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L’ultimo boy scout: i 30 anni di uno dei migliori buddy movie di sempre

L’ultimo boy scout: i 30 anni di uno dei migliori buddy movie di sempre

Di Marco Triolo

Quando, dopo un periodo di pausa dal mondo del cinema e alla fine di una relazione importante, Shane Black decise di tornare nell’arena e vendere il suo nuovo script – originariamente intitolato Die Hard – a Geffen/Warner Bros. per 1,75 milioni di dollari, non avrebbe potuto immaginare che la lavorazione di quel film si sarebbe trasformata in uno dei periodi più difficili della sua carriera.

Quando Black e il regista Tony Scott terminarono la lavorazione e il montaggio de L’ultimo boy scout, non avrebbero potuto immaginare che quel film di cui non erano troppo soddisfatti sarebbe diventato un cult, celebrato ancora oggi, trent’anni dopo la sua uscita.

A rivederlo oggi è invece difficile per lo spettatore pensare che un film scritto da Shane Black dopo Arma letale, e prodotto da Joel Silver dopo Arma letale, abbia avuto una lavorazione tanto difficile e sia stato considerato, a un certo punto, poco riuscito. Soprattutto considerando che invece è oggi percepito come l’ultimo grande classico buddy cop. Eppure fu rimontato svariate volte, facendo venire un gran mal di testa ai dirigenti Geffen/Warner (ah, quanto è anni ’90 che il film fosse un prodotto Geffen?), che costrinsero Shane Black a fare “più riscritture di quante ne abbia mai fatte per un film”:

C’era molta pressione da parte dello studio per scritturare Bruce Willis e farne un sequel di Die Hard. Lui era riluttante, e aveva ragione: “Questo film è su di me che salvo mia moglie. L’avevo già fatto in Die Hard”. E allora hanno detto: “Ok, minimizziamo la cosa della moglie e, già che ci siamo, aggiungiamo un gran finale”. C’era una pressione generale per renderlo più grosso.

Curioso che lo studio volesse trasformare lo script di Black in un sequel di Die Hard (una saga che da sempre vive di script estranei riadattati al personaggio di John McClane), perché, come detto, il film avrebbe dovuto intitolarsi proprio così. Joel Silver però chiese a Black di poter usare il titolo per un progettino tratto da Nothing Lasts Forever di Roderick Thorp e il resto, come si suol dire, è storia. Ma non la nostra storia.

Qui ci vuole un flashback, come in un noir

Shane Black usciva da un momento misero quando, per esorcizzare la fine di una storia d’amore, riprese in mano la macchina da scrivere:

Ero impegnato a piangere la mia vita e, in molti sensi, la perdita del mio primo vero amore. Non avevo voglia di fare molto tranne che fumare sigarette e leggere romanzi tascabili. Il tempo passò e alla fine mi sedetti e trasformai parte di quella amarezza in un personaggio, protagonista di una storia su un detective privato che divenne L’ultimo boy scout.

Black ricorda la fase di scrittura del film come “un’esperienza molto catartica, una delle migliori esperienze che abbia mai avuto”. Dietro al machismo dei protagonisti, Joe Hallenbeck (Bruce Willis) e Jimmy Dix (Damon Wayans), si nasconde una vulnerabilità evidente e una tristezza nello sguardo che li rende umani. Tutta farina del sacco di uno Shane Black in preda a una crisi esistenziale eppure sempre pronto a leggere l’ennesimo thriller pulp.

Evidentemente Joel Silver fu soddisfatto del risultato, perché consegnò allo sceneggiatore un bell’assegno da 1,75 milioni di dollari per aggiudicarselo meno di 48 ore dopo la fine del lavoro. Black ha detto di non aver optato per l’offerta più alta (qualcuno gli aveva offerto 2 milioni e mezzo), ma per quella più sicura: con Joel Silver, dopo tutto, aveva già lavorato:

Si dice che il Satana che conosci è meglio di quello che non conosci. Volevo lavorare con Joel Silver perché capisce le mie idee. E pensavo di poter gestire i tipi di Warner Bros. Non che sarei stato sempre d’accordo con loro, ma che li avrei potuti gestire.

Ahimè, povero Shane: non sapevi cosa ti aspettava.

Troppi galli nel pollaio

La lavorazione de L’ultimo boy scout non fu affatto facile, e forse il troppo testosterone coinvolto ne fu la principale causa. Oltre a Joel Silver, produttore descritto dall’attore Taylor Negron come estremamente coinvolto in ogni aspetto della lavorazione, c’erano, secondo l’assistente alla regia James Skotchdopole, troppi “maschi alfa”:

Bruce era al massimo della fama e così anche Joel, Tony e Shane. C’erano tante persone che avevano tante opinioni sul da farsi.

