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Cobra Kai stagione 4, la recensione senza spoiler

Cobra Kai stagione 4, la recensione senza spoiler

Di DocManhattan

Abbiamo visto in anteprima la quarta stagione di Cobra Kai, in arrivo su Netflix il 31 dicembre. Una stagione in cui torna Terry Silver (Thomas Ian Griffith), il subdolo ex commilitone di John Kreese e instabile manipolatore di Daniel LaRusso in Karate Kid III – La sfida finale. Altrimenti noto come “il tizio con il codino”, sì. La formula è quella delle stagioni precedenti, con altri ripescaggi di vecchi volti della saga, i rapporti tesi fra i tre dojo ora in campo – al Miyagi-Do e al Cobra Kai si è aggiunto, alla fine della terza stagione, l’improbabile Eagle Fang Karate di Johnny – e le relazioni sentimentali tra i giovani protagonisti.

Ecco, per farla breve, Cobra Kai stagione 4 è come le nuove tutine sponsorizzate che a un certo punto – grazie ai soldi di quel drogato di Silver – prendono il posto dei gi del Cobra Kai durante gli allenamenti: il simbolo con il cobra resta fighissimo, peccato per tutto il resto.

Cobra Kai stagione 4 recensione

NON DIMENTICATEVI DI BARNEY

Quello che aveva reso nel 2018 Cobra Kai una piacevolissima sorpresa era, si è detto e ripetuto, il ribaltamento della prospettiva. La nota teoria di Barney Stinson sul vero Karate Kid, nonché suo testimone di nozze supplente, Johnny Lawrence (William Zabka). Era una bella idea e funzionava. Un anno fa, a proposito della terza stagione, scrivevo che non puoi che fare il tifo per Johnny Lawrence, guardando Cobra Kai: il bullo che era stato bullizzato, a cui avevano portato via la ragazza, e che veniva a un certo punto pure picchiato da un vecchio giapponese.

Un Saul Goodman (anzi, un Jimmy McGill) che cercava di trovare una sua strada, tra una lattina e l’altra sempre della stessa birra. Ed è quello che funzionava anche nelle stagioni successive: vederlo provarci, sbagliare, poi provarci un’altra volta, dopo aver capito, con trent’anni di ritardo, che il party sulla spiaggia è finito. Quasi superfluo aggiungere che anche questo nuovo lotto di puntate brilla solo quando i riflettori sono tutti per Johnny. La sua versione – alla Barney Stinson, e come ti sbagli – della trama di Top Gun, le sue dissertazioni sulla musica anni 80, il fatto che annoveri Rowdy Roddy Piper tra i suoi miti. Com’è giusto che sia.

Cobra Kai stagione 4 recensione

QUEGLI INSOPPORTABILI LARUSSO

Però poi, dicevamo, c’è il resto. C’è l’insopportabile famiglia degli insopportabili LaRusso, tanto per iniziare. Gli autori si sono ricordati del figlio minore di Daniel, quello che appariva a intermittenza, e hanno trasformato in un maledetto stronzo anche lui. Un protobullo, perché il tema di fondo è sempre lo stesso, il bullismo che genera altro bullismo.

E per carità, è un tema valido, soprattutto in una serie che segue un doppio binario, ammiccando con le rimpatriate ai fan dei film originali e dando in pasto a un pubblico più giovane le storie di rivalità e amori tra i ragazzi. Il che però sfocia anche stavolta nei toni da puntata dei Power Rangers, nei rissoni improbabili come quello – terrificante – che chiudeva la seconda stagione, qui bissato in un party con balli e calci rotanti. Incanto sotto il cringe.

E ancora, nei cliffhanger smontati due secondi dopo, in un andirivieni continuo di allievi da un dojo all’altro, in un calciokaratemercato senza fine.

Cobra Kai stagione 4 recensione

IN VIETNAM ALLE MEDIE

Fortunatamente non si scende mai ai livelli dei terribili flashback sul Vietnam di Kreese, raccontati nella stagione tre con una perizia della messa in scena da sketch del Saturday Night Live. Diretti da Renè Ferretti. Il “veterano duro con le mani sotto le ascelle” qui lascia campo, in un rapporto di amicizia e rivalità buffo di suo, all’ex compagno d’armi Terry Silver. E così Cobra Kai si trascina dietro il peccato originale del terzo film: un Terry Silver che, ci viene ripetuto ogni due secondi, ha fatto il Vietnam con Kreese, e che Johnny Lawrence chiama “vecchio”. Solo che il suo interprete è nato nel ’62 e aveva 13 anni quando la guerra in Vietnam è finita. A Johnny passa solo quattro anni, ma è di un anno più piccolo di Ralph Macchio. E la cosa è nata in Karate Kid III, ok, solo che ora, con gli anni addosso, si vede di più. Tinte a parte, si vede eccome.

Ma non è ovviamente quello il punto. Anzi, l’aria da psicopatico di Terry Silver aiuta a rianimare un po’ le cose, anche se spesso i suoi duetti con Kreese risultano involontariamente comici. Il punto è un po’ tutto il resto.

Cobra Kai stagione 4 recensione

BAYSIDE KARATE SCHOOL

La teen soap che, a partire dalla seconda stagione, ha reso l’atmosfera qualcosa a metà tra Bayside School e i Power Rangers. Dai reietti che diventano fighi grazie a un mentore con le idee poco chiare si è passati a un infinito scambio di palestre, coppie e mentori/padri, con dialoghi presi di peso da una vecchia puntata di Centovetrine. Tanto che a un certo punto non ci presti neanche più caso, e aspetti solo il torneo, perché stavolta il torneo c’è, e pure più ampio.

Ti dici dai, vabbè, un altro po’ di Daniel LaRusso che snocciola le sue cavolate con quell’aria da precisino che vorresti andare te e sfasciarglielo, quel baracchino che chiama dojo, un altro po’ di gelosie e risse tra i ragazzini, e altri duecento dialoghi sul rapporto tra padre e figlio/allievo che non sempre va come dovrebbe andare un rapporto tra padre e figlio/allievo, e si arriverà a questo benedetto torneo. Solo che il torneo arriva, ha le intro dei dojo in stile wrestling, e si apre con uno spettacolo da Amici di Maria. E lì alzi gli occhi al cielo e vedi una gigantografia di Barney che scuote mestamente il capo.

Cobra Kai stagione 4 recensione

BASTEREBBE ANCHE POCO, VOLENDO

Un anno fa, scrivevo che il fattore nostalgia per il franchise Karate Kid non bastava a farmi pensare fosse tutto ok, andasse tutto bene, solo perché non ci si prendeva sul serio. Siamo d’accordo, Cobra Kai va giudicata per quello che è, una serie leggera, pure quando la gente finisce in ospedale. Ma è innegabile che il fascino della prima stagione sia via via scemato fin quasi a esaurirsi, ed è altrettanto innegabile che questo sia un peccato.

Ché poi, basterebbe davvero dare più spazio a Johnny Lawrence, com’era in principio e come dovrebbe essere. Attenersi all’idea originale, ammesso che ci sia ancora margine per parlare soprattutto di quello, che non si sia già detto lì tutto quello che c’era da dire. Ma in ogni caso, dai, sul serio: c’è davvero qualcuno a cui frega di LaRusso e del suo autosalone? Perfino il sensei Miyagi, in quelle foto, ha le sopracciglia inarcate quando lo sente parlare.

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