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Ben Affleck – I 5 migliori film di un attore sottovalutato

Ben Affleck – I 5 migliori film di un attore sottovalutato

Di Giulio Zoppello

Interprete incompreso o divo dal successo immeritato? Ancora oggi le opinioni sono molto contrastanti su chi sia esattamente Ben Affleck, all’anagrafe Benjamin Géza Affleck-Boldt, che di certo nella sua carriera ha conosciuto alti e bassi, fino a quando il suo talento di regista non gli ha permesso di mettere da parte gran parte delle critiche nei suoi confronti. 
Certamente il fatto di avere una fisicità così imponente, così come la dimensione di sex symbol che fin da subito gli fu appiccicata, non lo hanno aiutato agli inizi di una carriera che pareva contraddittoria. 
Eppure, quest’anno è stato candidato ai Golden Globe per The Tender Bar come Miglior Attore non Protagonista, forse è venuto il momento di guardare indietro, di ripescare quei ruoli in cui è riuscito a dimostrare di essere semplicemente un attore diverso dagli altri, non di minor talento o professionalità.

Hollywoodland

Impossibile non cominciare da questo bellissimo neo-noir, incentrato sul mistero dietro la morte del primo vero grande Superman della storia, George Reeves, morto in circostanze misteriose nell’America che aveva avuto da poco in lui uno dei primissimi divi del piccolo schermo.

Il film, diretto da Allen Coulter e con un cast che comprendeva Diane Lane, Adrien Brody e Bob Hoskins, fu forse il primo film in cui la critica si rese conto che Ben Affleck non era semplicemente un armadio a due ante con un bel sorriso, ma aveva anche un vero e proprio talento recitativo.

Affleck fu impressionante nel donarci l’immagine di un uomo ambizioso ben oltre le possibilità offerte da quell’America che ancora non aveva compreso appieno la potenzialità dietro i personaggi dei cinecomic.

Debole, sfortunato, dotato di grande fascino e carisma, ma in fondo anche arrogante e privo di carattere, il suo Reeves è però innanzitutto una vittima, il simbolo ultimo della verità che si cela dietro la fabbrica dei sogni, della miseria umana che vi ha sempre albergato. 
Non fu un caso che Affleck venisse premiato con la Coppa Volpi a Venezia, nonché con diverse altre candidature, ivi compresa quella ai Golden Globe.

Purtroppo però non bastò agli occhi del pubblico generalista per riscattarne completamente l’immagine, ma se non altro gli permise di donarci un simbolo eccellente della grande bugia che è il sogno americano, così come di demitizzare l’ipocrita e squallida Hollywood che fu.

L’amore Bugiardo – Gone Girl

Tratto dal romanzo di Gillian Flynn, Gone Girl di David Fincher è uno dei migliori thriller dello scorso decennio, con cui Ben Affleck confermò le sue capacità attoriali, immergendosi in un racconto terribile e opprimente.

Rosamund Pike fu sicuramente straordinaria, tanto da vedersi candidata all’Oscar, ma fu un peccato vedere come Affleck venisse invece snobbato dalla critica senza un reale motivo. 
Perché la verità è che pochissimi personaggi come il suo Nick Dunne, sono stati capaci di donarci un’immagine perfetta, esemplificativa e realistica, della mascolinità oppressiva, egoista e immatura del nostro tempo. 
Nick Dunne è contemporaneamente sia vittima che carnefice, innocente e colpevole, protagonista di un dramma sentimentale ed esistenziale, tramite il quale David Fincher fu in grado di distruggere metaforicamente il pilastro familiare della società americana e il mito del macho. 
 Allo stesso tempo, la sua recitazione in cui si dimostra bravissimo nell’unire confidenza e goffaggine, insicurezza e tracotanza, resero l’insieme ancor più simile a una sorta di dramma shakespeariano 2.0.
Era soprattutto la tragedia di un uomo incapace di vedere la verità, di accettare il semplice fatto di non aver mai completamente capito veramente con chi si era legato.
Senza ombra di dubbio una delle sue interpretazioni più sottovalutate ma anche più significative, con cui confermo la sua abilità nel saper calarsi nei panni di personaggi maschili molto diversi dalla norma

The Tender Bar

L’amico George Clooney quest’anno ha portato su Amazon Prime Video The Tender Bar, tratto dal romanzo autobiografico di J. R. Moehringer. 
Protagonista è il giovane J.R., interpretato da Tye Sheridan e Daniel Ranieri, che cresce nell’America delgi anni 70 a Staten Island senza padre, ma con la madre, i nonni e lo zio Charlie a insegnargli come credere in se stesso, a guidarlo verso un percorso di realizzazione personale, in cui proprio lo zio avrà un ruolo fondamentale.