Tra cui i due protagonisti, Willis e Wayans, che nella realtà non potevano sopportarsi. E così, stando a quanto racconta chi era coinvolto, fu il film a soffrirne. Diversi montatori vennero chiamati a tentare di dare un senso alla quantità inaudita di pellicola girata da Tony Scott, che amava coprire i più svariati angoli nelle scene d’azione. Tra questi Mark Helfrich (Predator, i nuovi Jumanji), Mark Goldblatt (Terminator 2, True Lies), che rifiuta di parlare del film nelle interviste, e infine Stuart Baird, specializzato nel rimettere in carreggiata produzioni in difficoltà (Tango & Cash, Demolition Man).

Il risultato lasciò insoddisfatti Tony Scott e Shane Black. Secondo lo sceneggiatore, lo script era “meglio del film finito”. Il terzo atto, ad esempio si svolgeva tra Santa Catalina Island, l’ufficio di Joe e un cavalcavia autostradale, e dava molto più spazio a Sarah, la moglie di Joe interpretata da Chelsea Field. Questo è in linea con il commento fatto da Bruce Willis circa il “salvare sua moglie”, che inizialmente aveva un ruolo prominente nel film (e avrebbe dovuto uccidere uno dei cattivi, Milo).

Dalle difficoltà escono a volte le cose migliori

Eppure, oltre tutti questi conflitti e bicipiti rigonfi, L’ultimo boy scout è la testimonianza forse definitiva di come, a volte, è proprio dalle difficoltà che escono le cose migliori. In primo luogo perché il film nasce dalla sofferenza vera di Shane Black, che riversò nelle pagine un cinismo eccessivo per la saga di Arma letale. Là, a fare da contraltare agli istinti suicidi di Martin Riggs (che, lo ricordiamo, nella versione di Black del secondo film moriva) c’erano la saggezza e l’istinto paterno di Roger Murtaugh. Uno non aveva nulla da perdere, l’altro tutto. Qui invece entrambi i protagonisti hanno già perso tutto. Sono persone problematiche, ruvide, con l’istinto del bene ma la morte nel cuore. Le ombre di loro stesse.

Black e Scott si permettono di trasformare la morte violenta di uno sgherro in una gag (“Toccami un’altra volta e ti ammazzo”), anzi di ridere della morte in più di un’occasione (la finaccia di Shelly Marcone derisa dai due eroi). I personaggi non fanno altro che riversarsi insulti addosso per tutto il film, specialmente Joe e Sarah. C’è una generale misoginia stemperata un minimo dal nichilismo auto-denigratorio dei protagonisti (“Non piaci a nessuno”).

Poi, come in ogni film americano che si rispetti, alla fine di tutto c’è LA FAMIGLIA. Una seppur fragile unità famigliare si ricostituisce, perché gli americani tendono sempre a questo: in una società individualista e brutale, l’unica speranza è costituita dalle persone che ci teniamo strette. Joe e Jimmy risolvono il caso e alla fine li vediamo passeggiare e valutare di aprire un’agenzia di investigazioni. Se L’ultimo boy scout fosse stato un successo in patria (59,5 milioni di dollari incassati in USA da un budget di 43), forse tra un paio d’anni festeggeremmo l’anniversario del sequel.

Dopo The Last Boy Scout

E invece L’ultimo boy scout è proprio l’ultimo della sua stirpe, ma anche un film capace di guardarsi avanti, stilisticamente parlando, per includere guizzi visivi in futuro scopiazzati qua e là (senza Tony Scott e il suo stile patinato da videoclip costoso non ci sarebbero stati Michael Bay e Bad Boys) e aprire le porte di Hollywood alla New Wave di Hong Kong: è palese che, quando Joe spara con due pistole al ralenti, Scott ha in testa John Woo e le acrobazie dei suoi antieroi.

Shane Black sarebbe passato da un’altra brutta esperienza (Last Action Hero, ne abbiamo parlato in un episodio del podcast La Telefonata) prima di debuttare alla regia per rifare, sostanzialmente, L’ultimo boy scout in maniera ossessiva, quasi a voler perfezionare la formula per dimostrare, prima di tutto a se stesso, che dietro quel progetto così controverso c’era qualcosa di buono. Eppure né Kiss Kiss Bang BangThe Nice Guys, per quanto divertentissimi e dalla scrittura spesso sopraffina, hanno avuto il coraggio di avvicinarsi al pessimismo cosmico de L’ultimo boy scout. Un film quasi sperimentale per come, in maniera insistente e quasi pornografica, ci sbatte in faccia i lati peggiori dei due “eroi” per cui dovremmo fare il tifo, sfidandoci ad amarli lo stesso.

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