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La compagnia dell’anello: il cinema del futuro, vent’anni dopo

La compagnia dell’anello: il cinema del futuro, vent’anni dopo

Di Marco Triolo

Peter Jackson è uno sperimentatore. Un pioniere. Rientra in quella categoria di filmmaker che include anche James Cameron e tutti quegli autori che, con le loro opere, non solo vogliono raccontare storie, ma lo vogliono fare in modi inediti che espandano il reparto tecnologico del cinema. Si tratta di una commistione di fervore artistico – il bisogno di raccontare qualcosa di mai visto prima, di talmente spettacolare che è necessario inventare il modo di raccontarlo – e sfida imprenditoriale. Quando le due forze si controbilanciano possono uscire dei capolavori: Terminator 2 o la recente docuserie Disney+ The Beatles: Get Back (per capire quanto sia innovativa, vi rimandiamo a questo articolo). Quando invece la spinta tecnologica surclassa quella autoriale possono uscire cose molto belle da vedere ma narrativamente farraginose come Avatar e, beh, la trilogia de Lo Hobbit.

Inutile dire che se siamo ancora qui, vent’anni (!) dopo a decantare le lodi della trilogia de Il signore degli anelli, è perché ricade fermamente nel primo insieme: quei film che portano la tecnologia e il linguaggio del cinema nel futuro pur mettendo l’arte della narrazione al centro di tutto. Non è un caso se La compagnia dell’anello è stato introdotto quest’anno nel registro della Biblioteca del Congresso americano per ragioni culturali, storiche ed estetiche.

E, sì, vedo già la prima mano alzata in fondo per cui tocca ribadirlo: sono passati vent’anni. Non sembra, perché da noi i tre capitoli de Il signore degli anelli sono usciti in gennaio, perché all’epoca dicembre era ancora il regno incontrastato dei cinepanettoni. In buona parte del mondo civilizzato, invece, sono usciti in dicembre. In USA, La compagnia dell’anello esce il 19 dicembre 2001. Tre mesi dopo l’11 settembre, tanto per contestualizzare. Ma i lavori erano iniziati quattro anni prima, nell’agosto 1997.

Un po’ di storia

Parliamo brevemente della lavorazione. Dico “brevemente” perché, se mi dovessi soffermare solo su quella, non basterebbe un articolo. Anzi, non basterebbe un’enciclopedia. Nel 1995, Peter Jackson e la partner, produttiva, creativa e sentimentale, Fran Walsh hanno un’idea: realizzare un film fantasy per sfruttare questa incredibile nuova CGI che ha da poco dimostrato tutta la sua potenzialità in Jurassic Park. I due si mettono al lavoro e concepiscono idee originali, ma si rendono presto conto che ogni tentativo somiglia troppo agli scritti di J.R.R. Tolkien. Scatta allora la domanda: ma perché non adattare proprio Tolkien?

I diritti de Il signore degli anelli sono in mano al veterano produttore Saul Zaentz. Jackson è sotto contratto con la Miramax di Harvey e Bob Weinstein (siamo ancora lontanissimi dalle accuse a Harvey, che all’epoca era il produttore numero uno di Hollywood). I Weinstein accettano la proposta di Jackson e ottengono i diritti da Zaentz. Parte dunque uno dei più epici tiri alla fune della storia di Hollywood: Harvey vuole un film solo, massimo due, ma no, dai, meglio uno. Jackson e Walsh esplorano tutte le opzioni, scrivono diversi trattamenti più o meno compressi. Alla fine Weinstein arriva a minacciare di sostituirli con Hossein Amini alla sceneggiatura e John Madden (o, perché no, Quentin Tarantino!) alla regia. Esasperato, Jackson va alla New Line e riceve l’insperato ed entusiasta supporto del boss Bob Shaye, che riporta il progetto in carreggiata, pretende una trilogia e dà praticamente agli autori carta bianca. Con l’ingresso in sceneggiatura di Philippa Boyens il team è al completo e finalmente si può iniziare a scrivere la versione finale della trilogia.

