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Ricordi trasformati in finzione: la recensione di Matrix Resurrections

Ricordi trasformati in finzione: la recensione di Matrix Resurrections

Di Lorenzo Pedrazzi

“L’amore è la genesi di tutto” recita la dedica finale di Matrix Resurrections, con cui Lana Wachowski ricorda i genitori scomparsi. Se la finzione è uno strumento per elaborare la realtà, allora non è difficile immaginare perché la regista abbia concepito il sequel proprio adesso, distillandone la storia da un periodo di smarrimento e solitudine. «Non potevo [ri]avere mia mamma e mio papà, ma all’improvviso avevo Neo e Trinity, verosimilmente i personaggi più importanti della mia vita» ha dichiarato l’autrice in un’intervista. Ebbene, la visione del film chiarisce una volta per tutte come il suo lutto abbia non solo influenzato la trama, ma anche riplasmato le regole di un intero universo narrativo.

Matrix è uno degli esempi più fulgidi di “cultura convergente”, ovvero quel modello culturale che interseca media vecchi e nuovi, mentre il pubblico stesso partecipa alla costruzione del significato (è l’intelligenza collettiva di cui parlava Pierre Lévy). Se avete seguito la saga ai tempi della sua uscita, forse sapete cosa intendo. In Matrix collidevano forme espressive tradizionali (il melò, il wuxia, il viaggio dell’eroe) e impulsi contemporanei (il cyberpunk, la sottocultura hacker, la metafora transgender), uniti all’idea del virtuale come dimensione dalle infinite possibilità. I fan proponevano interpretazioni, sviluppavano teorie, cercavano indizi rivelatori: in altre parole, attribuivano un proprio significato alla storia, che talvolta poteva addirittura influenzare la versione ufficiale. Un caso simile è stato quello di Lost, dove l’interazione tra produttori e consumatori ha modellato il proseguimento della serie.

Lana Wachowski è consapevole di tutto questo, e Matrix Resurrections lo dimostra. Era forse dai tempi di Gremlins 2 che non si vedeva un sequel tanto metanarrativo e autoreferenziale. C’è però una buona ragione per questo approccio, poiché le storie giocano un ruolo determinante nel nostro immaginario collettivo: sono la nostalgia in forma di racconto, il passato filtrato e riletto dall’esperienza. «I ricordi trasformati in finzione sono forse meno reali? La realtà basata sui ricordi non è altro che finzione?» chiede Morpheus (Yahya Abdul Mateen II) a Neo (Keanu Reeves) prima di offrirgli la fatidica scelta tra pillola rossa e blu. Un piccolo televisore mostra alcune scene dei primi tre film, che Neo crede essere un frutto del suo lavoro creativo. Ma non è così: fanno parte del suo vissuto, come del nostro in quanto spettatori. Accade allora che le immagini della trilogia originale si inframezzino a quelle del sequel, perché il film le rievoca nella mente di Neo (e nella nostra) come frammenti mnemonici sommersi. Non vi capita mai di pensare alla scena di un film o di una serie tv, quando vedete o sentite qualcosa di simile nella vita reale? Ecco, Matrix Resurrections innesca un processo molto simile, quasi fosse un episodio futuristico di Dream On.

Tra i piani della realtà e della finzione, Lana Wachowski trova lo spazio per deridere l’industria culturale, che rimacina sempre le stesse storie per produrre infiniti sequel, reboot e spin-off. Dall’altro lato ci siamo noi, i consumatori, prigionieri di un conflitto tra paura e desiderio: bramiamo novità nelle nostre vite, ma siamo anche terrorizzati del cambiamento. La satira di Matrix Resurrections ci coinvolge tutti, non c’è scampo, e la scena dopo i titoli di coda sa di beffa finale. C’è una palese malizia, anche un po’ furbetta, nel condurre questo discorso attraverso il sequel di una saga milionaria: come se la regista volesse assolvere sé stessa dalla “colpa” di averlo girato. Così facendo diventa quasi inattaccabile, proprio in virtù della sua spiccata autoconsapevolezza. In fondo, sono passati più di vent’anni da quando Lana e sua sorella hanno scritto il primo film, e l’esperienza porta con sé un certo ironico distacco. Matrix Resurrections demistifica l’alone cult dell’originale, e si prende gioco delle numerose “esegesi” dei fan: magistrale il montaggio parallelo in cui vediamo l’esistenza tormentata di Neo dentro Matrix, e la riunione di marketing che sciorina interpretazioni sociali o filosofiche da sfruttare per fini commerciali. Ricordate quando il Joker di Heath Ledger raccontava sempre una storia diversa per spiegare le sue cicatrici? Matrix Resurrections si comporta allo stesso modo. Sembra convalidare una determinata lettura della saga, la cita apertamente, salvo poi smentirla e rimpiazzarla con un’altra. Non è tanto il processo di interpretazione a disturbare la regista, ma la ricerca di un significato univoco e assoluto.

Non a caso, il film si prende sul serio quando tocca questioni che le stanno a cuore. Torna qui – ora con la limpidezza di una persona che ha fatto coming out e di un’industria che cavalca l’onda della woke culture – il rifiuto di una visione binaria della realtà, implicita già nel primo Matrix. Una concezione ovviamente imposta dall’alto, anche perché garanzia di ordine e controllo: «Ho pensato a noi due, Tom» dice il personaggio di Jonathan Groff. «Guarda com’è binaria la forma, la natura delle cose. Uno e zero. Luce e oscurità. La scelta e la sua assenza». La ribellione al controllo è proprio uno dei temi principali della saga, e continua a esserlo in questo sequel. Se è vero che i sentimenti «sono molto più facili da controllare dei fatti», Matrix Resurrections sfrutta il ritorno di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) per simboleggiare l’uso che il potere fa delle emozioni – soprattutto nelle sue derive populiste – per manipolare i cittadini e ottenere consenso.

Sentimenti ed emozioni sono quindi il carburante che tiene in moto il sistema, ma diventano anche un mezzo di liberazione. Nella sua essenza più pura, non strumentalizzata dal potere, l’amore è la forma più estrema di resistenza: ha la capacità di unire le persone, e di riplasmare il mondo. Lana Wachowski ridimensiona quindi il ruolo dell’eroe maschile per lasciar spazio a una diade, dove il legame di coppia sopravanza l’individualità. Non può esserci rivoluzione senza equilibrio tra le parti: Matrix Resurrections continua ad alimentare i sogni di chi combatte per un mondo migliore, convinti che questo mondo – il “loro”, impostoci dalla nascita – non sia tutto ciò che meritiamo. Così, va a finire che il lato più spettacolare passi in secondo piano. Si perdona al film l’azione caotica e deludente, affetta da troppi tagli di montaggio e inquadrature ravvicinate, da produzione hollywoodiana “media” (paradossale, per una saga che ancora adesso dà la paga alla maggior parte degli action americani). Ma non ha grande importanza. Quella cui assistiamo è un’epica elaborazione del lutto, l’arte popolare come gigantesco strumento di autoriflessione. Lana Wachowski parte dalla sua interiorità, ma non cade nell’intimismo fine a sé stesso: al contrario, riesce a renderlo universale.

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