Spider-Man: No Way Home, la recensione (senza spoiler) di Roberto Recchioni

Spider-Man: No Way Home, la recensione (senza spoiler) di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

In genere, quando affronto la recensione di un film, cerco – per quanto umanamente possibile – di essere quanto più analitico possibile, sgomberando il campo dai miei sentimentalismi.
Qualche rarissima volta, invece, mi abbandono alle mie emozioni e, sulla scorta di un incontenibile entusiasmo o di un insopprimibile disappunto, mi lascio andare a delle recensioni maggiormente di pancia. Ecco, questa è una di quelle volte.

Ma prima devo fare una premessa: per quanto riconosca l’assoluta genialità di Kevin Feige e capisca profondamente la misura rivoluzionaria di quanto è stato capace di fare con il MCU, non posso proprio dirmi un fan dell’idea di cinema che i Marvel Studios sono riusciti a imporre negli ultimi decenni. Alcuni dei loro film mi sono piaciuti molto, altri molto poco, ma la maggior parte delle loro cose, per me, si pone in quella terra di mezzo del “prodotto medio” che, per come vedo le cose io, è la morte della creatività. Preferisco un film ambizioso ma sbagliato (come la Justice League di Zack Snyder o gli Eternals di Chloé Zhao) a cose formalmente più riuscite ma del tutto insignificanti sul piano artistico come Black Widow, Shang-Chi, i due film di Ant-Man e, soprattutto, i due dimenticabilissimi Spider-Man di Jon Watts.

Alla luce di questo, posso dire che sono entrato in sala per vedere Spider-Man: No Way Home con aspettative bassissime. Anzi, a dirla tutta, non mi andava proprio di vederlo e sarei rimasto volentieri a casa a giocare ad Halo Infinite, piuttosto.
Centoquarantotto minuti dopo però, avevo le guance rigate di lacrime e un sorriso ebete sulla faccia come non mi capitava da davvero tanto tempo.
Perché, al loro terzo tentativo, Jon Watts, Chris McKenna ed Erik Sommers hanno finalmente scritto una bella e significativa storia di Spider-Man. Anzi, mi spingo più avanti: hanno scritto la migliore storia di Spider-Man che sia mai stata portata al cinema, con buona pace per lo Spider-Man 2 di Sam Raimi e lo Spider-Man: Un nuovo universo di Persichetti, Ramsey e Rothman.

Ve l’ho detto che mi sarei lasciato andare all’entusiasmo, giusto?
Sia chiaro, sul film si potrebbero fare tanti distinguo. Si potrebbe dire, per esempio, che il suo valore non è autonomo (per quanto la pellicola sia buonissima in senso assoluto) ma è dato dalla somma di moltissimi elementi che si sono sommati l’uno sull’altro, dal 2002 (anno di uscita del primo Spider-Man di Raimi) a oggi. Si potrebbe obiettare che molti elementi della trama sono comprensibili e apprezzabili solamente da chi ha visto la maggior parte dei film legati all’universo Marvel. Si potrebbe anche dire che la Marvel e la Sony abbiano concepito un’opera votata al puro fanservice. E, in ultima analisi, sarebbe anche lecito insinuare che l’alto valore emotivo del film è stato creato con cinico opportunismo e che il film funziona così bene sul piano emozionale perché Feige è un genio del male che sapeva esattamente dove colpire.
E sarebbero tutti discorsi veri e sensati. Ma anche inutili.

Perché Spider-Man: No Way Home funziona talmente bene su ogni livello che chi se ne frega se è fatto con furbizia. Essere furbi non è un difetto se poi mi dai un’opera-prodotto di questa qualità.
Ora, parlare del film fregandosene degli spoiler sarebbe un delitto, perché la pellicola vive delle sue sorprese e delle sue (talvolta brillantissime) rivelazioni. Del resto, parlarne senza toccare questi elementi è molto difficile e anche un poco inutile. Quindi, sarò molto breve.

La regia è solamente discreta. È il meglio che Jon Watts abbia mai fatto ma non è che sia proprio un regista brillante. A dirla tutta, se c’è una cosa che genera un pizzico di dispiacere in No Way Home è lo spreco di aver messo in mano a un regista così poco significativo uno script così buono.
Perché se Jon Watts è riuscito a fare un film così bello su questa sceneggiatura, mi chiedo cosa avrebbe potuto trarne un regista di vero talento. Ma forse sarebbe stato troppo. Forse il mondo non avrebbe potuto reggere una pellicola così perfetta. Comunque sia, Watts fa il suo sporco lavoro e ci mette il suo mero mestiere, non riuscendo a inventare davvero nulla che esca dal seminato di quanto il MCU ci ha fatto vedere negli ultimi anni, anzi, a dirla tutta, è così sciatto che a tratti quasi riesce a sprecare la materia esplosiva che ha in mano. Quasi. Perché la bontà dello script e gli straordinari talenti attoriali coinvolti non possono essere messi troppo in ombra da un regista mediocre.

E veniamo alla scrittura, che è assolutamente brillante, piena sì di tutti i soliti stilemi definiti da Feige nel corso degli anni per il MCU, ma pure piena di amore, sentimento e grandi idee.
Lo script è talmente buono che non solo glorifica questo film, ma riesce a mettere una pezza e a risolvere retroattivamente le molte debolezze delle ultime pellicole dedicate all’amabile tessiragnatele di quartiere (e non parlo solamente di quelle di Watts).
Se vi dicessi di più, purtroppo, vi rovinerei il gusto della sorpresa.

Veniamo al discorso attoriale: anche qui non posso dirvi molto.
Vi basti sapere che questo è il film di Spider-Man con il migliore cast di sempre e che i fuoriclasse restano sempre e comunque dei fuoriclasse.

A chiudere, parliamo del montaggio di puro servizio, degli effetti speciali (pienamente nel solco dei controversi standard delle pellicole MCU e Sony, quindi, per me, decisamente mediocri), della colonna sonora originale poco incisiva e della bella scelta di pezzi non originali.
Ma questi son dettagli di poco conto a fronte della cosa più importante che fa il film, ovvero, portare lo spirito di Spider-Man a schermo. Il cuore del personaggio batte fortissimo in questa pellicola, che è capace di ricordarci perché, da così tanti anni, amiamo la creatura di Steve Ditko e Stan Lee. E questa è una cosa enorme, perché Spider-Man è un personaggio unico, sia nel contesto del Marvel Universe, sia in quello della cultura di massa in genere e No Way Home ne glorifica la natura anomala e straordinaria.

La faccio breve e poi chiudo: quante volte, negli ultimi anni, ci siamo sentiti ripetere che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”? Abbastanza da svuotare queste parole di ogni significato emotivo. Nel film di Watts vengono pronunciate di nuovo ma ritrovano tutto il loro senso e la loro potenza. Fanno venire i brividi e gli occhi lucidi.
E questa è una cosa bellissima.

Nei prossimi giorni torneremo a parlare del film assieme e lo faremo fregandocene degli spoiler, raccontandoci e riraccontandoci le scene, i dialoghi, le apparizioni e le sparizioni.
Oggi però, vi dico solo di andare a vedere il film.
Entrerete in sala cinici. Ne uscirete di nuovo bambini.

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