scontro bellico come lotta contro tempo e spazio, contro la natura, andando ben oltre i cliché hollywoodiani, la spettacolarizzazione retorica.

Un modus operandi connesso alla grande sofferenza che quella terribile guerra lasciò sul popolo di sua maestà, che conobbe enormi disfatte, andò vicino all’invasione del suolo patrio, prima di cominciare un lento e sanguinoso cammino verso la vittoria finale.

Ora, a parlare dell’ultimo tentativo per fermare la guerra durante il settembre del 1938, nella Conferenza di Monaco, arriva Monaco – Sull’orlo della guerra, firmato da Christian Schwochow e disponibile su Netflix.

L’inutile Conferenza di Monaco



Il film di Schwochow ha un’elegante struttura a metà tra quella tradizionale e quella ibrida fatta di flashback, che servono a farci meglio comprendere la natura dei personaggi, tutti a metà tra realtà e finzione, in quell’Europa che tentennante non riusciva esattamente a inquadrare quale fosse l’ultimo scopo, il reale obiettivo e strategia di Adolf Hitler.

Protagonisti sono due ragazzi, due ex compagni di studi ad Oxford. Il primo è l’inglese Hugh (George MacKay, visto in 1917), il secondo è il tedesco Paul (Jannis Niewöhner). Un tempo grandi amici, uniti e assieme divisi da una cotta per la bella Lena (Liv Lisa Fries), in quel 1938 sono dai due lati opposti della barricata, i due fronti che dal piano diplomatico, si sposteranno verso quello bellico.

Hugh è riuscito a diventare niente meno che il segretario personale di Neville Chamberlain (Jeremy Irons) il Primo Ministro di una Gran Bretagna avvolta dal terrore di una nuova guerra. 
Paul invece è traduttore presso l’ufficio degli Esteri del Reich, ma è anche membro della dimenticata Resistenza che cercava in qualche modo di salvare la Germania dal baratro, di arrestare il folle progetto guerrafondaio di Hitler.

In bilico tra passato e presente, tra i sogni di gioventù e di un futuro allettante radioso naufragati, i due ex compagni di università, si troveranno coinvolti durante le giornate del Summit di Monaco, in un complesso Intrigo internazionale.

Tra documenti secretati, sensi di colpa, complotti, paura, la volontà di fare qualcosa e il dubbio sul come realizzare tale proposito, Hugh e Paul diventeranno il simbolo di due paesi incapaci di comprendersi, di un’intera generazione che di lì a poco sarà lanciata in pasto a un terrificante carnaio per la volontà di un folle e l’incapacità della diplomazia Europea di fermarlo.

Due amici nell’Europa sull’orlo dell’abisso

Monaco – Sull’Orlo della Guerra è tratto da un romanzo di Robert Harris, eppure si rimane stupiti da come Schwochow riesca a parlarci della realtà storica di quegli anni, portandoci non tanto o meglio non solo in mezzo ai grandi della Storia, ma di lato, dal punto di vista di due ragazzi che la sorte ha fatto prima conoscere e poi dividere.

Il tema di un’amicizia spezzata dalla contrapposizione bellica, dall’evolversi della storia nel secolo breve dominato dei grandi dittatori di grandi ideali, è già stato trattato innumerevoli volte dalla settimana arte. Tuttavia bisogna ammettere che questo film sfugge alla componente melodrammatica, si rifiuta di abbracciare il patetico e il sentimentale, quanto piuttosto di declinare in modo soffuso il tema dell’amicizia virile, ma soprattutto del dovere, inteso innanzitutto verso l’umanità e poi verso la patria.

McKay si conferma un talento di grande spessore, riesci a fare del suo Hugh un mix perfetto di fragilità e di ingenuità, ma soprattutto di gioventù, quella inconsapevole, quella leggera e priva di ogni conoscenza del mondo. Almeno è così fino al finale, fino a quando non si rende conto di che cosa sta per succedere in Europa, di quali saranno le conseguenze se non provera a fare quanto in suo potere per aiutare l’amico, Paul. Niewöhner domina lui come domina sostanzialmente il film ogni volta che appare sullo schermo. 
La sua sensibilità d’interprete e la sceneggiatura di Andrew Eaton sono fondamentali per farne un simbolo di coraggio, di abnegazione e determinazione, per quanto è innegabilmente l’elemento della paura quello a cui si lega di più, che rimane sempre presente. 
Da fanatico ed entusiasta del Fuhrer, lo ritroviamo disincantato, freddamente cosciente dell’inferno che sta per scatenarsi, deciso più che mai ad eliminare il caporale boemo ed il suo regime.

Il tema della responsabilità personale, in un’era come la nostra basata sul branco individualista, può apparire come un monito, un connettersi alla necessità di riscoprire il senso della collettività. Ma è soprattutto un invito a non voltare la testa dall’altra parte, a non confondere nazionalismo con amor di patria.

Le due facce della politica



Questo film da metà in poi sostanzialmente dà l’impressione di portarci vicino ad un drago dormiente, che ha il volto di Ulrich Matthes. Era stato Goebbels per La Caduta, qui torna invece nei panni dell’essenza stessa della malvagità fatta Storia, e per quanto non ci somigli particolarmente dal punto di vista fisico, riesce a donare in modo assolutamente unico ciò che era Hitler all’apice della sua potenza. 
Grazie a lui lo vediamo nel pieno del suo carisma, ne ammiriamo la terrificante autorità e il narcisismo patologico che lo avvolgeva. 
Ad egli si contrappone invece il prezioso e sofisticato operato di Jeremy Irons. Chamberlain è ricordato di base come il grande sconfitto di quel periodo politico, il primo ministro che non capì gli Inganni di Hitler, che rimediò una figura a dir poco pietosa cedendo ad ogni richiesta di un uomo che già aveva deciso di scendere in guerra.

Monaco – Sull’Orlo della Guerra ce ne dà sicuramente un ritratto realistico ed intimo. Ed è quello di un gentleman isolato nel suo castello, ma per nulla fuori dalla politica delle sue leggi, colto, elegante, paternalistico. A conti fatti il perfetto esemplare della classe dominante britannica armata di formalismi ma anche di coerenza. 
Nonostante tutto, ne viene omaggiato il senso dell’onore e delle istituzioni, la straordinaria caparbietà con cui mise gioco se stesso, la sua stessa carriera, il suo buon nome, pur di inseguire anche la più flebile speranza di non replicare l’orrore delle trincee, di salvare le vite di milioni di persone. 
Un tentativo che oggi sappiamo essere stato inutile già in partenza, ma che in ultima analisi sicuramente raggiunse lo scopo residuale di far comprendere a tutti quanto Hitler fosse bugiardo, senza onore e inaffidabile. Soprattutto grazie a lui, Monaco – Sull’Orlo della Guerra fa il salto di qualità, diventa non più thriller ma opera civile, storica, istantanea sul confronto con il male dell’uomo.