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La saga di Kingsman è il mondo per come lo vedono gli inglesi

La saga di Kingsman è il mondo per come lo vedono gli inglesi

Di Giulio Zoppello

Sicuramente tutti dobbiamo molto a Mark Millar e al disegnatore Dave Gibbons. Grazie a loro il mondo ha avuto The Secret Service, miniserie a fumetti che ha saputo portare il genere spy story ad un livello non indifferente di divertimento, autoironia e kitsch. Era inevitabile che il cinema ci si aggrappasse, e grazie a Matthew Vaughn, al momento abbiamo ben tre film all’attivo: Kingsman: The Secret Service, Kingsman: The Golden Circle e il prequel The King’s Man, ora nelle sale.
Ma cosa rende questa saga così speciale? Davvero è solo tutta da ridere o c’è anche dell’altro? Di certo, si tratta di un prodotto d’intrattenimento che fa dell’esagerazione e della decostruzione di genere, i due pilastri della sua essenza più pura.

La parodia del mondo di 007

Parlare di questa saga è fare i conti con quell’universo cinematografico, che aveva appassionato i nostri padri o i nostri nonni, quando per la prima volta si trovarono di fronte a sua maestà Sean Connery nei panni di 007, James Bond, la spia più famosa di tutti i tempi.

Risulta infatti assolutamente chiaro che sia nell’originale Comic che soprattutto nei primi due film, Matthew Vaughn ci abbia offerto una sorta di viaggio nell’immaginario pop e d’avventure che fu. Più che al ciclo di Sean Connery però, è più giusto fare riferimento alla dimensione pulp, meno spietata e più autoironica che rese Roger Moore un Bond indimenticabile.

Soprattutto a lui fanno il verso i primi due film, che a suo tempo fu aspramente criticato per aver addirittura portato lo scontro tra il super agente e i vari supercattivi, dalla profondità dell’oceano lì sopra fin nell’oscurità fredda dello spazio, rompendo ogni concetto di realismo o anche solo di credibilità. Kingsman è la parodia o se vogliamo la maschera irriverente ed ironica, con cui Millar e Gibbons si sono divertiti a farci in un certo qual modo sorridere alla dimensione pittoresca, involontariamente comica ed esagerata del cinema adventure e spionistico che fu.

Ma attenzione, si farebbe un errore a pensare che vi sia solo la creatura di Ian Fleming come fonte d’ispirazione, quando è assolutamente ovvio il collegamento con l’action orientale, i b-movie e il cinema di genere. Tuttavia anche l’action anni ’90, la sua tecnologia sono tornati prepotentemente alla ribalta, soprattutto dal punto di vista estetico, con una tecnologia avanzata ma che allo stesso tempo ha un sapore vintage, retrò.

Uno scontro tra élite

L’universo di Kingsman è British, nei pregi e nei difetti. Vi è teoricamente una grande autoironia sul modo in cui i britannici vedono se stessi e il resto del mondo. Basti pensare ai nomi del ciclo arturiano che ritornano preponderanti, agli abiti, al linguaggio utilizzato dai protagonisti. Eggsy da prodotto della working class, anzi del sottoproletariato, si trova infine trasformato in un gentleman della Londra che fu.

Vaughn già aveva cercato di parlarci della società inglese, delle sue contraddizioni e della ferocia nascosta in essa con il suo Pusher, ma in questa saga la decostruzione della superiorità britannica, la stessa che in fin dei conti li ha portati la scorsa estate vedersi già vincitori dell’europeo, ad abbracciare la Brexit, perdura. Dietro la retorica de “i modi definiscono l’uomo” infatti, il contrasto tra il look ed i modi da anni ’60 pre-beat degli agenti, e la realtà dell’epoca moderna, si fa tanto più stridente, quanto connessa ad una visione deterministica, individuale ed aristocratica della Storia.

Le grandi masse sono vittime, al limite vittime inconsapevoli, oppure individui volgari ma comunque da salvare, da difendere contro super cattivi. Questi se da un lato sono sicuramente connessi all’incubo tecnologico degli anni 2000, dall’altro non sono che la riproposizione dei vari Dottor No, Blofeld, Goldfinger e co., che ai nostri occhi oggi appaiono ridicoli o fuori tempo massimo. Ma in fondo anche loro sono espressione di una élite. La stessa cosa si può dire di Gazelle, Charlie o Whiskey, versione moderna dei tanti guardaspalle o assassini, con cui 007 ha dovuto sempre fare i conti fin dall’alba dei tempi, tra arti meccanici, protesi mortali e abilità più uniche che rare.

Il prequel The King’s Man da questo punto di vista, rappresenta una diversa declinazione sul tema, dal momento che il supercattivo che agisce nell’ombra per creare la prima guerra mondiale, ha al suo comando individui eccezionali, ma nessuno dei quali così tecnologico o perlomeno nessuno che sembra uscito da un fumetto della Marvel. Mata Hari, Rasputin, Gavilo Princip…la Storia si unisce la fantasia, crea più che una versione alternativa, quasi un’ucronia annacquata, un andare paralleli alla realtà almeno come linea di partenza.

Una parodia che nasconde la vanità british?

L’anima intimamente Britannica si esprime anche con un punto di vista alquanto beffardo e ben poco lusinghiero verso gli alleati americani, che vengono dipinti così come l’establishment britannico li vedeva nella seconda guerra mondiale e poi su avanti nella guerra fredda: rozzi, arroganti e ben poco affidabili.

Addirittura Whiskey si rivela essere nel secondo film il vero cattivo in combutta con il cartello che vorrebbe piegare un Presidente degli Stati Uniti, che viene descritto come una sorta di spietato e cinico menefreghista. Tequila se non altro è valoroso, ma è anche grossolano e ben poco equilibrato. La società americana è bigotta, ipocrita, violenta dietro la sua finzione. Qualcosa che emerge metaforicamente nella mitica scena del massacro nella chiesa in Kentucky, che non a caso dette il via a diverse polemiche in molti paesi.

Nel passato le cose non andavano meglio. Il prequel ora in sala, vede gli americani guidati da un Presidente come Wilson, addirittura descritto come succube del fascino di Mata Hari, quasi un Bill Clinton ante literam, tentennante e senza spina dorsale. In un mondo che si dibatte nel grande massacro su scala mondiale, la Gran Bretagna è la sola in grado di garantire la pace in Europa, grazie ad una schiera di illuminati ed aristocratici guerrieri, leali ed indomiti, di cui Ralph Fiennes è se non altro la variazione più umile.

I nemici? Lenin e Hitler sullo stesso piano, ma più in generale ogni cosa che turbi il classista status quo fatto di Conti di Oxford e servitù che si inchina. Verrebbe da pensare che la Gran Bretagna anche quando fa la parodia di sé stessa, continua a dipingersi bene o male come un posto speciale, l’unico in cui le buone maniere, la tradizione e l’efficienza disinteressata, regnano sovrane, a dispetto dei guru informatici terroristici, di un mondo sempre più impazzito. E se vi leggete tanta vanità in questa ironia, qualcosa che in fin dei conti il british humor ha sempre avuto, non siete affatto lontani dal vero.

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