Wrath of Man è la svolta di Guy Ritchie

Wrath of Man è la svolta di Guy Ritchie

Di Giulio Zoppello

Guy Ritchie ne ha fatta di strada da quando era indicato come semplicemente il migliore dei tarantiniani, dei vari discepoli di quel regista che con Le Iene e poi Pulp Fiction, aveva creato attorno a sé una marea di adepti, di aspiranti manovratori di videocamera di cui per il 90% non si è più avuto traccia. 
Lui invece è riuscito a trovare il suo spazio, la sua dimensione, a diventare il regista per eccellenza dei ribelli, dei solitari, dei diversi dalla norma, categoria umana che ha reso protagonista sostanzialmente di tutti i suoi film, da cult assolutamente leggendari, animati da un’ironia irresistibile come Snatch o Lock & Stock, fino a blockbuster incredibilmente creativi e riusciti come i due capitoli dedicati a Sherlock Holmes. 
Ora eccolo che torno apparentemente all’antico, a parlarci di gangsters, criminalità, colpi di mano e passato torbido, con Wrath of Man, remake del gustoso Le Convoyeur di Nicolas Boukhrief che contribuì a lanciare Jean Dujardin.

Un uomo misterioso e una banda di rapinatori

Col tempo Ritchie era parso perdere un po’ lo smalto, a seguito di operazioni inutilmente articolate e confuse, come il suo King Arthur, e firmando tra l’altro un evitabilissimo live action Disney come Aladdin. 
Se però con The Gentlemen era tornato sui binari a lui più convenzionali ma non per questo meno creativi, ecco che ora con Wrath of Man, stupisce ancora, rimane fedele alla sua cinematografia fatta di azione, trame intricate ed accattivanti, pistole e azione, ma se ne smarca per tematiche e finalità.
L’atmosfera generale ed in ultima analisi la stessa estetica scelta da Ritchie, fanno di questo film, un punto di svolta assolutamente unico nella sua cinematografia, anche per tono e ambientazione, nonché per come dipinge i suoi personaggi. 
Wrath of Man è anche l’apice, la vetta insuperata di un sodalizio artistico, che ha visto il regista britannico legarsi in modo assolutamente indelebile a Jason Statham, ex tuffatore olimpionico diventato proprio grazie a Ritchie, il Charles Bronson del XXI secolo. 
Qui il fu Turco, è nei panni del misterioso Hill, dipendente di una ditta di furgoni portavalori che ogni giorno escono per le strade di Los Angeles, con il rischio di finire ammazzati dalle tante bande di rapinatori che li tallonano. Una in particolare, già in apertura, ci viene mostrata tanto efficiente quanto spietata, svaligiando il furgone e uccidendo oltre ai due guardiani, anche un civile indifeso. 
Ma cosa c’entra quella rapina con il misterioso Hill? Perché quest’uomo freddo, calcolatore e solitario lavora lì? E i rapinatori? Hanno dei complici? Tenteranno di replicare il colpo o è stato solo un caso isolato?
Tutte domande a cui Ritchie dà risposta a poco a poco, mentre ci fa comprendere i protagonisti, le loro motivazioni, in un gioco di specchi dove nessuno è ciò che sembra ma soprattutto nessuno è innocente.

Un viaggio funebre tra cemento e tenebra

La sceneggiatura di Guy Ritchie, Ivan Atkinson e Marn Davies, fa di questi 118 minuti, un vero e proprio viaggio nell’oscurità, nelle tenebre, non solo dal punto di vista narrativo, con un clima di morte, sospetto e tradimento che aleggia su tutto e tutti.
Anche visivamente infatti, la fotografia di Alan Stewart contribuisce a rendere l’insieme un claustrofobico labirinto, un viaggio nel regno dei morti, in una Los Angeles che in realtà è invisibile, non appare mai, visto che tutto si svolge dentro le stanze, i furgoni e negli occhi dei vari protagonisti. 
Domina il grigio e l’oscurità, le finestre soffocano la poca luce presente, i sotterranei, le mura, sono gabbie per la mente di personaggi insofferenti alla loro stessa natura, al loro destino. 
Wrath of Man rifiuta una cronologia canonica, divide in vari segmenti l’iter diegetico, popolato da personaggi imprevedibili, torbidi, di cui quasi nessuno è estraneo al peccato o qualcosa di diverso da un opportunista che si autoassolve. 
Scott Eastwood, Josh Hartnett, Jeffrey Donovan, Andy Garcia, Eddie Marsan e Laz Alonso, sono i nomi più familiari al pubblico generalista, si muovono con la precisione di un orologio svizzero, nel parlarci di umanità fatta di avidità, di violenza, dell’amore per le scorciatoie che invece portano come sempre all’inferno, che qui però non è lastricato mai di buone intenzioni.
Difficile dire se questo sia un thriller, un neo-noir o western urbano, di certo è un film dalla tensione palpabile, dalla regia semplicemente perfetta, in cui Statham tratteggiare il suo personaggio più riuscito, più enigmatico e sgradevole, che molti può anche ricordare in fin dei conti il Benicio del Toro di quel capolavoro che fu Soldado.


Un punto di svolta?



Wrath of Man non ha l’ironia dark e irresistibile di RocknRolla, l’eleganza di Operazione U.N.C.L.E. o la dimensione corale e ritmata di The Gentlemen. Ma sicuramente è un film indovinato, un film coerente e disperato, come non se ne vedeva da moltissimo tempo di certo non un film che ci saremmo aspettati da un uomo capace sempre di fare dello humour, soprattutto nero, uno dei tratti distintivi del suo percorso artistico.
Qui invece non si ride, qui lo stesso Statham si muove con il fare illogico, violento e dispotico di un uomo assetato di violenza perché è l’unica lingua che conosce, perché è l’unica moneta per riscuotere ciò che vuole.
In nessun altro film prima di questo, Ritchie si era spinto così al limite, portando in palmo di mano un individuo così distante dai volenterosi sfigati o simpatiche canaglie con cui ci ha deliziato per più di vent’anni. Che sia l’inizio di un nuovo percorso o un tentativo fine a se stesso, lo sapremo solo col tempo, ma di certo anche il dipingere un universo così machista, non è una scelta causale.
Non ci sono sostanzialmente donne, quelle poche sono compromesse, qui vige la regola del branco formato da solitari pronti a tradire o troppo spaventati per farlo, di tagliagole senza lealtà e senza onore, distanti dai quasi-gentiluomini con cui il regista ci aveva parlato di una criminalità come famiglia sostitutiva.
Da molti punti di vista, è sicuramente il suo film più realistico non tanto sul crimine, ma sulla mentalità criminale, sulla legge della violenza, dove spesso si intravedono lampi di un qualcosa che avrebbe fatto la felicità di Moore, Winner o Cries, dell’action spietato e gelido che fu. Qualcosa che al cinema di oggi, invaso da protagonisti che sono bravi scolaretti, manca terribilmente.

Wrath of Man è disponibile su Amazon Prime Video.

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