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Guillermo del Toro è l’ultimo profeta della fantasia cinematografica

Guillermo del Toro è l’ultimo profeta della fantasia cinematografica

Di Giulio Zoppello

Guillermo del Toro gode della reputazione di essere uno degli autori cinematografici più fantasiosi, raffinati e adattabili del nostro tempo. Il suo ultimo film, La fiera delle illusioni – Nightmare Alley, tratto dal celebre romanzo di William Lindsay Gresham, in questi giorni sta raccogliendo un grande elogio da parte della critica, per lo straordinario lavoro estetico e narrativo fatto dal regista messicano. 
Secondo molti è uno dei suoi tre migliori film. Parlare di Guillermo del Toro significa confrontarsi con un autore che è stato capace di mostrarci un altro lato del concetto di mistero, di gotico, e più ancora di orrore o meglio ancora di connessione al concetto di mostro o mostruosità, di mitologia, rinnovando incredibilmente il cinema di trattenimento moderno.


Un regista a metà tra classicismo e sperimentazione



La prima cosa che salta all’occhio quando si parla di Guillermo del Toro, è sicuramente il fatto che in lui vi sia una fortissima influenza da parte di tutta quella cinematografia dei tempi andati, che ad oggi ben pochi altri autori possono prendere come punto di riferimento.

Era il tempo in cui il cinema era ancora regno delle meraviglie, quando il pubblico veniva sommerso da racconti fantasiosi ed incredibili, e le sale erano il dominio di mistero e paura. 
Il suo cinema ha del resto un sapore vintage, si ode l’eco dei prodotti della Hammer ma anche della Toho, la loro eredità di tempio della fantasia oscura. A conti fatti, un regista che ama mostrarsi come “artigianale”, anti-hollywoodiano, anti Lucas soprattutto. 
Tuttavia, al contrario per esempio di Tim Burton, in lui l’elemento del mostro, dell’horror in generale e dello spavento, è molto meno leggero ed ironico, quanto sicuramente molto più centrato anche con una visione della religiosità e del soprannaturale squisitamente centroamericana. 
La morte assedia tutto e tutti con ferocia, la natura è la porta verso un mondo fatto di creature inquietanti ed imprevedibili, la malvagità è molto più abietta e terribile rispetto a quella del mondo burtoniano. 
Guillermo del Toro ama portarci di notte in giro per metropoli che sono enormi alveari, sprofondare verso il basso, guidarci tra le tenebre e nel mondo dei morti, in una visione che potrebbe essere in fin dei conti la rappresentazione speculare del giorno dei morti messicano. 
L’umanità fa uso di maschere, false identità, con cui coprire la realtà dietro la propria natura aberrante, il rifiuto di ammetterla, vive nella menzogna e nella paura. 
Allo stesso tempo è si è connesso appena possibile ai grandi maestri del cinema europeo, in particolare non ha mai nascosto la sua predilezione per il cinema italiano, per i grandi maestri del Neorealismo, così come per chi andò oltre quel modello come Antonioni, per parlarci del disagio di vivere. Per non parlare poi del cinema francese, della creatività dell’espressionismo teutonico. Insomma, Guillermo è un cultore della settima arte intesa come autorialità accessibile, fantasia portatrice di significati e meraviglia. 


Alto e basso, luce e oscurità

Cronos, Mimic, La Spina del Diavolo, Il Labirinto del Fauno, La Forma dell’Acqua, Pacific Rim… sono film molto diversi tra di loro, sia per genere che per atmosfere ambientazione, nonché per la dimensione visiva.

Eppure hanno tutti una cosa in comune: parlano di mostri. Tuttavia lo fanno in un modo che non avevamo mai visto, rifiutando lo splatter o il ricorso allo spavento fine a se stesso, quanto piuttosto connettendosi alla mitologia: quella azteca, quella orientale, quella biblica. 
In lui vi è sicuramente una traccia di amore per l’esotico che fu, che poi è uno dei motivi per il quale è tanto amato, è visto come uno dei veri, grandi innovatori del racconto del fantastico del nostro tempo, capace di staccarsi dal mainstream, di recuperare il fascino dell’avventura e dello spavento che fu.