Artigiani al lavoro

Nel 1997 parte il lavoro sugli storyboard. Jackson riesce a coinvolgere due dei più grandi illustratori di Tolkien, Alan Lee e John Howe, nella concept art dei film. Gli artigiani e i tecnici della Weta, la compagnia fondata da Jackson nel 1993, si mettono al lavoro su miniature, armature, armi, protesi e set, ma anche sui design e l’animazione delle creature, come tanti operosi orchetti. Sviluppano inoltre il software MASSIVE per animare le scene di battaglia di massa. Le riprese iniziano due anni dopo, nell’ottobre del 1999, e si protraggono per un anno, fino a dicembre 2000, con qualche ripresa aggiuntiva qua e là tra il 2001 e il 2004.

La compagnia dell’anello

Arriviamo così a dicembre 2001. Quattro anni di duro lavoro danno i loro frutti quando La compagnia dell’anello, prima parte di un unico film da dieci ore girato tutto d’un fiato, approda alle sale e si rivela un successo. In retrospettiva è facile ignorare il coraggio messo in campo da Bob Shaye nel finanziare un progetto del genere. Oggi, dopo Game of Thrones e il Marvel Cinematic Universe, sappiamo che le grandi storie epiche funzionano, ma allora Il signore degli anelli era un’impresa quasi senza precedenti. Di certo non erano mai stati girati back-to-back tre film di quella portata, con una spesa del genere e nessuna garanzia di successo.

Torna in mente di nuovo James Cameron, che sta lavorando alacremente ai sequel di Avatar. Ben quattro sequel, che arriveranno oltre dieci anni dopo il primo capitolo. Ci pensate se nel frattempo il pubblico avesse deciso che Avatar è roba superata? Ci pensate se Avatar 2 non dovesse andare bene come sperato? Cosa accadrebbe ai sequel successivi, già girati? Problemi che New Line e Miramax hanno dovuto affrontare con Il signore degli anelli: fosse andato male il primo, che ne sarebbe stato degli altri?

Ma La compagnia dell’anello non va solamente bene: è il secondo maggiore incasso dell’anno dopo Harry Potter e la pietra filosofale. All’epoca incassa 860,5 milioni di dollari nel mondo. La storia si concluderà solo due anni più tardi, ma la fiaba ha già un lieto fine per i produttori.

Vent’anni dopo

Ma com’è La compagnia dell’anello rivisto oggi? Prima di tutto ci tengo a specificare che ho rivisto la versione estesa, dunque non quella da tutti noi vista in una serata di gennaio 2002 al cinema. Per quanto mi riguarda non c’è davvero storia e non comprendo come si possano acquistare ancora oggi le versioni cinematografiche: le versioni estese corrispondono alla visione di Peter Jackson. Ed è una visione spettacolare. Certamente si avverte qualche scricchiolio negli effetti visivi: il troll di caverna che attacca la compagnia nelle Miniere di Moria è la classica creaturona digitale dei primi 2000, dai movimenti troppo enfatici e poco “realistici”. Ed è curioso se pensiamo che proprio il film successivo, Le due torri, avrebbe invece introdotto la prima creatura digitale moderna, il Gollum di Andy Serkis, realizzato interamente in motion capture. Ma in generale Jackson ha l’umiltà di mostrare gli effetti al computer più complessi al buio, nelle scene di Moria, dove per altro fa il suo esordio uno dei mostri più belli e memorabili non solo della saga, ma del cinema tutto: il Balrog, un diavolone infuocato che lotta con Gandalf all’ultimo sangue. In questa scena, come anche in altre sparse qua e là per il film, emerge il background horror di Jackson, capace, a piacimento, di spostare a 11 la manovella della tensione e della suspense.

La compagnia dell’anello è il perfetto prodotto della sua era: un mix di CGI sperimentale e cose costruite, dalle miniature al trucco prostetico degli orchi. Eravamo ancora in un’epoca in cui tendenzialmente la differenza tra le due tecnologie si vedeva, ma Jackson fa del suo assoluto meglio per nasconderlo. Innanzitutto riempiendo il mondo della Terra di Mezzo di dettagli, arricchendo ogni singola inquadratura di scenografie, fisiche o digitali, e oggetti di scena, tutto rigorosamente mangiato dal tempo e dall’uso. È stato detto come Jackson abbia trattato il mondo di Tolkien con piglio storico, costruendo ogni cosa e cucendo ogni costume come se facessero parte di un mondo parallelo ma altrettanto reale (e questa sarebbe stata la lezione numero uno per Game of Thrones; la numero due sarebbe stata di ammazzare subito Sean Bean). Poi, Jackson decide di riprendere tutto questo con uno stile a tratti intimo e a tratti invece enfatico, che sulla carta contrasta con il realismo di ciò che sta riprendendo. Ne La compagnia dell’anello, come nel resto della trilogia, abbondano i ralenti, usati per sottolineare in maniera spesso didascalica gli snodi più drammatici.