Ben Affleck è stato semplicemente bravissimo nel creare un personaggio goffo, burbero eppure pieno di affetto, passione e saggezza, carismatico quanto basta per far capire al giovanissimo nipote, le leggi invisibili che governano il mondo, la società ma soprattutto la vita stessa.

Altra nomination ai Golden Globe per Affleck, qui spontaneo nei panni di un uomo incredibilmente sicuro del fatto suo, ma paradossalmente incapace di applicare quelle stesse regole con cui illumina l’esistenza del nipote, alla sua stessa vita. 
Charlie si consuma dietro il bancone di quel bar, con le stesse facce, le stesse giornate e gli stessi problemi a scandire la sua vita, scaldata però dall’affetto per quel ragazzo. 
Non solo un personaggio incredibilmente riuscito e coerente, ma anche un simbolo di quell’universo sociale e ancor più maschile, che nell’America che fu tra povertà, illusioni e una dimensione familiare ad un tempo premurosa ed opprimente, era però capace di non mollare mai.

Tornare a Vincere – The Way Back

Il suo film più personale, quello in cui tu si è messo a nudo e abbracciato un ruolo con il quale ha parlato apertamente della sua vita, dei suoi problemi, dei suoi drammi privati. 
The Way Back di Peter Weir, incentrato sul difficile tentativo di risollevare la propria vita da parte di un operaio alcolizzato colpito da un tremendo lutto, che grazie ad una squadra giovanile di basket ritrova una motivazione, ha impressionato molto sia pubblico che critica.

Ben Affleck da molto tempo combatte una personale battaglia contro l’alcolismo e il gioco d’azzardo, due dipendenze che hanno segnato profondamente la sua vita privata ma anche la sua carriera. 
Jack Cunningham, naufrago della sua stessa esistenza, incapace di correggere i propri errori ma soprattutto di risollevarsi dall’abisso in cui è sprofondato, è uno dei personaggi più belli, sensibili e verosimili che abbia mai interpretato.

All’interno di un iter diegetico molto complesso e di grande impatto, in cui si rifugge ogni retorica e anche ogni ricattatorio tentativo di spettacolarizzare il disagio esistenziale, la sua interpretazione è stata davvero incisiva. Ha saputo mostrarci il dramma senza scivolare nel melodramma, quanto piuttosto ricordandoci che non è mai finita, vi è sempre una possibilità di riscatto, di cambiamento per la propria esistenza.

Film sostanzialmente distrutto dalla pandemia per quello che riguarda gli incassi al botteghino, è stato criminalmente ignorato a livello di premi e riconoscimenti, quando invece è sicuramente uno dei migliori del 2020.

The Company Men

John Wells nel 2010 dirige uno dei film più importanti e potenti sulla crisi economica del 2007, e lo fa con The Company Men, in cui ha a disposizione un cast che annovera Tommy Lee Jones, Kevin Costner, Chris Cooper, Maria Bello ma soprattutto lui, Ben Affleck. 
Qui Affleck vestì i panni di Bobby Walker, felice e realizzato manager, padre e marito, che da un giorno all’altro, a causa della spietatezza con cui la multinazionale per cui lavora distrugge le vite dei propri lavoratori, si ritrova letteralmente sul lastrico.

L’attore californiano diventò il simbolo quella grande bugia chiamata neoliberismo, che aveva fatto credere nei primi anni 2000 ad un’intera generazione di lavoratori, di poter avere un tenore di vita ben al di sopra delle proprie possibilità economiche, di aver raggiunto quel successo che infine si sgretolò tra le loro mani nel giro di pochissimi mesi in quel 2007. 
Grazie ad una sceneggiatura molto intelligente, Affleck ebbe a disposizione la possibilità di mostrare un percorso di ritrovata umiltà, di riconsiderazione dei valori importanti della vita, all’interno di un paese messo in ginocchio e dove non si sapeva più in chi e cosa credere.

Negli altri, ecco la risposta che trova Bobby alla fine, negli altri e naturalmente in se stessi, nella propria capacità di adattamento e nel comprendere che non siamo le auto che guidiamo o le case che possediamo.

L’America è stata salvata da persone umili ma laboriose, votate al sacrificio e ad un realistico ottimismo, al credere nel prossimo, decise a non mollare in quella eterna lotta che è la vita.

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