Altro punto interessante, è come nel parlarci di creature delle tenebre egli ci dia soprattutto una visione della vita, ma più ancora dell’universo, ci guidi verso quella che i nativi americani chiamavano “la strada nera”. Tale formula descriveva un percorso oscuro, fatto di paure e tentazioni, del misurarsi con difficoltà ma soprattutto con se stessi.
Predominante in lui è il movimento ascendente o discendente, sia per quello che riguarda la regia, ma soprattutto per la semantica, per l’iter sia fisico che narrativo che i suoi personaggi devono intraprendere.

Li vediamo scendere le scale verso oscuri labirinti, immergersi nelle profondità dell’oceano alla caccia di mostri, aggirarsi sempre più in profondità nelle metropolitane o nei cunicoli.
Il tutto altro non è che una possente metafora dello scoprire se stessi, dell’affrontare la realtà ma soprattutto di cambiare la propria vita.  Anche l’elemento politico ha la sua importanza, perché in molte delle pellicole di Del Toro, il tema della dittatura, del forte che cerca di schiacciare il debole, è incredibilmente centrale.
Lo stesso si può dire dell’infanzia perduta, delle necessità di tornare a guardare la realtà delle cose con gli occhi dell’innocenza. Lo ha sempre fatto anche Spielberg, ma connettendosi alla speranza e al sogno, del Toro sovente con tinte oscure.

Un mondo di cattivi mai banali



I suoi due Hellboy così come Blade II, sono ancora oggi indicati come tra i più bei cinecomics di tutti i tempi, profondamente connessi ai film di genere, ma più ancora alla volontà di rispettare il proprio pubblico, spaventandolo, non risparmiando alcun particolare macabro ma soprattutto onorando i grandi narratori del mistero e delle creature oscure.

Oltre a Stoker, egli però guarda a Lovecraft, Shelley, Stevenson, la grande epoca romantica e decadente, la putredine dannunziana. E poi i film di Jack Arnold e John Sherwood, Murnau e Gilliam, Dryer e Laughton. 
Bene o male in lui rimane intatta quindi la volontà di stupire, di connettersi ad un horror che è torbido, sovente sposato ad un erotismo torbido, però sommesso o sotterraneo.

Del Toro poi ama i solitari, gli individualisti, i reietti, chi è rifiutato in quanto diverso dalla norma della società. Pochi registi come Guillermo del Toro amano i cattivi, non ne troverete mai uno di banane nella sua cinematografia, ma soprattutto sa mostrarcene la varietà. Basta pensare a Il Labirinto del Fauno, al terrificante ufficiale franchista Vidal che distrugge ogni possibile pietà e speranza.

Poi però ecco che ci mette davanti il Principe Nuada o Jared Nomak, due che più che cattivi, sono antieroi, sono dei maledetti non privi però di senso dell’onore, coraggio e coerenza.
Infine eccolo omaggiare i grandi del noir con La Fiera delle Illusioni, portarci in mezzo ad un iter narrativo in cui nessuno è innocente, nessuno è pulito, in quell’America della grande depressione dove l’uomo era lupo dell’uomo, dove non esistevano speranze ma soltanto appunto illusioni.

La realtà è che Del Toro, in mezzo a tutta quella fantasia, ad antiche creature acquatiche o Kaiju spaventosi, ci ha sempre solo parlato dell’uomo, della sua mutevolezza, della sua fragilità. 
Centrale in lui è farne uno scrigno di luce e tenebra, il bene e il suo contrario, mostrarcene meraviglie e demoni. Che poi è in fin dei conti, come spiegava Jung, il motivo per cui creiamo mostri dall’alba dei tempi: per esorcizzare quelli nella nostra mente, per dargli un volto. 


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