Spesso questa tendenza melodrammatica rischia di far deragliare scene importanti, così come il tono goffo di certi momenti comici rischia di buttare lo spettatore fuori dalla finzione. Eppure non succede mai: La compagnia dell’anello ha talmente tante virtù – Jackson è talmente tanto “virtuoso” in senso buono, è talmente inventivo in ogni singola sequenza – da far dimenticare i piccoli passi falsi dovuti più all’eccesso di entusiasmo del regista nel poter mettere in pellicola una delle sue saghe letterarie più amate, che al fatto di sottovalutare l’intelligenza degli spettatori. La compagnia dell’anello è in sintesi l’opera di un nerd totale che si è ritrovato a poter realizzare i suoi sogni, e che aveva abbastanza talento (eufemismo) da non trasformarli in un grosso e costoso fan film.

Il cast giusto

Era ovvio che, pur con tutto il budget a disposizione e la tecnologia migliore possibile, visivamente un’opera così ambiziosa avrebbe incontrato dei limiti invalicabili. E così Jackson si premura di non dimenticare che Il signore degli anelli è principalmente un viaggio di riscatto personale e un’opera intima, per quanto monumentale. È character driven, come dicono gli americani, e la scelta degli attori era fondamentale: bisognava avere gente con delle facce talmente interessanti da comandare l’attenzione del pubblico e mascherare le “mancanze” tecniche. Ed è (anche) qui che si palesa il genio di Peter Jackson: ogni singolo attore è perfetto. Lo è Elijah Wood, con quei tratti efebici che sarebbe stato un delitto non sfruttare in un fantasy. Lo è Sean Astin, col suo mascellone e l’aspetto bonario che nasconde il vero eroe della saga. Lo sono Viggo Mortensen, con la sua aura da saggia e misteriosa rockstar, e Ian McKellen, lo zio strambo che tutti vorrebbero al loro fianco. La lista va avanti.

E sì, ok, è ovvio che a Orlando Bloom e John Rhys-Davies è riservato da subito il ruolo delle macchiette. Non potendo approfondire tutti, Jackson ha l’intuizione di puntare solo sull’aspetto buddy movie dell’amicizia improbabile tra un elfo e un nano. Gimli diventa la spalla comica, Legolas l’amico un po’ altezzoso ma in fondo di buon cuore. Sono indubbiamente le ombre delle loro controparti cartacee, ma cos’altro poteva fare Jackson? Girare un film di 72 ore per approfondire le loro psicologie? Forse oggi, con l’avvento delle piattaforme streaming, si potrebbe effettivamente fare (e una serie sta arrivando, ma non sarà davvero su Il signore degli anelli), ma al cinema nel 2001? Tocca accontentarsi.

Preparate i fazzoletti

E, dopo tutto, Jackson, Walsh e Boyens sanno quali tasti pigiare, sanno dove lasciare in superficie e dove invece affondare. La scena della morte di Boromir, al di là delle facili battutine su Sean Bean *AHEM*, commuove ancora oggi perché sfrutta la bravura degli attori, evita gli sproloqui con un testo sintetico e apre un mondo a partire da pochi dettagli (ma quindi Aragorn è davvero un Re! E dal suo sguardo è chiaro che ha mentito quando ha detto che non gli importava!). E il segreto, in fondo, sta tutto lì: quando hai troppe cose da dire e troppo poco tempo, suggerisci, evoca, lascia che sia l’immaginazione del tuo pubblico a unire i puntini.

Non ho parlato di: Christopher Lee, Hugo Weaving, Ian Holm, Cate Blanchett, Liv Tyler, Gran Burrone, gli Uruk-Hai, il prologo/spiegone più bello di sempre, la saudade degli elfi, i Nazgul, l’assenza di Tom Bombadil, la colonna sonora di Howard Shore che è bella come quelle dei classici, i quattro Oscar vinti. Ma fate come se.

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