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Hawkeye – La recensione del terzo episodio

Hawkeye – La recensione del terzo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

Dopo aver scaldato i muscoli per due episodi, Hawkeye riesce finalmente a esprimere tutto il suo potenziale: Eco, infatti, non si limita a superare in qualità le due puntate precedenti, ma è anche uno dei migliori risultati mai ottenuti dai Marvel Studios sul piccolo schermo. Merito della sceneggiatura di Katie Mathewson e Tanner Bean – caratterizzata da un solidissimo equilibrio di toni – e dell’esordio di Bert & Bertie alla regia della serie.

Nel mondo di Echo

Se il secondo episodio si chiudeva con un’inquadratura frontale di Maya Lopez (Alaqua Cox), il terzo si apre con lo stesso personaggio inquadrato di spalle, da bambina. È un modo efficace per introdurci nel suo mondo: Echo è non udente, ma impara a osservare gli altri per leggere il labiale e acquisire i movimenti delle arti marziali, con una memoria fotografica che ricorda quella di Taskmaster. Ormai cresciuta, Maya assiste all’omicidio di suo padre William (Zahn McClarnon) per mano di Ronin, che stava sbaragliando le gang criminali di New York. La ragazza eredita quindi la guida della Tracksuit Mafia dal genitore, e Kazimierz Kazimierczak (Fra Fee) diventa il suo braccio destro.

Insomma, non è difficile capire per quale motivo Maya voglia la testa di Ronin. Tornati al presente, assistiamo a un confronto tra lei e Clint (Jeremy Renner) sull’uso dell’apparecchio acustico: i loro punti di vista sono molto diversi, poiché Maya ritiene che sia meglio rinunciarvi. Comunque, ciò che segue è una lunga scena d’azione che assorbe gran parte dell’episodio, con la fuga di Clint e Kate (Hailee Steinfeld) a suon di frecce speciali. Le indagini dei due arcieri proseguono, accompagnati dal fedele Pizza Dog.

Hawkeye

Esplode l’azione

La fuga in due atti dei nostri eroi è già sufficiente a rendere l’episodio memorabile. La prima parte è fatta di colluttazioni e frecce sibilanti, con Clint che finalmente imbraccia l’arco e mette in pratica la sua mira infallibile. Vediamo in azione anche Echo (la cui gamba destra ha una protesi dal ginocchio in giù), ma il culmine è rappresentato dalla collaborazione tra lo stesso Clint e Kate, che per la prima volta combattono fianco a fianco: la coordinazione tra i due arcieri è splendida, e diviene ancora più fenomenale nella seconda parte della fuga. L’inseguimento automobilistico sulle strade di New York è infatti reso spassoso dalle frecce speciali, che sortiscono effetti bizzarri ma sempre efficaci. Bert & Bertie cominciano con un suggestivo long take dall’abitacolo dell’auto, rievocazione (involontaria?) del linguaggio videoludico contemporaneo, poi gestiscono con mano salda tutta la sequela di esplosioni e incidenti che scandiscono la corsa.

Lo spettacolo, però, non è mai fine a sé stesso. Questa lunga scena d’azione serve infatti a rafforzare il legame tra Clint e Kate, fungendo da battesimo del fuoco per la giovane eroina. È qui che Kate riceve i primi insegnamenti dal suo mentore, ed è qui che Clint scopre il vero potenziale della ragazza. Ne risultano 40 minuti di puro buddy cop, come se ne vedono raramente al giorno d’oggi. La scoperta di ogni singola freccia speciale (soprattutto l’ultima, targata Pym) non fa che alimentare l’intrattenimento.

Hawkeye

Eroi dal volto umano

Ma si parlava di equilibrio di toni, e infatti questo episodio di Hawkeye alterna diversi registri senza mai apparire pretestuoso o forzato. Bert & Bertie sono brave a valorizzare i dialoghi intimisti tra Clint e Kate, soprattutto quando usano lo sguardo in macchina nel campo-controcampo, soluzione già impiegata da Jonathan Demme nei suoi film. Scopriamo così altre sfumature nel carattere dell’eroe, che insiste nel voler tenere un basso profilo non solo perché nasce come agente dello S.H.I.E.L.D. (è una spia, non dimentichiamolo), ma perché non ritiene di essere un modello. Quello scambio di battute – non privo di umorismo, poiché Kate cerca di rinnovare il “brand” di Occhio di Falco con il costume dei fumetti – ci restituisce l’immagine di un personaggio sempre in conflitto, forse torturato dal senso di colpa per le sue azioni nelle vesti di Ronin.

La telefonata con il figlio piccolo è il momento più toccante: Clint desidera solo tornare a casa per Natale. È anche l’istante in cui Kate capisce davvero lo stato d’animo del suo maestro. C’è qualcosa di tenero nella scena in cui Kate lo aiuta a parlare con il figlio: entrambi si rendono conto di aver bisogno l’uno dell’altra. La rottura dell’apparecchio acustico funziona sia come espediente ironico (i dialoghi tra i due personaggi sono gestiti molto bene in fatto di ritmo) sia come strumento introspettivo. Se poi aggiungiamo i riferimenti al misterioso capo di MayaDoc Manhattan ne parla qui – l’evoluzione di Hawkeye potrebbe regalarci molte soddisfazioni.

La stessa Maya, inoltre, permette al Marvel Cinematic Universe di fare un passo enorme nella rappresentazione delle disabilità, procedendo verso un’inclusione sempre più ampia e meno stereotipata. È un precedente significativo nelle produzioni supereroistiche, senza dubbio. Staremo a vedere come proseguirà.

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